Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.
Oggi analizziamo il venticinquesimo canto del Purgatorio. Stiamo ancora in compagnia di Stazio che intraprenderà con Dante un interessantissimo discorso sulla nascita dell’anima e di cosa accade a questa una volta che noi moriamo. Dopodiché staremo a un passo dal conoscere i prossimi peccatori: i lussuriosi.
Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.
Dante si sente un po’ perso, perché ha come una domanda – credo sia la stessa nostra – che gli ronza in testa ma non sa come esplicarla, intimorito proprio come un cicognino che vuole spiccare il volo ma non ne trova il coraggio.
Così è sempre Virgilio a spronarlo, dicendogli: “Amò, eddaje, su, parla, tanto ormai ce sei”. E Dante tira fuori la tanto agognata domanda: “Scusami, ma come possono i corpi delle anime appena incontrate dimagrire se, essendo anime, non hanno il bisogno di nutrirsi?”
Virgilio gli risponde: “Eh, se solo ti ricordassi della storia di Meleagro, o se prestassi attenzione a come si sposta l’immagine allo specchio, non faresti questa domanda. Ma dato che vuoi avere una risposta, te la faccio dare, ma da Stazio”.
Che vuol dire tutto ciò?
Non voglio essere cattiva o pigra, ma questa volta non scriverò la spiegazione di Virgilio per un semplice motivo: lui rappresenta la ragione e chiamando in causa Stazio, anima già salva che infatti sta andando con loro verso il Paradiso, ci vuole dire che non è con la logica che arriveremo alla risoluzione del dubbio dantesco, bensì con la teologia.
Stazio prende parola, dicendo che lo fa solo perché chiamato in causa da Virgilio. Dà inizio così a una spiegazione scientifica e teologica che è ovviamente figlia dei suoi tempi.
Spiega che il sangue più puro scende dal cuore e va verso l’organo genitale maschile che, facendosi accogliere in quello femminile, spinge il flusso verso l’utero formando materialmente la persona nel grembo materno. In questo modo i due tipi di sangue perfetti, maschile e femminile, si mischiano e formano un’anima che è ancora simile a quella di una pianta, ed è crescendo in quello stesso utero che Dio dona al feto la possibilità di perfezionarsi con le membra, il cervello, gli organi di senso, e la coscienza di sé, esattamente come il vino non si forma solo grazie alla vite e al terreno, ma anche grazie al calore del sole.
Ricordiamo che questo era il tipico pensiero medievale: nell’atto sessuale l’uomo e la donna uniscono il loro sangue (quello che all’epoca si credeva andasse dal cuore direttamente agli organi genitali, quindi si manteneva puro), per unirsi e dare vita a un altro essere vivente. Proprio come il seme dal terreno mette le sue radici e fa crescere le piante.
Poi nella natura umana arriva Dio a perfezionare il tutto, proprio come il Sole – e le piogge, il vento – rafforzano le piante dando loro la possibilità di ottimi frutti.
Stazio continua: al momento della morte l’anima si discosta dal corpo per conoscere la sua sorte ma porta con sé tutte le esperienze, i pensieri, i desideri e gli impulsi provati in vita. Come quando l’aria, essendo piena di umidità, quando i raggi del sole si riflettono su questa, allora noi vediamo l’arcobaleno; o come quando le fiammelle seguono comunque la fiamma ovunque la si porti, l’anima diventa una sorta di corpo aereo di ciò che siamo stati ed è tramite ciò che anche nell’oltretomba ci si comporta come se fossimo ancora umani, con un corpo. Quindi, in ultimo, a seconda di come arrivano i desideri, di come questi vengono interpretati dalle persone che furono, i loro corpi aerei rispondono piangendo, ridendo, urlando, gridando, e, come nel caso dei peccatori appena lasciati, anche dimagrendo perché impossibilitati dal mangiare.
Ora, piccola nota un po’ piccantina: e se fosse così anche per noi umani, intendo mentre stiamo in vita? Se il nostro corpo rispondesse a stimoli interni (i nostri pensieri, le nostre emozioni, il nostro modo di rapportarci e di reagire a ciò che abbiamo davanti) invece che a quelli esterni?
Parlando i tre arrivano finalmente alla settima cornice, dove ad attenderli c’è un’enorme fiamma che ostruisce il passaggio, costringendoli ad avanzare in fila indiana perché da una parte vi è il fuoco, dall’altra un precipizio. Basta un niente, quindi, per sbagliare e farsi davvero molto male nel caso si sia un umano come Dante. Inutile descrivere il legittimo timore di questo nell’attraversare quello spazio.
Qui gli spiriti, che camminano tra le fiamme, cantano “Dio di somma clemenza” e “Non conosco uomo”. Finiti gli inni ricordano l’episodio di Diana che caccia Callisto, ninfa che rimanendo incinta di Giove tradisce il voto di castità alla dea. Ancora, riprendono con gli inni e con il gridare i nomi di donne e uomini che hanno sempre scelto la via della castità o che nel vincolo del matrimonio si sono comunque mantenuti fedeli e puri di cuore.
Appuntiamoci la grande attenzione che dovremmo fare da qui in poi: basta un niente per sbagliare, come abbiamo già visto, e quindi l’avanzare ora si fa più accorto. Perché? Beh, non è un mistero che la lussuria sia uno di quei peccati da attenzionare davvero molto bene. Basta un niente per cadere nella sua trappola, soprattutto di questi giorni, quando pensiamo che il sesso, alla fine, sia solo divertimento e nulla più. Se solo sapessimo, però, cosa accade a livello energetico a due persone che decidono di unirsi, non la penseremmo ancora così…
Oggi analizziamo il venticinquesimo canto del Purgatorio. Stiamo ancora in compagnia di Stazio che intraprenderà con Dante un interessantissimo discorso sulla nascita dell’anima e di cosa accade a questa una volta che noi moriamo. Dopodiché staremo a un passo dal conoscere i prossimi peccatori: i lussuriosi.
Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.
Ora era onde ’l salir non volea storpio;
ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
per che, come fa l’uom che non s’affigge
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo il trafigge,
così intrammo noi per la callaia,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia.
E quale il cicognin che leva l’ala
per voglia di volare, e non s’attenta
d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
tal era io con voglia accesa e spenta
di dimandar, venendo infino a l’atto
che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
Allor sicuramente apri’ la bocca
e cominciai: «Come si può far magro
là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
«Se t’ammentassi come Meleagro
si consumò al consumar d’un stizzo,
non fora», disse, «a te questo sì agro;
*e se pensassi come, al vostro guizzo,
guizza dentro a lo specchio vostra image,
ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
che sia or sanator de le tue piage».
ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
per che, come fa l’uom che non s’affigge
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo il trafigge,
così intrammo noi per la callaia,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia.
E quale il cicognin che leva l’ala
per voglia di volare, e non s’attenta
d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
tal era io con voglia accesa e spenta
di dimandar, venendo infino a l’atto
che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
Allor sicuramente apri’ la bocca
e cominciai: «Come si può far magro
là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
«Se t’ammentassi come Meleagro
si consumò al consumar d’un stizzo,
non fora», disse, «a te questo sì agro;
*e se pensassi come, al vostro guizzo,
guizza dentro a lo specchio vostra image,
ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
che sia or sanator de le tue piage».
Dante si sente un po’ perso, perché ha come una domanda – credo sia la stessa nostra – che gli ronza in testa ma non sa come esplicarla, intimorito proprio come un cicognino che vuole spiccare il volo ma non ne trova il coraggio.
Così è sempre Virgilio a spronarlo, dicendogli: “Amò, eddaje, su, parla, tanto ormai ce sei”. E Dante tira fuori la tanto agognata domanda: “Scusami, ma come possono i corpi delle anime appena incontrate dimagrire se, essendo anime, non hanno il bisogno di nutrirsi?”
Virgilio gli risponde: “Eh, se solo ti ricordassi della storia di Meleagro, o se prestassi attenzione a come si sposta l’immagine allo specchio, non faresti questa domanda. Ma dato che vuoi avere una risposta, te la faccio dare, ma da Stazio”.
Che vuol dire tutto ciò?
Non voglio essere cattiva o pigra, ma questa volta non scriverò la spiegazione di Virgilio per un semplice motivo: lui rappresenta la ragione e chiamando in causa Stazio, anima già salva che infatti sta andando con loro verso il Paradiso, ci vuole dire che non è con la logica che arriveremo alla risoluzione del dubbio dantesco, bensì con la teologia.
«Se la veduta etterna li dislego»,
rispuose Stazio, «là dove tu sie,
discolpi me non potert’io far nego».
Poi cominciò: «Se le parole mie,
figlio, la mente tua guarda e riceve,
lume ti fiero al come che tu die.
Sangue perfetto, che poi non si beve
da l’assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch’a farsi quelle per le vene vane.
Ancor digesto, scende ov’è più bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr’altrui sangue in natural vasello.
Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
l’un disposto a patire, e l’altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme;
e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé constare.
Anima fatta la virtute attiva
qual d’una pianta, in tanto differente,
che questa è in via e quella è già a riva,
tanto ovra poi, che già si move e sente,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond’è semente.
Or si spiega, figliuolo, or si distende
la virtù ch’è dal cor del generante,
dove natura a tutte membra intende.
Ma come d’animal divegna fante,
non vedi tu ancor: quest’è tal punto,
che più savio di te fé già errante,
sì che per sua dottrina fé disgiunto
da l’anima il possibile intelletto,
perché da lui non vide organo assunto.
Apri a la verità che viene il petto;
e sappi che, sì tosto come al feto
l’articular del cerebro è perfetto,
lo motor primo a lui si volge lieto
sovra tant’arte di natura, e spira
spirito novo, di vertù repleto,
che ciò che trova attivo quivi, tira
in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
che vive e sente e sé in sé rigira.
E perché meno ammiri la parola,
guarda il calor del sol che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola.
rispuose Stazio, «là dove tu sie,
discolpi me non potert’io far nego».
Poi cominciò: «Se le parole mie,
figlio, la mente tua guarda e riceve,
lume ti fiero al come che tu die.
Sangue perfetto, che poi non si beve
da l’assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch’a farsi quelle per le vene vane.
Ancor digesto, scende ov’è più bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr’altrui sangue in natural vasello.
Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
l’un disposto a patire, e l’altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme;
e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé constare.
Anima fatta la virtute attiva
qual d’una pianta, in tanto differente,
che questa è in via e quella è già a riva,
tanto ovra poi, che già si move e sente,
come spungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond’è semente.
Or si spiega, figliuolo, or si distende
la virtù ch’è dal cor del generante,
dove natura a tutte membra intende.
Ma come d’animal divegna fante,
non vedi tu ancor: quest’è tal punto,
che più savio di te fé già errante,
sì che per sua dottrina fé disgiunto
da l’anima il possibile intelletto,
perché da lui non vide organo assunto.
Apri a la verità che viene il petto;
e sappi che, sì tosto come al feto
l’articular del cerebro è perfetto,
lo motor primo a lui si volge lieto
sovra tant’arte di natura, e spira
spirito novo, di vertù repleto,
che ciò che trova attivo quivi, tira
in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
che vive e sente e sé in sé rigira.
E perché meno ammiri la parola,
guarda il calor del sol che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola.
Stazio prende parola, dicendo che lo fa solo perché chiamato in causa da Virgilio. Dà inizio così a una spiegazione scientifica e teologica che è ovviamente figlia dei suoi tempi.
Spiega che il sangue più puro scende dal cuore e va verso l’organo genitale maschile che, facendosi accogliere in quello femminile, spinge il flusso verso l’utero formando materialmente la persona nel grembo materno. In questo modo i due tipi di sangue perfetti, maschile e femminile, si mischiano e formano un’anima che è ancora simile a quella di una pianta, ed è crescendo in quello stesso utero che Dio dona al feto la possibilità di perfezionarsi con le membra, il cervello, gli organi di senso, e la coscienza di sé, esattamente come il vino non si forma solo grazie alla vite e al terreno, ma anche grazie al calore del sole.
Ricordiamo che questo era il tipico pensiero medievale: nell’atto sessuale l’uomo e la donna uniscono il loro sangue (quello che all’epoca si credeva andasse dal cuore direttamente agli organi genitali, quindi si manteneva puro), per unirsi e dare vita a un altro essere vivente. Proprio come il seme dal terreno mette le sue radici e fa crescere le piante.
Poi nella natura umana arriva Dio a perfezionare il tutto, proprio come il Sole – e le piogge, il vento – rafforzano le piante dando loro la possibilità di ottimi frutti.
Quando Làchesis non ha più del lino,
solvesi da la carne, e in virtute
ne porta seco e l’umano e ’l divino:
l’altre potenze tutte quante mute;
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto più che prima agute.
Sanza restarsi, per sé stessa cade
mirabilmente a l’una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade.
Tosto che loco lì la circunscrive,
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive.
E come l’aere, quand’è ben pïorno,
per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno;
così l’aere vicin quivi si mette
e in quella forma ch’è in lui suggella
virtüalmente l’alma che ristette;
e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco là ’vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
Però che quindi ha poscia sua paruta,
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta.
Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
Secondo che ci affliggono i disiri
e li altri affetti, l’ombra si figura;
e quest’è la cagion di che tu miri».
solvesi da la carne, e in virtute
ne porta seco e l’umano e ’l divino:
l’altre potenze tutte quante mute;
memoria, intelligenza e volontade
in atto molto più che prima agute.
Sanza restarsi, per sé stessa cade
mirabilmente a l’una de le rive;
quivi conosce prima le sue strade.
Tosto che loco lì la circunscrive,
la virtù formativa raggia intorno
così e quanto ne le membra vive.
E come l’aere, quand’è ben pïorno,
per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno;
così l’aere vicin quivi si mette
e in quella forma ch’è in lui suggella
virtüalmente l’alma che ristette;
e simigliante poi a la fiammella
che segue il foco là ’vunque si muta,
segue lo spirto sua forma novella.
Però che quindi ha poscia sua paruta,
è chiamata ombra; e quindi organa poi
ciascun sentire infino a la veduta.
Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
che per lo monte aver sentiti puoi.
Secondo che ci affliggono i disiri
e li altri affetti, l’ombra si figura;
e quest’è la cagion di che tu miri».
Stazio continua: al momento della morte l’anima si discosta dal corpo per conoscere la sua sorte ma porta con sé tutte le esperienze, i pensieri, i desideri e gli impulsi provati in vita. Come quando l’aria, essendo piena di umidità, quando i raggi del sole si riflettono su questa, allora noi vediamo l’arcobaleno; o come quando le fiammelle seguono comunque la fiamma ovunque la si porti, l’anima diventa una sorta di corpo aereo di ciò che siamo stati ed è tramite ciò che anche nell’oltretomba ci si comporta come se fossimo ancora umani, con un corpo. Quindi, in ultimo, a seconda di come arrivano i desideri, di come questi vengono interpretati dalle persone che furono, i loro corpi aerei rispondono piangendo, ridendo, urlando, gridando, e, come nel caso dei peccatori appena lasciati, anche dimagrendo perché impossibilitati dal mangiare.
Ora, piccola nota un po’ piccantina: e se fosse così anche per noi umani, intendo mentre stiamo in vita? Se il nostro corpo rispondesse a stimoli interni (i nostri pensieri, le nostre emozioni, il nostro modo di rapportarci e di reagire a ciò che abbiamo davanti) invece che a quelli esterni?
E già venuto a l’ultima tortura
s’era per noi, e vòlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura.
Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
ond’ir ne convenia dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
Lo duca mio dicea: "Per questo loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
però ch’errar potrebbesi per poco".
‘Summae Deus clementïae’ nel seno
al grande ardore allora udi’ cantando,
che di volger mi fé caler non meno;
e vidi spirti per la fiamma andando;
per ch’io guardava a loro e a’ miei passi,
compartendo la vista a quando a quando.
Appresso il fine ch’a quell’inno fassi,
gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
indi ricominciavan l’inno bassi.
Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tòsco».
Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
E questo modo credo che lor basti
per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e con tai pasti
che la piaga da sezzo si ricuscia.
s’era per noi, e vòlto a la man destra,
ed eravamo attenti ad altra cura.
Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
e la cornice spira fiato in suso
che la reflette e via da lei sequestra;
ond’ir ne convenia dal lato schiuso
ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
quinci, e quindi temeva cader giuso.
Lo duca mio dicea: "Per questo loco
si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
però ch’errar potrebbesi per poco".
‘Summae Deus clementïae’ nel seno
al grande ardore allora udi’ cantando,
che di volger mi fé caler non meno;
e vidi spirti per la fiamma andando;
per ch’io guardava a loro e a’ miei passi,
compartendo la vista a quando a quando.
Appresso il fine ch’a quell’inno fassi,
gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
indi ricominciavan l’inno bassi.
Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
si tenne Diana, ed Elice caccionne
che di Venere avea sentito il tòsco».
Indi al cantar tornavano; indi donne
gridavano e mariti che fuor casti
come virtute e matrimonio imponne.
E questo modo credo che lor basti
per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
con tal cura conviene e con tai pasti
che la piaga da sezzo si ricuscia.
Parlando i tre arrivano finalmente alla settima cornice, dove ad attenderli c’è un’enorme fiamma che ostruisce il passaggio, costringendoli ad avanzare in fila indiana perché da una parte vi è il fuoco, dall’altra un precipizio. Basta un niente, quindi, per sbagliare e farsi davvero molto male nel caso si sia un umano come Dante. Inutile descrivere il legittimo timore di questo nell’attraversare quello spazio.
Qui gli spiriti, che camminano tra le fiamme, cantano “Dio di somma clemenza” e “Non conosco uomo”. Finiti gli inni ricordano l’episodio di Diana che caccia Callisto, ninfa che rimanendo incinta di Giove tradisce il voto di castità alla dea. Ancora, riprendono con gli inni e con il gridare i nomi di donne e uomini che hanno sempre scelto la via della castità o che nel vincolo del matrimonio si sono comunque mantenuti fedeli e puri di cuore.
Appuntiamoci la grande attenzione che dovremmo fare da qui in poi: basta un niente per sbagliare, come abbiamo già visto, e quindi l’avanzare ora si fa più accorto. Perché? Beh, non è un mistero che la lussuria sia uno di quei peccati da attenzionare davvero molto bene. Basta un niente per cadere nella sua trappola, soprattutto di questi giorni, quando pensiamo che il sesso, alla fine, sia solo divertimento e nulla più. Se solo sapessimo, però, cosa accade a livello energetico a due persone che decidono di unirsi, non la penseremmo ancora così…

Nessun commento:
Posta un commento