lunedì 8 giugno 2026

#Arte: Il silenzio nei quadri – Quando l’arte sussurra invece di urlare

Lo sappiamo: nessun quadro parla dal punto di vista letterale, ma ogni opera d’arte lancia un messaggio e a volte questo può essere un urlo disperato, un grido che ci entra direttamente nella testa
. Altre volte, invece, può essere un messaggio più dolce. Ugualmente importante, certo, ma con uno stile più accogliente, senza invadere e scuotere lo spettatore, piuttosto volendo accompagnarlo con grazia ed eleganza verso quello che si vuole dire.


Gli aspetti che caratterizzano questa scelta possono essere uno spazio vuoto, uno sguardo sfuggente, la luce filtrata da una finestra… insomma, qualsiasi dettaglio ci dia un senso di intimità. Così siamo costretti a prenderci il nostro tempo per osservare, ponderare e arrivare poi a comprendere cosa il quadro ha voluto davvero dirci.
  
Se andiamo indietro nel tempo troviamo, come fautore del silenzio dipinto, Johannes Vermeer (1632-1675). Famoso per “Ragazza col turbante, possiamo vedere anche negli altri dipinti “La lattaia”, “La merlettaia”, “Pesatrice di perle” o “L’astronomo” il suo voler dipingere scene quotidiane con personaggi dediti alle loro attività in un silenzio quasi meditativo.     
I suoi quadri ci trasmettono dolcezza, tenerezza, come quando da bambini guardavamo i grandi lavorare e ci perdevamo nei pensieri. Gli osservavamo in quel tempo sospeso senza sapere che stavamo in realtà apprendendo un mestiere, un modo di essere che ci avrebbe poi resi gli adulti che siamo.


Anche nei quadri del danese Vilhelm Hammershøi (1864-1916) il silenzio e la solitudine la fanno da padroni. I suoi interni spogli, i personaggi soli, circondati dalla tipica luce del Nord Europa, sembrano quasi un invito al raccoglimento, all’attesa. “Ida che legge una lettera”, o “Frederikke Hammershøi, la madre dell’artista”, ci fanno quasi venire voglia di sapere cosa accadrà una volta che la scena immortalata si sia compiuta nella realtà. Anche “Interno con cavalletto” rappresenta quell’attesa, ma suscita anche in noi una curiosità: cosa è dipinto sulla tela che vediamo solo di spalle? Il quadro è già iniziato? C’è una bozza? O è completato?

Per lo statunitense Edward Hopper (1882-1967), silenzio e solitudine sembrano la stessa cosa. Ha raffigurato per lo più stanze vuote, donne sole anche se attorno avevano qualcuno e nonostante la costante scelta di utilizzare colori accesi, nessuno dei quadri trasmette vivacità, dinamismo, gioia; al contrario, i tagli piuttosto geometrici ci indicano una freddezza, una lontananza ed è proprio in questo che sta la genialità del pensiero di Hopper. Lui, infatti, ha sempre dipinto la quotidianità americana in un momento in cui, soprattutto dopo la crisi del ’29, si batteva forte sul sogno americano e sull’importanza dell’apparire. In un momento in cui si iniziava a osannare il consumismo, Hopper è chiaro sul suo punto di vista: questo non farà altro che allontanare le persone. Lo vediamo anche nel quadro “Stanza a New York” del 1932, con due persone fisicamente vicine ma emotivamente distanti.

In Italia è Giorgio Morandi (1890-1964) che ci invita alla contemplazione, anche delle cose più semplici, come le sue nature morte che rappresentano bottiglie, vasi e ciotole. Morandi dipinge il silenzio, ci dà la possibilità di contemplare gli oggetti di uso quotidiano dando loro nuovi significati, nuovi modi di vedere la nostra realtà. Come fosse un esercizio di meditazione, riusciamo dall’esterno di noi stessi a percepire l’interno. Che emozioni abbiamo di fronte a quelle nature morte? E perché?

Tutti questi artisti hanno voluto lasciarci liberi di guardare nelle loro opere quello che volevamo noi. Non c’è un dettaglio che spicca su un altro, così la narrazione non viene imposta, solo suggerita. Non sono quadri da vedere con il rumore nelle orecchie o nella mente, ma opportunità di crescita attraverso il silenzio per arrivare alla nostra personale consapevolezza di ciò che ci circonda.
Come in un gioco di botta e risposta, o di specchio riflesso, dopo qualche minuto che li osserviamo possiamo anche renderci conto che sono i quadri stessi ad ascoltare la nostra personale e infinita preghiera.

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