È sempre divertente, per me, far sentire per la prima volta “Maxwell’s Silver Hammer” a qualcuno. Si pensa ai Beatles come un gruppo profondo, divertente, pacifico e quando arrivano brani come questi è facile per i non fan rimanere sconvolti.
Pubblicato nel 1969 nell’album “Abbey Road”, il brano è stato scritto interamente da Paul McCartney anche se, come al solito, gli accrediti appartengono a Lennon/McCartney.
C’è da dire che gli altri tre componenti della band non erano per niente entusiasti del brano, quindi se lo trovate poco consono ai Beatles, sappiate che erano della stessa idea anche John, George e Ringo.
Per il testo completo potete cliccare qui.
Se ai tempi il testo poteva essere criticato, credo che a oggi il brano possa diventare molto più popolare di quanto ci si aspetti, vista la grande passione che un po’ tutti stiamo nutrendo per il true crime.
La canzone, infatti, parla di Maxwell Edison, un giovane studente di medicina con un fetish particolare per… l’omicidio. La sua prima vittima è Joan, una studentessa di patafisica che Maxwell invita per andare al cinema. Mentre lei si sta preparando per l’uscita, Maxwell si reca da lei e, una volta entrato in casa, la uccide a martellate in testa.
Seconda vittima è l’insegnante che lo riprende per il comportamento tenuto a lezione, facendolo rimanere dopo l’orario e obbligandolo a scrivere per cinquanta volte “Non devo comportarmi così”. Per tutta risposta Maxwell tira fuori il suo fedele amico, il martello argentato, e la colpisce uccidendola.
A questo punto il ragazzo viene arrestato e, durante il processo, è fortemente sostenuto da Rose e Valerie. Le ragazze sono sue ammiratrici, ma nonostante la loro voglia di urlare l’innocenza dell’imputato, il giudice lo condanna come colpevole. Prima di finire la sua formula, però, Maxwell tira di nuovo fuori il martello d’argento e lo uccide.
Il tutto con un testo allegro e divertente, come se stessimo assistendo a diverse scene comiche.
Ora, se siete curiosi di sapere cosa sia la patafisica, vi rispondo subito: è una parola che non ha senso. Coniata dal drammaturgo francese Alfred Jarry per prendersi gioco degli accademici.
C’è da dire che i Beatles a fine anni Sessanta non erano di certo nuovi a testi così macabri. Possiamo ricordare “Run for your life”, così come al verso di “A day in the life” dove si fa cenno a un grave incidente stradale, ma con “Maxwell’s Silver Hammer” la storia è ben diversa: si parla di un ragazzo che, incapace di gestire la rabbia o di rapportarsi con il prossimo, preferisce uccidere.
Possiamo anche rendere il tutto una metafora del rapporto che stavano vivendo i quattro componenti della band: le discussioni erano all’ordine del giorno, le visioni sul loro futuro sempre più distanti le une dalle altre, e in un certo senso l’omicidio descritto dal brano può essere l’incapacità di comunicare, la voglia di creare muri tra di loro invece di fare un passo avanti.
Il brano viene registrato il 9 luglio 1969 negli studi di Abbey Road, con registrazioni lunghe, durate tre giorni in tutto. Per l’epoca era una follia perdere così tanto tempo sul brano, e infatti il resto del gruppo era piuttosto nervoso con Paul e la sua mania della perfezione, aumentata anche dal fatto che nello stesso periodo era venuto a trovarli Robert Moog, l’inventore del sintetizzatore Moog, e Paul voleva esplorare tutte le possibili combinazioni sonore.
Sul brano hanno lavorato tutti i Beatles a eccezione di John Lennon, che in quel periodo si trovava in ospedale a seguito di un incidente stradale avvenuto in Scozia, anche se a volte era presente alla regia. Aneddoto divertente: al minuto 1:21 si può sentire una lieve risata di Paul, questo perché nel mentre John si era abbassato i pantaloni.
Nonostante la resistenza degli altri, il brano viene comunque fatto uscire nell’album Abbey Road nel settembre del 1969, con una critica non proprio positiva.
Dopo l’ascolto furono in molti a sostenere che i Beatles avessero parlato degli omicidi commessi da Charles Manson poco più di un mese prima.
La correlazione tra il brano e la follia di Manson è solo una leggenda, ma ancora oggi in molti la credono vera. In realtà il brano è stato scritto da Paul nel 1968, un anno prima della strage della setta.
Pubblicato nel 1969 nell’album “Abbey Road”, il brano è stato scritto interamente da Paul McCartney anche se, come al solito, gli accrediti appartengono a Lennon/McCartney.
C’è da dire che gli altri tre componenti della band non erano per niente entusiasti del brano, quindi se lo trovate poco consono ai Beatles, sappiate che erano della stessa idea anche John, George e Ringo.
Per il testo completo potete cliccare qui.
Se ai tempi il testo poteva essere criticato, credo che a oggi il brano possa diventare molto più popolare di quanto ci si aspetti, vista la grande passione che un po’ tutti stiamo nutrendo per il true crime.
La canzone, infatti, parla di Maxwell Edison, un giovane studente di medicina con un fetish particolare per… l’omicidio. La sua prima vittima è Joan, una studentessa di patafisica che Maxwell invita per andare al cinema. Mentre lei si sta preparando per l’uscita, Maxwell si reca da lei e, una volta entrato in casa, la uccide a martellate in testa.
Seconda vittima è l’insegnante che lo riprende per il comportamento tenuto a lezione, facendolo rimanere dopo l’orario e obbligandolo a scrivere per cinquanta volte “Non devo comportarmi così”. Per tutta risposta Maxwell tira fuori il suo fedele amico, il martello argentato, e la colpisce uccidendola.
A questo punto il ragazzo viene arrestato e, durante il processo, è fortemente sostenuto da Rose e Valerie. Le ragazze sono sue ammiratrici, ma nonostante la loro voglia di urlare l’innocenza dell’imputato, il giudice lo condanna come colpevole. Prima di finire la sua formula, però, Maxwell tira di nuovo fuori il martello d’argento e lo uccide.
Il tutto con un testo allegro e divertente, come se stessimo assistendo a diverse scene comiche.
Ora, se siete curiosi di sapere cosa sia la patafisica, vi rispondo subito: è una parola che non ha senso. Coniata dal drammaturgo francese Alfred Jarry per prendersi gioco degli accademici.
C’è da dire che i Beatles a fine anni Sessanta non erano di certo nuovi a testi così macabri. Possiamo ricordare “Run for your life”, così come al verso di “A day in the life” dove si fa cenno a un grave incidente stradale, ma con “Maxwell’s Silver Hammer” la storia è ben diversa: si parla di un ragazzo che, incapace di gestire la rabbia o di rapportarsi con il prossimo, preferisce uccidere.
Possiamo anche rendere il tutto una metafora del rapporto che stavano vivendo i quattro componenti della band: le discussioni erano all’ordine del giorno, le visioni sul loro futuro sempre più distanti le une dalle altre, e in un certo senso l’omicidio descritto dal brano può essere l’incapacità di comunicare, la voglia di creare muri tra di loro invece di fare un passo avanti.
Il brano viene registrato il 9 luglio 1969 negli studi di Abbey Road, con registrazioni lunghe, durate tre giorni in tutto. Per l’epoca era una follia perdere così tanto tempo sul brano, e infatti il resto del gruppo era piuttosto nervoso con Paul e la sua mania della perfezione, aumentata anche dal fatto che nello stesso periodo era venuto a trovarli Robert Moog, l’inventore del sintetizzatore Moog, e Paul voleva esplorare tutte le possibili combinazioni sonore.
Sul brano hanno lavorato tutti i Beatles a eccezione di John Lennon, che in quel periodo si trovava in ospedale a seguito di un incidente stradale avvenuto in Scozia, anche se a volte era presente alla regia. Aneddoto divertente: al minuto 1:21 si può sentire una lieve risata di Paul, questo perché nel mentre John si era abbassato i pantaloni.
Nonostante la resistenza degli altri, il brano viene comunque fatto uscire nell’album Abbey Road nel settembre del 1969, con una critica non proprio positiva.
Dopo l’ascolto furono in molti a sostenere che i Beatles avessero parlato degli omicidi commessi da Charles Manson poco più di un mese prima.
La correlazione tra il brano e la follia di Manson è solo una leggenda, ma ancora oggi in molti la credono vera. In realtà il brano è stato scritto da Paul nel 1968, un anno prima della strage della setta.

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