martedì 28 aprile 2026

#Libri: Devozione

L’autrice australiana Charlotte Wood ha all’attivo numerose pubblicazioni in oltre venticinque anni di carriera, ed è grazie a Fazi Editore – collana Le strade – che possiamo leggere Devozione (Stone Yard Devotional), tradotto da Manuela Francescon e disponibile per l’acquisto dal 14 aprile 2026.

La protagonista del romanzo, volutamente anonima, lascia tutto – marito, lavoro, una vita stabile, sicura – per rifugiarsi in un convento di suore cattoliche. Non avverte nessuno, se ne va per non tornare più, e il ritmo ripetuto e cadenzato della vita del convento la spinge a riflessioni su eventi e persone che era convinta di aver lasciato alle proprie spalle. 

Questa lettura è stata un infinito viaggio.
Pur non essendo particolarmente lungo, ha avuto dalle prime pagine la capacità di catapultarmi dentro di sé, quasi come, assieme alla protagonista, avessi la possibilità di cominciare a guardare la realtà sotto un’altra lente, di avere la visione del mondo da un altro punto di vista.
Credo sia anche per quello che la donna di mezza età – e lo si percepisce soltanto quando parla del proprio vissuto, o lo esplicita – che è la voce narrante del romanzo è lasciata senza nome: un atto dovuto, una facilitazione per il lettore affinché lo stesso si possa calare più facilmente nei suoi panni, comprendere più da vicino le sue riflessioni.

E un po’ come l’ha definito Paula Hawkins, questo romanzo è davvero “Bellissimo, strano e spirituale”.
La spiritualità non è presente nel senso canonico ma nelle piccole cose, nelle riflessioni della protagonista sul dolore, sulla vita, sul perdono e, soprattutto, sulla perdita. Lei, in effetti, non è l’unica a narrare di perdite: anche i personaggi secondari sono spesso costretti ad affrontare un lutto, vedersi un affetto strappato. A volte non è nemmeno la perdita in sé a fare male, quanto il rimorso, il dolore, il rimpianto di non aver detto o fatto, o di aver detto e fatto troppo.

Nemmeno l’infinita sofferenza che viene raffigurata tra le pagine riesce, comunque, a intristire del tutto. Il lettore può facilmente comprendere come non sia altro che un veicolo per imparare a guardare il mondo da un’altra prospettiva, cercando di ascoltarsi più spesso senza, per questo motivo, dover a ogni costo ferire gli altri.
Certo, la scelta della protagonista ha ferito molte persone: lasciare tutto dall’oggi al domani per ritirarsi in un convento – senza nemmeno essere credenti! – è una scelta che stranirebbe chiunque, e probabilmente ferirebbe molte delle persone che conosciamo. È invece proprio in quell’ambiente, dove viene accolta un po’ freddamente, che lei riesce a ritrovare sé stessa e la presa su sentimenti che le sembrava di aver lasciato correre.

Quel che nonostante tutto mi ha divertita sono stati i siparietti con l’invasione di topi che il convento si ritrova ad affrontare, che vengono combattuti da tutti – suore e non – con le unghie e con i denti. Le scene un po’ macabre e grottesche non mancano, quasi come a ricordare al lettore la naturale alternanza, nella vita, di gioie e dolori. Ciò che ci fa ridere può facilmente essere sostituito da una riflessione più profonda, più cupa, e così queste ultime possono essere rimpiazzate da insoliti momenti allegri, in grado di strappare un sorriso anche nei momenti più difficili.

Consiglierei vivamente questa lettura a chiunque stia affrontando un lutto o una perdita in generale, a chi si appresta ad affrontare un grande cambiamento e a chi, invece, ha bisogno di qualcosa che lo scuota, torni a farlo vivere: in queste pagine troverà il sollievo necessario.

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