martedì 21 aprile 2026

#Moda: La moda come memoria - Abiti che raccontano chi eravamo

In questa etichetta sappiamo benissimo che gli abiti non servono solo per coprirci o vestirci. Oltre a dichiarare la nostra identità al mondo, questi possono diventare dei veri custodi della memoria, pronti a ricordarci chi eravamo e dei passi avanti fatti. Pensiamo alle rivoluzioni femminili o, più semplicemente, al nostro personale passato.


Tutti noi abbiamo dentro l’armadio almeno un capo rovinato, usurato, anche passato di moda, ma dal quale non riusciamo a liberarci perché ci ricorda di un momento della nostra vita che mai vorremmo dimenticare. Vale anche al contrario: abbiamo quell’abito, quella maglietta o quel pantalone che, seppur poco indossato, ci ricorda qualcosa di così terribile che non vediamo l’ora di liberarcene.

Ogni abito, insomma, porta con sé tracce di chi siamo stati, da dove siamo partiti e cosa abbiamo vissuto in una cronaca di tessuti e colori che sa raccontare qualcosa di noi.
  
Come tutto ciò che ci circonda, anche i vestiti sanno essere portatori di conoscenza, o archivi pieni di informazioni. Certo, non parlano attraverso codici che conosciamo, ma sicuramente sarà capitato a tutti noi di rovistare nelle nostre cantine e ritrovare quel vecchio giocattolo, o quaderno, anche libro che, appena preso in mano, ha saputo riportarci indietro nel tempo. Se è vero che tutto è energia, non è così strano pensare che anche ciò che vediamo inanimato sappia trasmetterci emozioni.
Interessante vedere come anche persone affette da demenza o Alzheimer, toccando determinati tipi di tessuti o riguardando i loro vecchi abiti,riescono a connettersi più facilmente con il passato, riandando all’identità che utilizzavano in quel momento della loro vita.
Un abito, quindi, non è solo estetica o moda, ma anche memoria affettiva.

Essendo una super fan del vintage non mi mancano di certo i giri per i mercatini dell’usato nei quali trascorro gran parte dei miei pomeriggi liberi. Pur non avendo vissuto prima del 1989, mi perdo nel curiosare su tutto ciò che riguarda vestiti o accessori di abbigliamento del passato, senza avere un decennio preferito in particolare. Posso comprare una spilla degli anni ’20 da abbinare a un vestito anni ’50, con un foulard anni ’70, insomma. 
Per me che reputo fondamentale vivere nella Storia – ringrazio Dio di farlo da quando sono nata, visto che sono di Roma – indossare qualcosa che ha attraversato la vita prima ancora che io nascessi è emozionante, proprio come andare in un museo.


E sono proprio gli abiti, i frammenti di tessuto o ancora i gioielli esposti nei musei a darmi quel brivido più intenso. Certo, non si possono utilizzare, né toccare, ma chissà quanta energia possono ancora dare. Per non parlare di tutto ciò che è appartenuto ai regnanti, attori, cantanti, artisti in generale del passato. L’espressione “Ah, se questa cosa potesse parlare…” non sarebbe più azzeccata in questo contesto.

Osservare i vecchi stili, capire quali tessuti venivano maggiormente utilizzati, cosa si è deciso di portare dal decennio passato e cosa invece è stato preferito lasciare nel buio profondo di un baule, può dire molto non solo della nostra scelta personale, ma anche della stessa collettività. Ecco perché trovo aberrante il Consumismo, con il fast fashion che ci omologa tutti in un unico modo, dandoci solamente l’illusione dell’unicità.
Spendere leggermente di più in termini economici e di tempo non è un grande sacrificio, ma anzi, un modo che possiamo avere di ritrovare quel contatto con il nostro vero Sé, anche passando per la moda.

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