venerdì 29 maggio 2026

#DivinaCommedia: Canto XXVI - Purgatorio

Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.



Oggi analizziamo il ventiseiesimo canto del Purgatorio, dove incontreremo le anime dei lussuriosi, in special modo quelle di Guido Guinizzelli e Arnaldo Daniello. Prima di inoltrarci vorrei ricordare che stiamo in un contesto storico molto diverso dal nostro, anche se Dante può sorprendere e molto sulla sua apertura mentale.

Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.  
 
Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;

feriami il sole in su l’omero destro,
che già, raggiando, tutto l’occidente
mutava in bianco aspetto di cilestro;

e io facea con l’ombra più rovente
parer la fiamma; e pur a tanto indizio
vidi molt’ombre, andando, poner mente.

Questa fu la cagion che diede inizio
loro a parlar di me; e cominciarsi
a dir: «Colui non par corpo fittizio»;

poi verso me, quanto potëan farsi,
certi si fero, sempre con riguardo
di non uscir dove non fosser arsi.

«O tu che vai, non per esser più tardo,
ma forse reverente, a li altri dopo,
rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.

Né solo a me la tua risposta è uopo;
ché tutti questi n’ hanno maggior sete
che d’acqua fredda Indo o Etïopo.

Dinne com’è che fai di te parete
al sol, pur come tu non fossi ancora
di morte intrato dentro da la rete».

Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
già manifesto, s’io non fossi atteso
ad altra novità ch’apparve allora;

ché per lo mezzo del cammino acceso
venne gente col viso incontro a questa,
la qual mi fece a rimirar sospeso.

Lì veggio d’ogne parte farsi presta
ciascun’ombra e basciarsi una con una
sanza restar, contente a brieve festa;

così per entro loro schiera bruna
s’ammusa l’una con l’altra formica,
forse a spïar lor via e lor fortuna.

Tosto che parton l’accoglienza amica,
prima che ’l primo passo lì trascorra,
sopragridar ciascuna s’affatica:

la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
e l'altra: «Ne la vacca entra Pasife,
perché 'l torello a sua lussuria corra».

Poi, come grue ch’a le montagne Rife
volasser parte, e parte inver’ l’arene,
queste del gel, quelle del sole schife,

l’una gente sen va, l’altra sen vene;
e tornan, lagrimando, a’ primi canti
e al gridar che più lor si convene;

e raccostansi a me, come davanti,
essi medesmi che m’avean pregato,
attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.

I tre poeti cominciano a camminare lungo la cornice. Dante, essendo l’unico vivo, sta ben attento a procedere rimanendo attaccato alla parete, per non rischiare di bruciarsi con il resto della cornice completamente invasa dalle fiamme
.

Come al solito le anime sono incuriosite da un vivo, ma questa volta non lo riconoscono dall’ombra che fa mentre cammina, bensì dallo scurirsi della fiamma al suo passaggio. Un’anima si avvicina a lui per fargli la solita domanda (chi è e come mai un vivo è tra di loro?), ma la risposta viene tardata perché subito dopo un’altra schiera di anime arriva incontro alla prima e in quel momento i due gruppi si scambiano baci veloci e casti. Poi continuano a camminare ognuno per il proprio verso, gridando esempi di castità e cantando inni al Signore.
In quel momento, l’anima che aveva posto la domanda a Dante e le altre del suo gruppo, si accostano di nuovo a lui, in attesa della risposta.

Partiamo con la prima immagine: l’intera cornice invasa dalle fiamme e Dante che procede con più lentezza e attenzione, sostenuto anche da Virgilio che lo rassicura ci penserà lui a indicargli gli eventuali pericoli che Dante, per il fuoco, potrebbe non vedere. 
La lussuria, si sa, è un peccato che coinvolge proprio tutti noi esseri umani ed è anche tra quelli più facili da commettere, proprio perché basta un attimo per cascarci. Non vorrei entrare nei dettagli, ma credo che a tutti noi sia capitato di chiederci come sia stato possibile cedere così tanto facilmente con una persona.

Il procedere in senso orario delle anime qui presenti è un qualcosa che troveremo solamente in questo canto e ovviamente il bacio che si scambiano è casto proprio perché non ha nulla a che vedere con la passione di cui si stanno purificando.
Le due schiere ricordano episodi differenti: le prime ricordano Pasife, le seconde Sodoma e Gomorra.

Veniamo così a una maggiore conoscenza di tutte loro: Pasife è, secondo il mito di Ovidio, la regina che, innamoratasi di un toro a seguito della maledizione di Poseidone, si fa costruire una vacca di legno solamente per potersi nascondere dentro e così unirsi a lui. Dall’atto nascerà il Minotauro. Per Sodoma e Gomorra penso non serva dare spiegazioni.

Dobbiamo osservare un fatto importante: è ovvio che la prima schiera si rifà agli eterosessuali e la seconda agli omosessuali, però notiamo come anche la prima come esempi di lussuria punita ricorda un atto che va contro natura: un’umana che giace con un animale. Così – e questo lo vedremo più avanti – capiamo che non è la persona con cui si va a letto a renderci sbagliati, ma l’atto in sé se fatto in un certo modo, anche questo lo vedremo più avanti.
Altro fatto da attenzionare: gli omosessuali non vengono condannati all’Inferno solo per esserlo. Loro sono esattamente uguali agli altri, almeno per la concezione Divina, e anche loro avranno diritto, una volta espiato il peccato, di entrare in Paradiso.
E ancora: ricordiamoci che stiamo nell’ultima cornice del Purgatorio. Gli ultimi tre peccati, quelli legati al troppo amore per le cose terrene (avarizia, gola e lussuria), sono tra i più facili in cui incappare e riguardano proprio tutti noi, nessuno escluso.

Io, che due volte avea visto lor grato,
incominciai: «O anime sicure
d’aver, quando che sia, di pace stato,

non son rimase acerbe né mature
le membra mie di là, ma son qui meco
col sangue e con le sue giunture.

Quinci sù vo per non esser più cieco;
donna è di sopra che m’acquista grazia,
per che ’l mortal per vostro mondo reco.

Ma se la vostra maggior voglia sazia
tosto divegna, sì che ’l ciel v’alberghi
ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,

ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
chi siete voi, e chi è quella turba
che se ne va di retro a’ vostri terghi".

Non altrimenti stupido si turba
lo montanaro, e rimirando ammuta,
quando rozzo e salvatico s’inurba,

che ciascun’ombra fece in sua paruta;
ma poi che furon di stupore scarche,
lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,

«Beato te, che de le nostre marche»,
ricominciò colei che pria m’inchiese,
«per morir meglio, esperïenza imbarche!

La gente che non vien con noi, offese
di ciò per che già Cesar, trïunfando,
‘Regina’ contra sé chiamar s’intese:

però si parton ‘Soddoma’ gridando,
rimproverando a sé com’ hai udito,
e aiutan l’arsura vergognando.

Nostro peccato fu ermafrodito;
ma perché non servammo umana legge,
seguendo come bestie l’appetito,

in obbrobrio di noi, per noi si legge,
quando partinci, il nome di colei
che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.

Dante spiega ancora una volta il perché si trovi in quel luogo e che presto incontrerà una donna (Beatrice, la Grazia, la teologia) che lo condurrà direttamente in Paradiso, per poi poter tornare nel mondo dei vivi
. Proprio per questo gli chiede di sapere i nomi qui presenti e di come dovrà parlare di loro una volta finita l’esperienza ultraterrena.

L’anima si compiace, benedicendo Dante della sua possibilità di purificarsi prima del tempo. Poi spiega che gli altri in vita erano omosessuali, mentre loro… emarfroditi.

Ora, con la mente di questa società potremmo dire che le anime qui presenti siano solo omosessuali e bisessuali, senza alcun etero, ma la realtà è che all’epoca il termine emafrodita veniva utilizzato per gli etero che utilizzavano il sesso andando contro natura: cioè seguendo solo l’istinto, proprio come fanno gli animali.
Ermafrodito, sempre secondo Ovidio, era il figlio di Ermes (Mercurio) e Venere che, unendosi con la ninfa Salmace, formò un unico corpo con le caratteristiche di entrambi i sessi.      

Or sai nostri atti e di che fummo rei:
se forse a nome vuo’ saper chi semo,
tempo non è di dire, e non saprei.

Farotti ben di me volere scemo:
son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
per ben dolermi prima ch’a lo stremo".

Quali ne la tristizia di Ligurgo
si fer due figli a riveder la madre,
tal mi fec’io, ma non a tanto insurgo,

quand’io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amor usar dolci e leggiadre;

e sanza udire e dir pensoso andai
lunga fïata rimirando lui,
né, per lo foco, in là più m’appressai.

Poi che di riguardar pasciuto fui,
tutto m’offersi pronto al suo servigio
con l’affermar che fa credere altrui.

Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
che Letè nol può tòrre né far bigio.

Ma se le tue parole or ver giuraro,
dimmi che è cagion per che dimostri
nel dire e nel guardar d’avermi caro».

E io a lui: «Li dolci detti vostri,
che, quanto durerà l’uso moderno,
faranno cari ancora i loro incostri».

«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.

Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.

A voce più ch’al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.

Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ ha vinto il ver con più persone.

Or se tu hai sì ampio privilegio,
che licito ti sia l’andare al chiostro
nel quale è Cristo abate del collegio,

falli per me un dir d’un paternostro,
quanto bisogna a noi di questo mondo,
dove poter peccar non è più nostro».

L’anima si presenta a Dante e dice di essere Guido Guinizzelli
. Appena il Poeta sente il nome, gli viene voglia di abbracciarlo, proprio come fecero i figli di Isifile per poterla salvare da morte certa, ma fortunatamente riesce a fermarsi. Ricordiamo infatti che vi è sempre un’enorme fiamma ad avvolgere il tutto. Così Dante si accontenta solo di contemplare l’anima che ha davanti, che a tutti gli effetti è il suo idolo puro, l’iniziatore, il suo maestro.

L’anima sembra aver capito i sentimenti di Dante solo dalla sua reazione, tanto che ne rimane così sorpreso che è sicuro si ricorderà di lui anche una volta in Paradiso.
Tra i due nasce una piacevole chiacchierata, dove Dante esalta Guinizzelli per la sua poesia e le sue opere e non si sottrae all’invettiva contro chi lo critica portando a esempio alti autori noti al tempo.
Alla fine Guinizzelli dice a Dante di pregare per loro con un semplice Padre Nostro, potendo omettere anche l’ultima parte: “e non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male”, perché in Purgatorio non possono più essere tentati dal maligno.

Guido Guinizzelli nasce intorno al 1230 a Bologna. Studiando alla scuola siciliana, si allontana da quel pensiero per poter scrivere, forse in maniera ossessiva, solo d’amore, tralasciando altri temi come quelli morali e politici. Sarà proprio questa scelta a dare origine al Dolce Stil Novo, da cui Dante attingerà, creando poi un altro tema più profondo: la donna in versione angelica (a rappresentare la Grazia) come unico tramite per giungere a Dio. Guinizzelli muore nel 1276, quindi è altamente probabile che il suo essere già nellultima cornice del Purgatorio derivi dal fatto che si fosse convertito già in vita. 
Guinizzelli si dichiara sicuro di ricordarsi di Dante in Paradiso quando, passato il fiume Lete, dimenticherà anche il ricordo del peccato.


L’episodio di Isifile è narrato da Stazio (che pur silenzioso è ancora presente accanto a Dante e Virgilio): lei era una schiava del re Licurgo. Mentre avrebbe dovuto controllare Ofelte, il figlio di lui, si incammina con i Greci per guidarli alla fonte Langia. Il bambino, rimasto senza supervisione, viene morso da un serpente e muore. Così la schiava viene condannata a morte ma i figli di lei corrono ad abbracciarla e, tenendola stretta, la sottraggono dalle schiere che l’avrebbero uccisa.

Poi vi prego di perdonarmi, ma non riesco a parlare dell’invettiva di Dante e delle numerose frecciatine per gli altri poeti, ci metterei un’altra ora solo per riordinare tutte le idee. Ci basti pensare che per Dante Guinizzelli è il top, il resto non conta.

Poi, forse per dar luogo altrui secondo
che presso avea, disparve per lo foco,
come per l’acqua il pesce andando al fondo.

Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
e dissi ch’al suo nome il mio disire
apparecchiava grazïoso loco.

El cominciò liberamente a dire:
«Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’ esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!".

Poi s’ascose nel foco che li affina.

Finito il discorso con Guido che sparisce nella fiamma, si fa avanti un’altra anima, indicata dallo stesso Guinizzelli, che è quella di Arnaldo Daniello. Lui parla in provenzale a Dante e, altro caso unico, riporta le parole proprio in quella stessa lingua. Anche qui, molti autori e storici sostengono che i versi non fossero esatti, ma chi siamo noi a giudicare Dante, che ha scritto in un’altra lingua, in un’epoca senza Intelligenza Artificiale? Suvvia.


Arnaldo Daniello nacque tra il 1150 e il 1160, forse a Ribera in Dordogna. Fu tra i più grandi sostenitori della concezione ermetica della poesia e fu l’inventore della sestina: una canzone composta da sei stanze, di sei versi endecasillabi ciascuna. Ogni stanza è composta da parole-rime che si susseguono in altre stanze, ma con un altro ordine. Muore tra il 1210 e il 1220

Al prossimo mese, a un passo dal Paradiso...

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