lunedì 25 maggio 2026

#Moda: Quando la couture diventa racconto

Forse non tutti collegano il fatto che moda vuol dire anche racconto, lanciare messaggi, sentirsi parte di un qualcosa che va oltre i pizzi, merletti o gli accessori di tendenza da saper abbinare. 

L’haute couture – alta moda – ha origini nei secoli passati, dove l’alta sartoria francese di corte ha incarnato tutti gli ideali del momento, partendo da come questi venivano rappresentati nell’immaginario collettivo, fino a dare loro forma e successivamente Storia
.

Questo concetto si è evoluto così tanto fino al Novecento, quando le passerelle si sono trasformate in palcoscenici narrativi: ogni abito è un personaggio, ogni sfilata ha una sua trama che si intreccia con il passato e il futuro del marchio che lo rappresenta.  
 
Quando Christian Dior (1905-1957) fonda la sua maison nel 1946 a Parigi, forse non aveva in mente che il suo luogo sarebbe destinato a diventare il centro dell’haute couture mondiale. La sua prima presentazione, “New Look” (1947) diede inizio a una delle rivoluzioni formali dei volumi e nella silhouette ma non solo: con spalle morbide, vita stretta e gonne ampie ha dato alle donne una nuova femminilità figlia del dopoguerra e che avrebbe poi fatto tendenza per tutti gli anni ‘50.
Se durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale le donne erano spesso descritte con tratti più androgini, per conferire loro una visione maschile quando la maggior parte degli uomini erano al fronte, e per poter meglio lavorare essendo le uniche rimaste a mandare avanti la società, subito dopo si ritorna alle origini: le donne continuano a prendersi sempre più indipendenza, ma lo fanno ricordandosi del loro corpo. Abbandonano il rigore imposto dai regimi e dalle privazioni per gridare al mondo tutto il loro valore.
La figura a clessidra diviene il simbolo per eccellenza di sensualità e piacere, valorizzando le forme di seni e fianchi, senza più pensare con pudore irragionevole a certe parti del corpo.

È il 1996 quando la maison Dior si trasforma del tutto, con l’arrivo dell’eclettico John Galliano (1960) che ne diventa direttore creativo. Per ben quindici anni di lavoro ha trasformato Dior portando il mondo del teatro nella moda stessa.
Le sfilate diventano performance immersive: set imponenti, trame visibili e collezioni che evocavano mondi di antiche civiltà, o scenari fiabeschi, sempre con enormi riferimenti culturali profondi. Affiancato da collaboratori con la sua stessa lunghezza d’onda, ha saputo creare microcosmi narrativi dove modelli, musica e scenografia sono parte integrante della storia.
L’abito non è più solo un oggetto, ma il protagonista, proprio come se si stesse assistendo a uno spettacolo teatrale un po’ stravagante, ma sempre spettacolare. Anche con la moda si sono potuti esplorare archetipi, emozioni e concetti culturali a volte in maniera un po’ grottesca, ma sempre con la sensazione di star assistendo al sublime. Un nuovo mondo barocco dove ciò che vediamo non si ferma mai solo alla superficie.

Un altro stilista che ha giocato un po’ con il grottesco è sicuramente Alexander McQueen (1969-2010). Senza mai esimersi dall’esplorare temi profondi e complessi – come le riflessioni sulla morte, il dolore, il futuro che ci aspetta e l’importanza di rendere la donna una figura autoritaria – ha portato nella moda una narrazione intensa sì, ma questa volta anche molto personale.
Una delle sue collezioni più iconiche è sicuramente “Widows of Culloden”, pensata per l’autunno/inverno 2006. Ispirata alla tragica sorte toccata alle vedove giacobite dopo la Battaglia di Culloden (1746) dove fame, miseria, repressione e la fine della speranza per la Scozia hanno costretto molte di loro a emigrare, McQueen ha voluto ricordare il sacrificio di ognuna di loro caratterizzando le sue creazioni con i tessuti tipici della Scozia, come il tartan e il pizzo. I tagli sono drammatici e l’immagine olografica finale di Kate Moss è diventata subito simbolo di vulnerabilità e morte, ma secondo l’immaginario del suo archetipo, e cioè: trasformazione.
Il dolore di quelle donne è servito per dare nuova linfa vitale alla Scozia, che non ha mai dimenticato le sue origini ma che ha saputo sempre andare avanti.

Dior, Galliano, McQueen dimostrano che l’haute couture è molto di più che abbigliamento di lusso; le sfilate sono molto di più di modelli asettici che camminano truccati e in abiti strani. L’insieme è una forma di linguaggio culturale capace di riflettere – azzarderei a dire di anticipare – concetti sociali, estetici e psicologici.

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