Qualche giorno fa un mio caro amico mi ha chiesto come mai non avessi figli. Ho risposto che per me mettere al mondo una persona non è una decisione da prendere tanto alla leggera, e lui è rimasto sorpreso per la scelta di aver detto proprio: “Mettere al mondo una persona”.
Per me dovrebbe essere scontato che nel momento in cui si decide di avere un figlio non si dovrebbe pensare solo ai bei vestitini, giocattoli, pappe o ninna nanne, ma anche a tutto il resto: i suoi sogni, la sua volontà, la consapevolezza di dovergli dare tutto il necessario per fargli vivere appieno la sua motivazione di vita.
Se seguite l’etichetta metafisica sapete quanto sia importante per me il concetto di anima. Se, quindi, un’anima decide di venire al mondo incarnandosi nel corpo di quello che sarà mio figlio, io devo essere sicura di potergli dare tutto, soprattutto liberarlo dalle mie aspettative.
Da qui è nata una piacevole conversazione sul peso di non sentirsi mai all’altezza. Quanti di noi hanno vissuto, o ancora vivono, con la sensazione di essere sempre osservati e giudicati, anche quando tutti intorno a noi rimangono in silenzio? Quante volte abbiamo visto sguardi abbassati, sorrisi ironici, o sospiri carichi di significato quando abbiamo avuto il coraggio di ammettere che non siamo come qualcuno ci vuole? E se tutto questo può essere facilmente passato quando si tratta di amici, fidanzati, colleghi o conoscenti, diventa più difficile lasciare andare quando sono i nostri stessi familiari, soprattutto se genitori.
Dobbiamo essere chiari e concisi: amare non è pretendere. Chi ama davvero non vuole che tu sia o faccia qualcosa, vuole solo che tu ti senta libero.
Così come è normale, azzarderei a utilizzare il termine perché è nella natura del genitore avere delle proiezioni sui propri figli, ancora di più dovrebbe essere normale per noi figli avere la consapevolezza che se deludiamo qualcuno è un suo problema. Non siamo noi a essere sbagliati, non siamo noi a doverci sentire in colpa.
Siamo cresciuti proprio con questo senso di colpa che ci ha precluso la possibilità di capire chi siamo veramente, di poter fare le nostre scelte più libere per pagare il prezzo invisibile del compiacere. Quante volte abbiamo scelto di non uscire, di non comprare qualcosa, di rimanere in silenzio altrimenti poi “mamma o papà si dispiace”? Quante volte abbiamo desistito dal cambiare strada, scelta di vita o persino di lasciare andare una relazione che non ci soddisfaceva “per non dare pensieri”? Ancora una volta, non è colpa nostra.
Non c’è mancanza di rispetto se siamo diversi da chi ci ha generato, e i loro pensieri non sono nostra responsabilità, meno che mai se riguardano l’immagine che hanno di noi.
“I miei genitori mi volevano avvocato, ma non è colpa mia se sono un’artista giramondo”, più o meno è ciò che abbiamo studiato della vita di qualsiasi artista. Pensiamo un momento come sarebbe stato il mondo se molti nomi noti – che non citerò perché sono davvero tantissimi – avessero dato retta a genitori, amici o parenti e avessero mollato con la musica, il teatro, la danza, la poesia, la letteratura… certo, non dico che siamo tutti ai loro livelli, né che seguire la strada dell’arte sia l’unica via per la felicità, ma che è arrivato il momento di recidere il cordone ombelicale che ci vuole ancora dipendenti dai genitori – anche se non lo siamo materialmente – perché ne sentiamo il peso di dover portare avanti i loro pensieri.
Non è colpa nostra se li deludiamo; non è colpa nostra se si sentono traditi di un’immagine che hanno di noi. Siamo come siamo e scegliere di vivere in libertà e fedeltà verso noi stessi è l’unica cosa che davvero conta.
Possiamo cambiare idea, strada, pensiero, pelle, possiamo farlo anche quando è difficile e se ci costa tutto, ma bisogna anche scendere a patti che non tutti capiranno e va bene così, accettiamolo. Non possiamo vivere secondo il ricatto emotivo del silenzio, o dell’interruzione del rapporto.
C’è chi resterà e chi andrà via, ma tutto questo sarà una grazia perché le relazioni che davvero contano sono quelle che rimarranno. E dopotutto, non è meglio perdere certi legami, visto che si sono dimostrati non veri? Non è anche meglio rimanere per un periodo da soli, piuttosto che avere accanto persone che ci sono solo finché siamo come ci vogliono? Non è meglio iniziare a circondarsi di chi non pretende da noi una spiegazione a tutto?
Ora, proprio perché riconosco l’importanza di tutto ciò e dell’essere sempre libera di agire come voglio, sarei davvero capace di fare lo stesso con un figlio? Mi so riconoscere estremamente possibilista alla visione di me madre accomodante, felice di tutto, ma mi conosco fin troppo bene e so anche quanto posso essere controllante, ossessiva, fredda e manipolatrice. Davvero potrei caricare una persona di tutte queste mie insicurezze, solo perché avrei paura possa un giorno allontanarsi da me per il naturale sviluppo della crescita?
Non ricordo dove lessi che il genitore più bravo e consapevole di sé, quello che mai darà traumi a un figlio, è proprio quello che non vuole diventarlo. Ecco, esatto.
Per me dovrebbe essere scontato che nel momento in cui si decide di avere un figlio non si dovrebbe pensare solo ai bei vestitini, giocattoli, pappe o ninna nanne, ma anche a tutto il resto: i suoi sogni, la sua volontà, la consapevolezza di dovergli dare tutto il necessario per fargli vivere appieno la sua motivazione di vita.
Se seguite l’etichetta metafisica sapete quanto sia importante per me il concetto di anima. Se, quindi, un’anima decide di venire al mondo incarnandosi nel corpo di quello che sarà mio figlio, io devo essere sicura di potergli dare tutto, soprattutto liberarlo dalle mie aspettative.
Da qui è nata una piacevole conversazione sul peso di non sentirsi mai all’altezza. Quanti di noi hanno vissuto, o ancora vivono, con la sensazione di essere sempre osservati e giudicati, anche quando tutti intorno a noi rimangono in silenzio? Quante volte abbiamo visto sguardi abbassati, sorrisi ironici, o sospiri carichi di significato quando abbiamo avuto il coraggio di ammettere che non siamo come qualcuno ci vuole? E se tutto questo può essere facilmente passato quando si tratta di amici, fidanzati, colleghi o conoscenti, diventa più difficile lasciare andare quando sono i nostri stessi familiari, soprattutto se genitori.
Dobbiamo essere chiari e concisi: amare non è pretendere. Chi ama davvero non vuole che tu sia o faccia qualcosa, vuole solo che tu ti senta libero.
Così come è normale, azzarderei a utilizzare il termine perché è nella natura del genitore avere delle proiezioni sui propri figli, ancora di più dovrebbe essere normale per noi figli avere la consapevolezza che se deludiamo qualcuno è un suo problema. Non siamo noi a essere sbagliati, non siamo noi a doverci sentire in colpa.
Siamo cresciuti proprio con questo senso di colpa che ci ha precluso la possibilità di capire chi siamo veramente, di poter fare le nostre scelte più libere per pagare il prezzo invisibile del compiacere. Quante volte abbiamo scelto di non uscire, di non comprare qualcosa, di rimanere in silenzio altrimenti poi “mamma o papà si dispiace”? Quante volte abbiamo desistito dal cambiare strada, scelta di vita o persino di lasciare andare una relazione che non ci soddisfaceva “per non dare pensieri”? Ancora una volta, non è colpa nostra.
Non c’è mancanza di rispetto se siamo diversi da chi ci ha generato, e i loro pensieri non sono nostra responsabilità, meno che mai se riguardano l’immagine che hanno di noi.
“I miei genitori mi volevano avvocato, ma non è colpa mia se sono un’artista giramondo”, più o meno è ciò che abbiamo studiato della vita di qualsiasi artista. Pensiamo un momento come sarebbe stato il mondo se molti nomi noti – che non citerò perché sono davvero tantissimi – avessero dato retta a genitori, amici o parenti e avessero mollato con la musica, il teatro, la danza, la poesia, la letteratura… certo, non dico che siamo tutti ai loro livelli, né che seguire la strada dell’arte sia l’unica via per la felicità, ma che è arrivato il momento di recidere il cordone ombelicale che ci vuole ancora dipendenti dai genitori – anche se non lo siamo materialmente – perché ne sentiamo il peso di dover portare avanti i loro pensieri.
Non è colpa nostra se li deludiamo; non è colpa nostra se si sentono traditi di un’immagine che hanno di noi. Siamo come siamo e scegliere di vivere in libertà e fedeltà verso noi stessi è l’unica cosa che davvero conta.
Possiamo cambiare idea, strada, pensiero, pelle, possiamo farlo anche quando è difficile e se ci costa tutto, ma bisogna anche scendere a patti che non tutti capiranno e va bene così, accettiamolo. Non possiamo vivere secondo il ricatto emotivo del silenzio, o dell’interruzione del rapporto.
C’è chi resterà e chi andrà via, ma tutto questo sarà una grazia perché le relazioni che davvero contano sono quelle che rimarranno. E dopotutto, non è meglio perdere certi legami, visto che si sono dimostrati non veri? Non è anche meglio rimanere per un periodo da soli, piuttosto che avere accanto persone che ci sono solo finché siamo come ci vogliono? Non è meglio iniziare a circondarsi di chi non pretende da noi una spiegazione a tutto?
Ora, proprio perché riconosco l’importanza di tutto ciò e dell’essere sempre libera di agire come voglio, sarei davvero capace di fare lo stesso con un figlio? Mi so riconoscere estremamente possibilista alla visione di me madre accomodante, felice di tutto, ma mi conosco fin troppo bene e so anche quanto posso essere controllante, ossessiva, fredda e manipolatrice. Davvero potrei caricare una persona di tutte queste mie insicurezze, solo perché avrei paura possa un giorno allontanarsi da me per il naturale sviluppo della crescita?
Non ricordo dove lessi che il genitore più bravo e consapevole di sé, quello che mai darà traumi a un figlio, è proprio quello che non vuole diventarlo. Ecco, esatto.

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