venerdì 10 aprile 2026

#Costume&Società: Il paradosso dei ricordi nei social

Lo so, potrei essermi fissata con l’argomento: “Perché mostriamo la nostra vita sui social?” e in effetti è così. Da quando ho limitato l’uso dei social a quindici minuti, massimo un’ora al giorno, mi sono resa conto come io senta sempre meno il bisogno di condividere qualcosa, anche solo una canzone o una foto di una serata.


Leggendo vari commenti riguardo l’argomento mi sono imbattuta in un utente che scriveva: – più o meno – “Io condivido per conservare le foto”. 
Ma è davvero così? E a cosa può portare l’archiviazione permanente della nostra vita?
  
Dimenticare è un processo fisiologico fondamentale per il nostro cervello: eliminare le informazioni non importanti ai fini della nostra vita permette a questo di avere nuovo spazio e la flessibilità necessaria per acquisire sempre più nuove informazioni. Voler ricordare tutto, e permettere al cervello può, al contrario, diventare deleterio a lungo andare sia per la nostra salute psicofisica che per la nostra vita.
Passare, per esempio, le ore a ricordare un amore finito, una vecchia amicizia, o un momento del passato può portarci a non saper vivere più nel presente, e non ci aiuta nel processo naturale del lutto, rimanendo in una costante fase di negazione. 
Se poi consideriamo che le nostre memorie condivise pubblicamente o no sul web potrebbero sopravvivere a noi, diventa tutto molto più terribile: come potrebbero essere utilizzate da chi rimane, soprattutto da chi non ci ha mai conosciuto?


Il passato è sempre nuovo, il futuro è sempre nostalgico

- Daidō Moriyama

Il celebre fotografo giapponese spiega nel modo più accurato ed elegante possibile come l’essere umano tenda a idealizzare il passato, come se nel ieri fosse custodito tutto il bene e l’amore di cui avevamo bisogno e a cui non potremo mai tornare. Con questa convinzione tendiamo a vedere il futuro come un oscuro giorno dove tutto potrebbe andare male, proprio perché il bene è già passato.
Pubblicare tutta la nostra vita con lo scopo di “ricordare” è deleterio anche da questo punto di vista, in quanto potrebbe aumentare le dosi di rimpianto. Far cadere nell’oblio certe persone o fatti avvenuti dovrebbe essere naturale, invece noi vogliamo trattenere e conservare, secondo la logica che mostrare equivale a vivere. 
Avete presente i bambini quando giocando al parco insistono urlando ai genitori: “Mamma/Papà guardami!”, ecco condividere momenti di sé ha la stessa matrice. Sentiamo il bisogno di mostrarci e salvare tutto per darci l’illusione che solo così esistiamo, e quanti più like abbiamo, più aumenta il nostro valore.


Provo a fare un piccolo esempio, provato sulla mia pelle che vi invito a sperimentare voi stessi. Una classica uscita a cena, con una persona speciale, in uno di quei ristorantini instagrammabili nascosto nel cuore di Roma, di cui non ho mai fatto il nome neanche alle mie migliori amiche perché mai dovrà diventare di tutti. Ora, l’esperienza vissuta è ricca delle mie sensazioni, emozioni, della mia realtà soggettiva. Quando torno a casa, se voglio condividerla con i miei amici, il ricordo sarà il frutto di tutto quello che ho vissuto in prima persona, con un tasso alto di emotività. Se, invece, il momento della cena lo passo a scattare foto dalla giusta angolazione, pensando già al post che potrò farci, o a ciò che potrò scrivere sui social, sto già mettendo un filtro a quella realtà, introducendo una domanda implicita: “Cosa voglio dimostrare di questa cena?” che andrà inevitabilmente a intaccare il ricordo che ne avrò, perdendo così non solo la sua autenticità, ma anche una mia riservatezza, visto che tutti vedranno ciò che dovrebbe rimanere privato. Divento così la spettatrice della mia vita, a discapito di esserne protagonista.

Nel primo caso si vive il presente per il presente, nel secondo il presente diventa già passato e lo si comincia a vivere in funzione del suo ricordo: “come apparirò?”, “cosa potrebbero pensare di me?” “cosa vorrò ricordare domani?”. E se dovessimo normalizzare questo comportamento tossico da maniaci del controllo, dove finirebbe la profondità dei ricordi? O, peggio, il capirci davvero, la consapevolezza di ciò che siamo?

Con questo non voglio, ovviamente, dire che non si devono scattare foto durante le uscite, semplicemente che non dovrebbero essere un obbligo, né tantomeno un primo pensiero. Forse sono troppo Millennial, ma vi assicuro che ho comunque vissuto la mia vita, anche se ho cominciato ad avere telefoni con fotocamera nel 2005 (a sedici anni) e con la connessione a internet dopo il 2010 (dopo i ventuno). 
Forse, però, per me è facile parlare così perché non sono un’amante del rivedere foto e video...

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