Chi è Millennial come me ha sicuramente visto e molto probabilmente amato la serie tv statunitense Malcolm in the middle, andata in onda dal 2000 al 2006. Malcolm (Frankie Muniz) è il figlio terzogenito di Hal (Bryan Cranston) e Lois (Jane Kaczmarek). A inizio serie ha due fratelli più grandi: Francis (Christopher Masterson), che trascorre gli ultimi anni del liceo in una scuola militare, e Reese (Justin Berfield); e uno più piccolo, Dewey (Erik Per Sullivan).
La serie mostra la vita quotidiana di una normalissima famiglia americana di inizi anni Duemila e appassiona fin da subito proprio con la sua verità nuda e cruda. Non c’è un episodio che annoia: con cinque figli maschi che spaziano dalle scuole elementari al liceo, la famiglia di Malcolm (di cui non sappiamo il cognome) vive cercando di rimanere a galla dai tantissimi problemi della vita.
Mi ripeto qui sul blog dicendo che le saghe famigliari, soprattutto se ambientate nel ventesimo secolo, sono il mio genere preferito insieme ai thriller. Quando, poi, i personaggi sono realmente esistiti, ecco che la lettura si fa per me più appassionante, divoro ogni pagina, per immedesimarmi completamente nella vicenda ed entrare a far parte di quella famiglia che altrimenti non avrei mai avuto modo di conoscere. È quanto mi è accaduto con “Clementina”, l’esordio letterario di Giuliana Salvi, che racconta la vita della sua bisnonna in un libro che emoziona proprio perché reale, seppur con qualche giusto accorgimento a favore della trama.
Lo sappiamo: nessun quadro parla dal punto di vista letterale, ma ogni opera d’arte lancia un messaggio e a volte questo può essere un urlo disperato, un grido che ci entra direttamente nella testa. Altre volte, invece, può essere un messaggio più dolce. Ugualmente importante, certo, ma con uno stile più accogliente, senza invadere e scuotere lo spettatore, piuttosto volendo accompagnarlo con grazia ed eleganza verso quello che si vuole dire. Gli aspetti che caratterizzano questa scelta possono essere uno spazio vuoto, uno sguardo sfuggente, la luce filtrata da una finestra… insomma, qualsiasi dettaglio ci dia un senso di intimità. Così siamo costretti a prenderci il nostro tempo per osservare, ponderare e arrivare poi a comprendere cosa il quadro ha voluto davvero dirci.
Immaginate di essere una donna nera di inizio Novecento. Di essere una ballerina e cantante di successo, di avere un gran numero di ammiratori e di rischiare la vita per la liberazione di un paese che non è neanche del tutto vostro. Lo fareste? Prima di rispondere alla domanda, leggiamo insieme la vita di Joséphine Baker che, nonostante sia nata e cresciuta in un contesto difficile, ha sempre saputo dire “sì” quando si è trattato di pari diritti e libertà. Il tutto senza nascondersi mai.
Ne parliamo oggi perché ieri sarebbe stato il suo centovettesimo compleanno.
Venerdì 8 maggio è uscito in rotazione radiofonica, sulle piattaforme digitali e in tutti i digital stores “La Rivoluzione”, il nuovo singolo della band romana Area765, progetto nato in seguito allo scioglimento dell’iconica band “I Ratti della Sabina”. Il brano affronta il tema del cambiamento lontano da ogni retorica convenzionale, trasformandolo in un’esperienza intima e profondamente umana. In “La Rivoluzione” non c’è spazio per slogan o letture puramente politiche: la rivoluzione diventa uno scarto laterale, una forma di disobbedienza silenziosa rispetto alle aspettative, un movimento interiore fatto di slanci, fragilità e possibilità. È proprio attraverso questa prospettiva inversa che il brano rivela, forse, la sua natura più autenticamente politica. Caratterizzato da un sound marcatamente rock, il pezzo sostiene e amplifica un testo fortemente evocativo, capace di coinvolgere l’ascoltatore in un percorso emotivo e riflessivo. Con questo nuovo singolo, gli Area765 confermano la loro identità artistica, proponendo una visione musicale e narrativa che unisce energia sonora e profondità concettuale.
È con una leggera commozione che oggi scrivo di “One After 909”, brano dei Beatles pubblicato all’interno dell’ultimo album del gruppo: “Let it be” (1970). La canzone mi riporta alla mia infanzia, quasi preadolescenza, quando ho cominciato ad ascoltare i Beatles proprio da questo album. Anche se la pubblicazione avviene nel momento in cui la band si scioglie, la sua composizione è tra le primissime del duo Lennon/McCartney nata nel 1957. C’è da dire che il loro cerchio musicale si chiude con una leggera malinconia, tra “Two of us”, “Maggie Mae”, “I’ve Got a Feeling”, “The Long and Winding Road”… e, appunto, “One After 909”.
Tempo fa abbiamo parlato delle eroine negli Anime, dei loro aspetti e dell’evoluzione che intraprendono nel corso della storia. Oggi parliamo del viaggio dell’eroe, focalizzandoci meglio sulle opere dello studio Ghibli. Del viaggio dell’eroe abbiamo parlato a profusione da ogni punto di vista; mentre abbiamo lasciato un po’ meno spazio al famoso studio cinematografico di film d’animazione giapponese. Fondato a Tokyo nel 1985 dai registi, sceneggiatori e produttori Hayao Miyazaki, Isao Takahata e dai produttori Toshio Suzuki e Yasuyoshi Tokuma, lo studio Ghibli ha dato via alla più grande produzione a livello internazionale dei prodotti cinematografici giapponesi.