venerdì 22 maggio 2026

#Metafisica: La sensazione di “essere fuori posto” – Errore o chiamata?

Arrivata a trentasette anni, mi sono resa conto che tutti i miei coetanei hanno provato almeno una volta nella vita la sensazione di non appartenere completamente al mondo che li circonda. Ovviamente è accaduto anche a me. Non è necessariamente una sensazione drammatica o dolorosa, spesso è solo un sentirsi distanti da qualcosa di impercettibile, come se si osservasse la realtà da un piccolo passo indietro.


Si continua a vivere la vita come se nulla fosse, eppure dentro è sempre presente la sensazione che qualcosa non combaci del tutto, come se ci si trovasse in un posto giusto solo in parte. I più la combattono cedendo alla pressione sociale sposandosi e facendo figli, convinti che così quella sensazione possa svanire. La realtà è che diventa solo più grande.

Così si continua per tutta la vita, e proprio per questo tale esperienza è tra le più diffuse nell’intera umanità, anche se i più non l’ammettono. Ma qual è la sua spiegazione? Vediamolo insieme… 
 
È capitato a chiunque di osservare gli altri e vederli muoversi nel mondo con naturalezza, mentre noi siamo come bloccati, chiedendoci se abbiamo fatto quello che volevamo. A volte ci sentiamo come senza obiettivi, su di una strada che continuiamo a percorrere ma che non riconosciamo più. In questo contesto si vive con un distacco che non ha nulla di emotivo, proprio come fossimo dei semplici osservatori che riflettono su quanto sta loro accadendo.
Qui possiamo comportarci in due modi differenti: o continuiamo a ignorare la sensazione, aumentando il nostro senso di solitudine e rimanendo sempre meno sincronizzati con la vita, o prendiamo una consapevolezza più profonda: stiamo ora in uno spazio dove possiamo far maturare pensieri, intuizioni e domande che, forse, non sarebbero mai emerse.

In una società che premia la produttività, la velocità, l’efficienza e la sicurezza pensare di rallentare non è logico, e di conseguenza vediamo il momento come qualcosa di negativo. Più siamo sensibili, più questo negativo ci può opprimere al punto da non riuscire a rimanere nell’attesa, o nel momento, perché può farci male persino da un punto di vista fisico.
Se invece accettassimo il fatto che non possiamo sempre essere come la società ci impone, ecco che potremmo finalmente considerare il fatto che tutto ha un suo peso. Le emozioni, i dettagli, le parole, i gesti, i pensieri… tutto ha una sua vibrazione e tutto deve essere scelto con cura, mai a caso, per non cadere nella trappola di perdere il proprio vero Io.

Ecco quindi che se ci centriamo in questo punto: il conoscere noi stessi, vediamo che la sensazione di essere fuori posto può essere la famosa chiamata che ci sprona a riprendere le redini della nostra vita.
In molte tradizioni filosofiche e spirituali esiste l’idea che ogni persona abbia una direzione, una vocazione o una strada da scoprire nel corso della propria vita. Non deve essere per forza una missione straordinaria, destinata a cambiare il destino dell’umanità, né è necessariamente qualcosa di evidente fin dall’inizio della nostra vita. Spesso è un processo lento, fatto di tentativi, cambiamenti, scoperte graduali e anche tante cadute che insegnano la forza di rialzarci.

Con questo punto di vista acquisito, ecco che è il momento ci porci davanti a una domanda fondamentale: chi sono realmente? Se ci guardassimo come di fronte a uno specchio, se ci togliessimo tutte le etichette che ci siamo dati (sono il lavoro che faccio, sono le persone che amo, sono i miei interessi…), cosa rimarrebbe?
Non esiste una risposta immediata. Alcune persone impiegano anni a rispondere, per capire a cosa sono davvero destinate. Come accennato prima, il percorso è incerto, pieno di sentieri tortuosi ma il semplice fatto di avere il coraggio di porsi questa domanda dà inizio a un processo di potente cambiamento.

E anche se riuscissimo a rispondere alla domanda, non è detto che avremmo il coraggio di vivere la vita così come la risposta che ci siamo dati.
Mettiamo il fatto che una donna, madre e forse anche nonna sessantenne, scoprisse di essere nata per scrivere canzoni, dopo una vita passata come commessa in un negozio di gioielli. Come la farebbe sentire rendersi conto di aver sprecato tempo, di non aver neanche mai preso in mano un foglio e una penna per scrivere?
La nostra mente razionale risponderebbe che sarebbe terribile, qualcosa da evitare a tutti i costi, addirittura qualcosa a cui neanche pensare. E se invece fosse la scoperta più gioiosa che potremmo fare su noi stessi? Se scoprissimo che non esiste il tempo perso e che tutto è accaduto per un motivo? E che quella chiamata, così insistente e così folle fosse semplicemente un richiamo, un: “Hey, ti sei scordato di te, ritrovati”? Allora capiremmo che non abbiamo proprio nulla di cui preoccuparci e guardarci dentro ogni giorno non farebbe poi così tanta paura.


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