Capita sempre: quando si desidera qualcosa si fa l’errore di pensare che tentare fino all’ossessione sia l’unico modo per poterla ottenere e quando questi tentativi falliscono, arriva la frustrazione, carica delle più grandi paranoie.
Allora si ricomincia, si continua, si fa di tutto per dimostrare che non siamo dei falliti, che solo chi l’ha dura vince, che uno su mille ce la fa perché è l’unico che non ha mai mollato.
Non è vero. O meglio, non è sempre vero. Ci sono dei casi in cui l’unica vera soluzione è mollare la presa. Lasciare andare un sogno, un ideale, una costruzione meccanica del nostro essere ed è proprio in quell’azione di liberazione che arrivano le risposte, le occasioni, gli incontri che cambiano la vita.
Quando desideriamo qualcosa (amore, lavoro, salute, successo…) con troppa tensione il cervello entra in modalità mancanza. Così l’attenzione si restringe, aumentano ansia e controllo che ci fanno diventare, paradossalmente, meno efficaci. Questo paradosso lo possiamo sperimentare nella vita quotidiana, quando non ci viene in mente una parola, ma arriva quando smettiamo di pensarci. O quando non riusciamo ad addormentarci, finché non smettiamo di provarci. O ancora, quando ci alleniamo troppo e i muscoli ne risentono così tanto da imporci il riposo.
Lo sforzo eccessivo, insomma, attiva stress e ipercontrollo che inevitabilmente influiscono sulla creatività, lucidità e capacità relazionale. In questo modo non possiamo pretendere di fare (nel linguaggio comune ora è manifestare) nuove esperienze, nuove relazioni o il nuovo in generale se stiamo sempre a pensare che ci manca quel nuovo.
Mi ci è voluta letteralmente una vita per comprendere che smettere di cercare non significa rinunciare, solo togliere la pressione. Me lo ripeto sempre: osservare la terra che nasconde il seme non farà crescere più velocemente la pianta. Questa crescerà, con i suoi tempi.
Allo stesso modo, quando ho iniziato con il blog e soprattutto quando sono rimasta da sola per la maggior parte del tempo, credevo che ipercontrollare i numeri, organizzare i giorni di scrittura e programmare certi incontri mi potesse aiutare ad accelerare il tempo fino al giorno in cui avrei potuto finalmente dire: “Ah, vivo del mio lavoro”. Niente di più sbagliato.
È solo quando ho accettato un lavoro a tempo pieno, che mi ha tenuta lontana dal mio pc e dal blog, e che ho dovuto inesorabilmente lasciare andare quel progetto di vita che con tutta leggerezza mi sono potuta concentrare meglio, notando persino opportunità che avevo sempre avuto sotto il naso ma che prima ignoravo. Senza quell’urgenza mentale del “deve succedere subito”, mi sono rilassata, sono diventata più sicura, mentre prima ero in perenne stato di bisogno. E allora le decisioni sulla mia vita, in toto, che ho sempre preso spinta dal mio istinto, hanno lasciato quel sottotesto di paura, apparendo sempre azzeccate.
Il lavoro è aumentato, dandomi entrate sicure, ho ampliato la mia cerchia sociale, ho il tempo libero necessario per ricaricarmi e tutto questo senza influire minimamente sul blog. Ho trovato quello che cercavo non perché l’universo mi ha premiata, ma perché ho smesso di sabotare il processo con l’ansia del risultato.
Volere, desiderare qualcosa, è sano. Ma volerlo al punto da sentirsi bisognosi di quello può compromettere gravemente la nostra vita. Rischiamo quindi di circondarci di persone sbagliate pur di non rimanere soli; accettiamo lavori inadatti e con ambienti tossici per paura di perdere l’occasione; o forziamo situazioni tanto da farci dire: “stavo al posto sbagliato nel momento sbagliato”.
Togliere l’attenzione al: “deve accadere per forza” porta più spazio al “accade solo quello che è giusto”. E no, non è passività. Mi arrabbio sempre quando mi danno della passiva.
Non cercare non significa stare sul divano ad aspettare la chiamata miracolosa. Significa: non rincorrere, non controllare ogni dettaglio, non leggere ogni evento negativo come segno di fallimento e soprattutto liberarsi dalla falsa credenza del: “senza questa cosa non valgo”.
Bisogna sempre rimanere in movimento, fare ogni giorno almeno un’azione che ci avvicini alla meta ma senza l’attaccamento al risultato. Togliendoci dalla modalità sopravvivenza sappiamo per certo che il nostro valore è già alto, puro e riconosciuto. Da questo bisogna solo vedere cosa arriva.
Allora si ricomincia, si continua, si fa di tutto per dimostrare che non siamo dei falliti, che solo chi l’ha dura vince, che uno su mille ce la fa perché è l’unico che non ha mai mollato.
Non è vero. O meglio, non è sempre vero. Ci sono dei casi in cui l’unica vera soluzione è mollare la presa. Lasciare andare un sogno, un ideale, una costruzione meccanica del nostro essere ed è proprio in quell’azione di liberazione che arrivano le risposte, le occasioni, gli incontri che cambiano la vita.
Quando desideriamo qualcosa (amore, lavoro, salute, successo…) con troppa tensione il cervello entra in modalità mancanza. Così l’attenzione si restringe, aumentano ansia e controllo che ci fanno diventare, paradossalmente, meno efficaci. Questo paradosso lo possiamo sperimentare nella vita quotidiana, quando non ci viene in mente una parola, ma arriva quando smettiamo di pensarci. O quando non riusciamo ad addormentarci, finché non smettiamo di provarci. O ancora, quando ci alleniamo troppo e i muscoli ne risentono così tanto da imporci il riposo.
Lo sforzo eccessivo, insomma, attiva stress e ipercontrollo che inevitabilmente influiscono sulla creatività, lucidità e capacità relazionale. In questo modo non possiamo pretendere di fare (nel linguaggio comune ora è manifestare) nuove esperienze, nuove relazioni o il nuovo in generale se stiamo sempre a pensare che ci manca quel nuovo.
Mi ci è voluta letteralmente una vita per comprendere che smettere di cercare non significa rinunciare, solo togliere la pressione. Me lo ripeto sempre: osservare la terra che nasconde il seme non farà crescere più velocemente la pianta. Questa crescerà, con i suoi tempi.
Allo stesso modo, quando ho iniziato con il blog e soprattutto quando sono rimasta da sola per la maggior parte del tempo, credevo che ipercontrollare i numeri, organizzare i giorni di scrittura e programmare certi incontri mi potesse aiutare ad accelerare il tempo fino al giorno in cui avrei potuto finalmente dire: “Ah, vivo del mio lavoro”. Niente di più sbagliato.
È solo quando ho accettato un lavoro a tempo pieno, che mi ha tenuta lontana dal mio pc e dal blog, e che ho dovuto inesorabilmente lasciare andare quel progetto di vita che con tutta leggerezza mi sono potuta concentrare meglio, notando persino opportunità che avevo sempre avuto sotto il naso ma che prima ignoravo. Senza quell’urgenza mentale del “deve succedere subito”, mi sono rilassata, sono diventata più sicura, mentre prima ero in perenne stato di bisogno. E allora le decisioni sulla mia vita, in toto, che ho sempre preso spinta dal mio istinto, hanno lasciato quel sottotesto di paura, apparendo sempre azzeccate.
Il lavoro è aumentato, dandomi entrate sicure, ho ampliato la mia cerchia sociale, ho il tempo libero necessario per ricaricarmi e tutto questo senza influire minimamente sul blog. Ho trovato quello che cercavo non perché l’universo mi ha premiata, ma perché ho smesso di sabotare il processo con l’ansia del risultato.
Volere, desiderare qualcosa, è sano. Ma volerlo al punto da sentirsi bisognosi di quello può compromettere gravemente la nostra vita. Rischiamo quindi di circondarci di persone sbagliate pur di non rimanere soli; accettiamo lavori inadatti e con ambienti tossici per paura di perdere l’occasione; o forziamo situazioni tanto da farci dire: “stavo al posto sbagliato nel momento sbagliato”.
Togliere l’attenzione al: “deve accadere per forza” porta più spazio al “accade solo quello che è giusto”. E no, non è passività. Mi arrabbio sempre quando mi danno della passiva.
Non cercare non significa stare sul divano ad aspettare la chiamata miracolosa. Significa: non rincorrere, non controllare ogni dettaglio, non leggere ogni evento negativo come segno di fallimento e soprattutto liberarsi dalla falsa credenza del: “senza questa cosa non valgo”.
Bisogna sempre rimanere in movimento, fare ogni giorno almeno un’azione che ci avvicini alla meta ma senza l’attaccamento al risultato. Togliendoci dalla modalità sopravvivenza sappiamo per certo che il nostro valore è già alto, puro e riconosciuto. Da questo bisogna solo vedere cosa arriva.

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