Poetessa e romanziera danese, Tove Ditlevsen è celebre per la Trilogia di Copenhagen – Infanzia, Gioventù e Dipendenza – nelle quali narra la propria vita nella capitale danese degli anni Venti e Trenta, passando per quattro matrimoni, quattro divorzi e una dipendenza da alcol e droghe che la portano al suicidio nel 1976, a soli cinquantotto anni.
I volti, pubblicato da Fazi Editore il 31 marzo 2026, è uno dei romanzi fondamentali dell’autrice, in corso di pubblicazione in molti paesi.
I volti, pubblicato da Fazi Editore il 31 marzo 2026, è uno dei romanzi fondamentali dell’autrice, in corso di pubblicazione in molti paesi.
Ho cominciato a scrivere questa recensione a metà libro, e avrei voluto scoprire prima alcuni dettagli di cui vengo a conoscenza soltanto ora. Non avendo letto la Trilogia di Copenhagen non avevo idea del vissuto dell’autrice, e credo che per comprendere appieno le sfumature di questo romanzo sia invece necessario – un po’ come quando, durante le lezioni di letteratura italiana a scuola, si partiva dalla vita degli autori per comprendere la piena portata delle opere.
In questo caso, la travagliata vita dell’autrice potrebbe essere parte di quel che, nero su bianco, si trova dentro I volti.
La protagonista Lise Mundus – cognome da nubile della madre dell’autrice, tra l’altro. Un altro particolare che non avrei colto senza aver letto la biografia di Ditlevsen – è un’affermata scrittrice di libri per bambini, con un marito fedifrago, tre figli e un’insolita aiutante domestica.
Sin dal principio della lettura è complicato comprendere cosa sia vero e cosa no: il lettore viene immediatamente catapultato nella psiche della protagonista, che si trova ad accogliere il dolore del marito, affranto per il suicidio della propria amante.
Questo momento rappresenta il punto di rottura iniziale, e Lise si trova suo malgrado in una spirale discendente nella quale non distingue più la realtà da ciò che la sua mente malata le propone.
Volti che si deformano, che si affacciano dai posti più improbabili, voci che parlano dai termosifoni. Le allucinazioni di Lise sono visive e auditive, e nella sua mente sono la verità, sono gli altri – soprattutto il marito Gert e Gitte, la ragazza che l’aiuta in casa con i figli – che vogliono convincerla di essere pazza.
È così che Lise trascorre un mese circa in un ospedale psichiatrico, nella convinzione d’essere sana e di fingere d’essere malata solo per ingannare chi vuole farle credere che lo sia davvero.
Giunta alla fine confermo l’idea che ho abbracciato a metà lettura: per quanto lo stile sia coinvolgente e il libro davvero interessante, con un argomento tutto sommato difficile da trattare, l’esperienza di lettura risulta ancora più immersiva conoscendo la vita dell’autrice che l’ha scritto.
Ditlevsen ha messo nero su bianco una parte del suo mondo, partendo da una protagonista scrittrice e arrivando ai problemi psichiatrici, lasciando al lettore la possibilità di avere un terribile scorcio su una mente malata, costringendoci a calarci nei panni di chi esce dagli schemi, la cui psiche non funziona secondo lo schema “naturale” (sebbene la domanda sia legittima: chi decide ciò che è normale e ciò che non lo è?).
Nella narrativa troviamo quindi esperienze personali, la possibilità di poter guardare il mondo dagli occhi di chi, a volte, lo vede in modo completamente diverso da noi. E, in fondo, chi non sente qualche voce ogni tanto?
In questo caso, la travagliata vita dell’autrice potrebbe essere parte di quel che, nero su bianco, si trova dentro I volti.
La protagonista Lise Mundus – cognome da nubile della madre dell’autrice, tra l’altro. Un altro particolare che non avrei colto senza aver letto la biografia di Ditlevsen – è un’affermata scrittrice di libri per bambini, con un marito fedifrago, tre figli e un’insolita aiutante domestica.
Sin dal principio della lettura è complicato comprendere cosa sia vero e cosa no: il lettore viene immediatamente catapultato nella psiche della protagonista, che si trova ad accogliere il dolore del marito, affranto per il suicidio della propria amante.
Questo momento rappresenta il punto di rottura iniziale, e Lise si trova suo malgrado in una spirale discendente nella quale non distingue più la realtà da ciò che la sua mente malata le propone.
Volti che si deformano, che si affacciano dai posti più improbabili, voci che parlano dai termosifoni. Le allucinazioni di Lise sono visive e auditive, e nella sua mente sono la verità, sono gli altri – soprattutto il marito Gert e Gitte, la ragazza che l’aiuta in casa con i figli – che vogliono convincerla di essere pazza.
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| Foto di Leiada Krözjhen su Unsplash |
Giunta alla fine confermo l’idea che ho abbracciato a metà lettura: per quanto lo stile sia coinvolgente e il libro davvero interessante, con un argomento tutto sommato difficile da trattare, l’esperienza di lettura risulta ancora più immersiva conoscendo la vita dell’autrice che l’ha scritto.
Ditlevsen ha messo nero su bianco una parte del suo mondo, partendo da una protagonista scrittrice e arrivando ai problemi psichiatrici, lasciando al lettore la possibilità di avere un terribile scorcio su una mente malata, costringendoci a calarci nei panni di chi esce dagli schemi, la cui psiche non funziona secondo lo schema “naturale” (sebbene la domanda sia legittima: chi decide ciò che è normale e ciò che non lo è?).
Nella narrativa troviamo quindi esperienze personali, la possibilità di poter guardare il mondo dagli occhi di chi, a volte, lo vede in modo completamente diverso da noi. E, in fondo, chi non sente qualche voce ogni tanto?


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