lunedì 19 gennaio 2026

#Costume&Società: Come siamo passati dal diario segreto al profilo pubblico? Intimità, social e bisogno di essere visti

Invecchiare significa non riuscire più a capire le nuove generazioni, e su questo fortunatamente sto tranquilla perché se c’è una cosa che so fare bene è adattarmi ai nuovi modi di pensare. Mi sono così resa conto che nel mio caso invecchiare significa riconoscere come completamente sbagliati gli atteggiamenti tipici dei miei coetanei, soprattutto lo spiattellare la propria vita sui social.


Già l’ho spiegato negli articoli precedenti: non sono una combattente antisocialmedia, semplicemente trovo ridicolo postare ogni singolo fatto, soprattutto se crediamo fermamente che questo possa interessare qualcuno che non sia nostro amico o famigliare.

Oggi voglio semplicemente parlare di come abbiamo possiamo considerare normale e giustificato il rendere il mondo partecipe  anche delle nostre cose più intime, con una piccola riflessione: ci stiamo davvero mostrando per ciò che siamo o ci stiamo in realtà nascondendo dietro l’ennesima maschera?
  
Sono tra gli ultimi figli degli anni Ottanta, cresciuta con quella spensieratezza tutta anni Novanta e inizi Duemila dove c’erano segreti che si dovevano custodire e non rivelare mai, neanche alla migliore amica che ho avuto la fortuna di avere davanti casa e conoscere dall’asilo nido. Se qualcuno della cerchia più stretta si azzardava a leggere il diario dove li trascrivevo, per esempio, potevano finire amicizie sacre, così ho sempre continuato a coltivare il mio giardino segreto, quel luogo che è mio e solo mio e che se qualcosa da quel posto esce a favor di social o di messaggi, o persino se lo racconto, è sempre da me cambiato perché nessuno deve davvero sapere cosa vi è.
In questo modo mi trovo sempre sbalordita quando scrollando nei miei quindici minuti al giorno di social ritrovo gente che parla apertamente di un suo problema, di un suo limite, come se qualche centinaia di migliaia di like fosse più importante della propria intimità.

Mi chiedo da dove sia iniziato questa voglia di condividere. Siamo forse cresciuti con troppe serie tv, film o anime da voler continuamente ricercare uno scossone nella nostra vita? Abbiamo forse assimilato i comportamenti nati da “Non è la Rai” o “Amici” – il primo Amici, dove si parlava dei problemi degli adolescenti con una telecamera puntata addosso – che ci hanno fatto pensare che siamo così estremamente interessanti da pretendere un’attenzione puntata su di noi come, quando e quanto vogliamo noi?
Eppure i nostri genitori ci hanno detto che nulla di quanto vedevamo alla televisione era vero – almeno, avrebbero dovuto – e che anche quelli che pensavamo come i primi reality veri e sinceri al cento per cento seguivano un copione progettato per tenere gli spettatori incollati al divano.

Così quando internet ha permesso i primi blog abbiamo fatto di tutto per rendere la nostra adolescenza sempre più estrema, ostentando un’unicità che probabilmente non avevamo a discapito della nostra psiche, condividendo ciò che ci passava per la testa in attesa di un commento, ma questo – soprattutto nei blog di MSN – inscenava più drammi adolescenziali di quanto davvero ne meritavamo portandoci nella spirale del: se soffro, esisto. Se tutto è tranquillo e non provo emozioni forti, chi sono?
Facebook e Instagram hanno contribuito ad accrescere tutto ciò portando anche i nati dopo di noi a pretendere quell’overdose da ossitocina con post che più richiamano ai flame – discussioni –, più si riempiono di like e commenti.

Ma quello che, secondo me, sta sfidando i confini del rispetto verso di sé a favor di attenzioni è la TikTok therapy. Perché non basta più condividere la propria vita: ormai lo fanno tutti. Bisogna sempre avere un problema nuovo da ostentare, uno stato negativo da condividere, creando così l’illusione che chi mi ascolta empatizza con me e se mi vuole bene, mi rimane accanto.
Partendo dal presupposto che sì, chi ci vuole bene ci rimane accanto ma allo stesso tempo non sono nostri psichiatri o terapisti, a che pro ricercare sostegno e consensi anche da sconosciuti? Lamentandosi poi, quando rispondono troll o gente che la pensa diveramente? Perché si sente il bisogno di mettere a nudo anche la propria psiche?

Gli algoritmi premiano le emozioni forti, l’autenticità – anche se performata – ed è riconosciuto da chiunque quanto il crescente numero delle notifiche ci faccia sentire bene, riconosciuti. Così abbiamo una crisi? Puntiamoci una telecamera davanti, piangiamo, facciamoci del male, tremiamo per un attacco di panico raccontandoci che lo stiamo facendo per sensibilizzare, ma siamo sinceri con noi stessi: lo faremmo lo stesso se avessimo la certezza che nessuno vedrebbe? E se domani andasse di moda la felicità, che faremmo? Video positivi con il sorriso stampato in faccia pur di ricevere lo stesso numero di like?

Il sociologo Zygmunt Bauman sostiene che oggi più che mai viviamo in una società che ha come grande base l’identità liquida: la stabilità è un’illusione e ogni tipo di relazione o di appartenenza sono molto più precarie e meno definite rispetto al passato. Evolviamo il nostro pensiero a seconda di quello che dice il trend del momento senza neanche riflettere abbastanza se è davvero ciò che vogliamo o se lo desideriamo perché è stato imposto. Ma oggigiorno, dove lo scroll regna sovrano e dove in due minuti devi catturare l’attenzione e mantenerla altrimenti sei finito, anche solo farsi questa domanda è troppo ed ecco che siamo arrivati al 2026, dove ogni visualizzazione è una microvalidazione. Continuiamo a fare ciò che facciamo solo se riceviamo like, solo se qualcuno vede i nostri lavori, altrimenti cambiamo rotta. Fatevi un giro sui social che seguite, guardate in quanto tempo un post che ha pochi like viene cancellato, un modo di fare che non riceve abbastanza interazioni viene fermato…

E allora, prima di condividere qualcosa, qualsiasi cosa, dallo sfogo al tanto per… chiediamoci: lo farei comunque se avessi la certezza che nessuno lo vedrebbe? Sono disposto a metterlo visibile solo per me per qualche giorno, prima di renderlo pubblico? E se poi lo rendo pubblico, perché? Cerco connessione o attenzione? Direi lo stesso, farei lo stesso se mi trovassi in una piazza pubblica? Se invece non lo pubblico, è cambiato qualcosa dentro di me, quando ho vinto le aspettative?


Forse ci sono altri modi per lavorare sulle nostre emozioni, forse c’è un vero e proprio metodo per setacciare la voglia di creare contenuti con la ricerca della verità su se stessi. Forse basta solo imparare a trovarlo.

Nessun commento:

Posta un commento