Quando ho parlato di tempo e destino ho suscitato più domande che risposte, anche da parte di voi lettori. È normale, è il bello della metafisica e della filosofia ed è il motivo per cui mi approccio sempre con piacere in questa etichetta.
Non si può pensare di sfiorare questo argomento senza occuparsi del concetto di sincronicità. Incontri inattesi, frasi ascoltate per caso, un libro che arriva con una risposta proprio quando la stavi cercando. Tutti questi eventi, che sembrano capitare proprio “al momento giusto”, da alcuni vengono chiamati coincidenze, eventi casuali, eppure tutti noi sappiamo nel nostro inconscio che vi è qualcosa di più.
È il mio amato Carl Gustav Jung a introdurre per la prima volta il concetto di sincronicità (anni ’30, poi definito nel 1952).
“Ma guarda, ti stavo pensando e ora ti incontro”, “Ho sognato la mia nonna defunta dirmi che una farfalla mi avrebbe indicato la via, e poi una farfalla si è posata proprio su quel punto della mappa, allora ho scelto quel paese come mia meta delle vacanze”. Non è magia, né segno del destino... è semplicemente sincronicità.
Per Jung questa sincronicità è una coincidenza tra un evento interiore (pensiero, emozione, sogno) e uno esteriore, senza che vi sia un legame causale diretto.
Il nostro cervello non nota tutti gli eventi interiori ed esteriori, ma si sofferma solo su quelli che reputa davvero importanti. Così riconosciamo la sincronicità solo negli eventi che ci costringono a una sorta di riflessione, o a riconsiderare una scelta. Non ricordiamo, per esempio, tutti i sogni che facciamo, ma solo quelli che hanno un determinato valore nel momento in cui li facciamo.
È sempre Jung a notare che questo fenomeno emerge spesso nei momenti di cambiamento, crisi o transizione, insomma quando siamo più ricettivi e meno guidati dall’automatismo, quando è la psiche a darci il campanello d’allarme che ci permette di osservare meglio e prestare attenzione a certi momenti.
Parlare quindi di destino può essere fuorviante. Noi camminiamo lungo la strada di questa vita, ma ciò che chiamiamo destino è solo il modo in cui costruiamo il significato della nostra storia personale, collegando eventi e decisioni, dando loro una trama coerente. In questo modo la sincronicità diventa un punto di svolta narrativo. Se è tutto un’interpretazione del nostro cervello, è fondamentale comprendere come questo sceglie.
Lo sappiamo: il nostro cervello funziona da traduttore per il mondo esterno ma anche come una macchina di significati. Tendiamo naturalmente a individuare pattern, connessioni e narrazioni anche in eventi casuali, il tutto ovviamente a seconda del nostro passato, della genetica, del modo in cui siamo stati cresciuti e da tante altre varianti.
Fu lo psichiatra Klaus Conrad, nel 1958, a dare per primo il concetto di apofenia: la tendenza a percepire relazioni dove potrebbero anche non esserci. Lo vediamo sia nelle credenze paranormali, nelle superstizioni, ma anche nel più classico gioco di dare una forma a una nuvola, al vedere delle facce sul cibo, o – come nel mio caso – associare un significato ai cuori che vedo. Certo, nelle forme più estreme può portare ai disturbi psicotici o alla schizofrenia, ma sicuramente saperla utilizzare al meglio e in modo sicuro può renderci più decisi e infonderci più fiducia sul momento della vita che stiamo vivendo.
Riconoscere che questi fenomeni hanno un significato psichico specifico non ne sminuisce l’esperienza, anzi: è proprio l’impatto che questo ha su chi lo vive a determinare la sua importanza. Se credo che una farfalla mi possa guidare da una parte e la seguo, potrei conoscere qualcuno di importante nella mia vita; se lascio che sia solo un pensiero sciocco, non la inseguo, vado da un’altra parte, forse non conoscerò quel qualcuno, ma magari farò un altro tipo di esperienza. Qui però si potrebbe entrare nel concetto di sliding doors o serendipità, che è meglio tralasciare per ora.
Ciò che conta sapere è che per la natura umana è fondamentale avere una risposta per tutto: l’esperienza umana ha un profondo bisogno di sentirsi parte di una storia più ampia, anche se questa appartiene al caso.
Ma, visto che vi sta scrivendo non crede al caso, io non credo che la sincronicità sia un momento in cui associamo un significato, ma un momento in cui ci mettiamo davvero all’ascolto dell’energia creatrice del tutto e che ci guida, muovendoci, proprio come fa con il sole e l’altre stelle.
Non si può pensare di sfiorare questo argomento senza occuparsi del concetto di sincronicità. Incontri inattesi, frasi ascoltate per caso, un libro che arriva con una risposta proprio quando la stavi cercando. Tutti questi eventi, che sembrano capitare proprio “al momento giusto”, da alcuni vengono chiamati coincidenze, eventi casuali, eppure tutti noi sappiamo nel nostro inconscio che vi è qualcosa di più.
È il mio amato Carl Gustav Jung a introdurre per la prima volta il concetto di sincronicità (anni ’30, poi definito nel 1952).
“Ma guarda, ti stavo pensando e ora ti incontro”, “Ho sognato la mia nonna defunta dirmi che una farfalla mi avrebbe indicato la via, e poi una farfalla si è posata proprio su quel punto della mappa, allora ho scelto quel paese come mia meta delle vacanze”. Non è magia, né segno del destino... è semplicemente sincronicità.
Per Jung questa sincronicità è una coincidenza tra un evento interiore (pensiero, emozione, sogno) e uno esteriore, senza che vi sia un legame causale diretto.
Il nostro cervello non nota tutti gli eventi interiori ed esteriori, ma si sofferma solo su quelli che reputa davvero importanti. Così riconosciamo la sincronicità solo negli eventi che ci costringono a una sorta di riflessione, o a riconsiderare una scelta. Non ricordiamo, per esempio, tutti i sogni che facciamo, ma solo quelli che hanno un determinato valore nel momento in cui li facciamo.
È sempre Jung a notare che questo fenomeno emerge spesso nei momenti di cambiamento, crisi o transizione, insomma quando siamo più ricettivi e meno guidati dall’automatismo, quando è la psiche a darci il campanello d’allarme che ci permette di osservare meglio e prestare attenzione a certi momenti.
Parlare quindi di destino può essere fuorviante. Noi camminiamo lungo la strada di questa vita, ma ciò che chiamiamo destino è solo il modo in cui costruiamo il significato della nostra storia personale, collegando eventi e decisioni, dando loro una trama coerente. In questo modo la sincronicità diventa un punto di svolta narrativo. Se è tutto un’interpretazione del nostro cervello, è fondamentale comprendere come questo sceglie.
Lo sappiamo: il nostro cervello funziona da traduttore per il mondo esterno ma anche come una macchina di significati. Tendiamo naturalmente a individuare pattern, connessioni e narrazioni anche in eventi casuali, il tutto ovviamente a seconda del nostro passato, della genetica, del modo in cui siamo stati cresciuti e da tante altre varianti.
Fu lo psichiatra Klaus Conrad, nel 1958, a dare per primo il concetto di apofenia: la tendenza a percepire relazioni dove potrebbero anche non esserci. Lo vediamo sia nelle credenze paranormali, nelle superstizioni, ma anche nel più classico gioco di dare una forma a una nuvola, al vedere delle facce sul cibo, o – come nel mio caso – associare un significato ai cuori che vedo. Certo, nelle forme più estreme può portare ai disturbi psicotici o alla schizofrenia, ma sicuramente saperla utilizzare al meglio e in modo sicuro può renderci più decisi e infonderci più fiducia sul momento della vita che stiamo vivendo.
Riconoscere che questi fenomeni hanno un significato psichico specifico non ne sminuisce l’esperienza, anzi: è proprio l’impatto che questo ha su chi lo vive a determinare la sua importanza. Se credo che una farfalla mi possa guidare da una parte e la seguo, potrei conoscere qualcuno di importante nella mia vita; se lascio che sia solo un pensiero sciocco, non la inseguo, vado da un’altra parte, forse non conoscerò quel qualcuno, ma magari farò un altro tipo di esperienza. Qui però si potrebbe entrare nel concetto di sliding doors o serendipità, che è meglio tralasciare per ora.
Ciò che conta sapere è che per la natura umana è fondamentale avere una risposta per tutto: l’esperienza umana ha un profondo bisogno di sentirsi parte di una storia più ampia, anche se questa appartiene al caso.
Ma, visto che vi sta scrivendo non crede al caso, io non credo che la sincronicità sia un momento in cui associamo un significato, ma un momento in cui ci mettiamo davvero all’ascolto dell’energia creatrice del tutto e che ci guida, muovendoci, proprio come fa con il sole e l’altre stelle.

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