Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.
Oggi analizziamo il ventisettesimo canto del Purgatorio. Siamo a un passo dal Paradiso e anche se il canto potrebbe sembrare molto semplice, prepariamo i fazzoletti. Sarò forse sentimentale, ma mi piange il cuore a sapere che quanto andremo ad “ascoltare” saranno le ultime parole che Virgilio dirà a Dante.
Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.
Siamo al tramonto e la notte è ormai prossima, perciò i tre poeti devono avanzare e lasciare la cornice, visto che nel Purgatorio è impossibile procedere con il buio. Per farlo, però, i tre devono attraversare il fuoco presente davanti a loro. Questo viene anche confermato dall’angelo della castità che dopo aver intonato “Beati i puri di cuore”, esorta le due anime e Dante ad addentrarsi nelle fiamme. Il solo pensiero, e lo possiamo capire, fa sbiancare il poeta ancora vivo perché ha paura di potersi fare del male.
Gli viene incontro Virgilio che gli ricorda che siamo in Purgatorio, dove non esiste morte, quindi non può succedergli nulla di quanto teme. Gli ricorda anche dell’ultima volta in cui Dante ha sfidato una grande paura: quando, fidandosi dello stesso Virgilio, è salito su Gerione.
Ancora, Virgilio gli assicura che potrebbe sostare anche mille anni dentro le fiamme e comunque rimanere illeso. Se proprio vuole mettere alla prova queste parole, gli basta avvicinare un lembo della veste al fuoco e vedere che questo non lo brucerà.
Ma ancora, neanche queste rassicurazioni bastano a Dante per trovare il coraggio di avanzare. Così Virgilio sfodera la carta Beatrice e gli dice – parafraso –: “Amo, vedi che te tocca solo attraversà questo fuoco, poi vedrai finalmente Bea. Quindi? Vuoi davero davero rimané qui come ‘n sallucchione?”. Solo per questo Dante avanza, seguito da Stazio.
Tra le fiamme fa così caldo che Dante avrebbe voluto un vetro incandescente solo per rinfrescarsi, ma ancora Virgilio continua a parlargli di Beatrice, così da non farlo scoraggiare.
Attraversato il fuoco sentono cantare da una voce all’interno di una luce: “Venite benedetti del Padre mio”. Questa luce è così abbagliante che Dante non riesce a osservarla, nel mentre aggiunge: “Sta calando il sole e sta arrivando la sera. Non fermatevi, ma studiate i passi, finché il cielo non si farà del tutto buio.”
Una volta usciti dalle fiamme, i tre si ritrovano con il cielo scuro, così si fermano e si siedono su dei gradini.
Il primo grande simbolo che incontriamo è sicuramente il fuoco. Sia da un punto di vista allegorico che psicologico, il fuoco rappresenta il passaggio da una parte all’altra, segnato da una purificazione interiore. Per poter passare dal materiale allo spirituale Dante deve come rinascere totalmente a sé, in una morte che è solo metaforica.
La paura della trasformazione è normale, pensiamo che facendo morire una parte di noi non saremo più in grado di essere davvero noi. Il dolore che prova l’Ego quando muore a sé stesso è davvero straziante, per questo Virgilio lo incoraggia in ogni modo: gli ricorda che la morte in questo contesto non esiste, ancora di avere fiducia e in ultimo rammenda ciò a cui Dante è destinato.
L’incontro con Beatrice – che rappresenta la teologia, la Grazia Divina – dà a Dante il coraggio per fare il primo passo e “buttarsi” tra le fiamme ben consapevoli che siamo davvero pronti a rinascere in noi per il destino che dobbiamo compiere. A questo punto ai tre si prospetta un momento di riposo, che è necessario per poter continuare.
Dante si sente come le capre quando sono sazie sulla cima del monte e pronte per potersi riposare. Virgilio e Stazio, invece, sono come i pastori che le osservano calmi, accettando anche loro il riposo, pur rimanendo vigili.
Guardando le stelle del cielo, Dante ripensa a tutto ciò che ha visto e si lascia cullare dal sonno.
All’alba vive un sogno molto realistico: vede una giovane donna, molto bella, camminare su di un prato, raccogliendo fiori e cantando. Poi dice: “Se qualcuno vuole sapere chi sono, sappia che io sono Lia e sto facendo una ghirlanda. La indosso per piacermi allo specchio, ma è mia sorella Rachele che non si stanca mai di guardarsi e rimane sempre fissa davanti allo stesso specchio. Lei ama contemplare il suo sguardo così come io amo adornarmi con le ghirlande che creo. La nostra contemplazione ci appaga in egual misura”.
Questa è la terza notte che i poeti passano in Purgatorio e di conseguenza Dante vive il suo terzo sogno. Ricordiamo quello dell’aquila e quello della donna balba.
Questa volta il sogno è sereno e nel suo significato vediamo il simbolo della vita attiva (Lia) e quello della vita contemplativa (Rachele), entrambi aspetti della santità della vita.
Lia e Rachele sono due sorelle, entrambe mogli di Giacobbe. La prima dà al marito molti figli, a significare l’intenso lavoro e servizio per il mondo. La seconda, molto più bella della prima, è stata a lungo sterile e per questo ha cercato Dio per gran parte della sua vita. Darà poi a Giacobbe due figli: Giuseppe e Beniamino.
Secondo la tradizione esegetica entrambi questi aspetti della vita sono fondamentali per i credenti: l’essere al servizio è necessario per arrivare a Dio, e contemplare Dio è necessario per rendersi sempre più laboriosi.
Il pensiero medievale, poi, voleva i sogni fatti all’alba come una sorta di sogni premonitori e con la figura di Lia Dante vuole annunciarci l’arrivo di Metelda, che incontreremo nel canto successivo.
Svegliatosi tutti, Virgilio fa emozionato a Dante che è giunto finalmente il momento: quello sarà il giorno in cui incontrerà Beatrice.
Salito anche l’ultimo scalino di una scalinata che Dante sale velocemente, Virgilio fissa intensamente Dante e comincia a dirgli quelle che saranno le sue ultime parole: “Figlio mio, hai passato il Purgatorio e l’Inferno, hai visto le loro pene e sei finalmente giunto al punto dove io, limitato dalle mie facoltà, non posso più proseguire. Ti ho condotto fin qui insegnandoti la ragione e come metterla in pratica, ormai puoi decidere da solo la tua volontà. Vedi attorno a te il sole che splende sulla tua fronte, l’erba morbida, i fiori e tutte le piante che qui crescono spontaneamente. Fino all’arrivo di Beatrice tu potrai sederti e andare ovunque vorrai, non aspettare più i miei cenni perché ora la tua volontà è integra e totalmente rivolta al bene. Sarebbe un male non assecondarla, perciò ti proclamo signore e guida di te stesso”.
Queste le ultime parole di Virgilio a Dante, e io ve l’avevo detto che sarebbero serviti dei fazzoletti.
La scalinata per Dante è veloce perché al momento non è più carico di peccati e con la stessa leggerezza interiore lo immagino ascoltare il discorso di Virgilio.
Ora Dante è uno con sé stesso, non ancora totalmente rivolto alla Grazia, ma sicuramente pronto per poterla incontrare. Sa discernere tra bene e male, sa rapportarsi con la Teologia e può solo attendere fiducioso che questa si presenti.
Il giardino descritto da Virgilio è ovviamente il Paradiso terrestre, che noi vedremo meglio il prossimo mese, insieme all’arrivo di Metelda.
Oggi analizziamo il ventisettesimo canto del Purgatorio. Siamo a un passo dal Paradiso e anche se il canto potrebbe sembrare molto semplice, prepariamo i fazzoletti. Sarò forse sentimentale, ma mi piange il cuore a sapere che quanto andremo ad “ascoltare” saranno le ultime parole che Virgilio dirà a Dante.
Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.
Sì come quando i primi raggi vibra
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
e l’onde in Gange da nona rïarse,
sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
come l’angel di Dio lieto ci apparse.
Fuor de la fiamma stava in su la riva,
e cantava ‘Beati mundo corde!’
in voce assai più che la nostra viva.
Poscia «Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde»,
ci disse come noi li fummo presso;
per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.
In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi.
Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.
Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?
Credi per certo che se dentro a l’alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d’un capel calvo.
E se tu forse credi ch’io t’inganni,
fatti ver’ lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
E io pur fermo e contra coscïenza.
Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro».
Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che ’l gelso diventò vermiglio;
così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.
Ond’ei crollò la fronte e disse: «Come!
volenci star di qua?»; indi sorrise
come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.
Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant’era ivi lo ’ncendio sanza metro.
Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
Guidavaci una voce che cantava
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si montava.
‘Venite, benedicti Patris mei’,
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.
«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
non v’arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l’occidente non si annera».
Dritta salia la via per entro ’l sasso
verso tal parte ch’io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch’era già basso.
E di pochi scaglion levammo i saggi,
che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.
E pria che ’n tutte le sue parti immense
fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,
ciascun di noi d’un grado fece letto;
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e ’l diletto.
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
e l’onde in Gange da nona rïarse,
sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
come l’angel di Dio lieto ci apparse.
Fuor de la fiamma stava in su la riva,
e cantava ‘Beati mundo corde!’
in voce assai più che la nostra viva.
Poscia «Più non si va, se pria non morde,
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde»,
ci disse come noi li fummo presso;
per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.
In su le man commesse mi protesi,
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi.
Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.
Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?
Credi per certo che se dentro a l’alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d’un capel calvo.
E se tu forse credi ch’io t’inganni,
fatti ver’ lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
E io pur fermo e contra coscïenza.
Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro».
Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che ’l gelso diventò vermiglio;
così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.
Ond’ei crollò la fronte e disse: «Come!
volenci star di qua?»; indi sorrise
come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.
Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant’era ivi lo ’ncendio sanza metro.
Lo dolce padre mio, per confortarmi,
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
Guidavaci una voce che cantava
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si montava.
‘Venite, benedicti Patris mei’,
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.
«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
non v’arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l’occidente non si annera».
Dritta salia la via per entro ’l sasso
verso tal parte ch’io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch’era già basso.
E di pochi scaglion levammo i saggi,
che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.
E pria che ’n tutte le sue parti immense
fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,
ciascun di noi d’un grado fece letto;
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e ’l diletto.
Siamo al tramonto e la notte è ormai prossima, perciò i tre poeti devono avanzare e lasciare la cornice, visto che nel Purgatorio è impossibile procedere con il buio. Per farlo, però, i tre devono attraversare il fuoco presente davanti a loro. Questo viene anche confermato dall’angelo della castità che dopo aver intonato “Beati i puri di cuore”, esorta le due anime e Dante ad addentrarsi nelle fiamme. Il solo pensiero, e lo possiamo capire, fa sbiancare il poeta ancora vivo perché ha paura di potersi fare del male.
Gli viene incontro Virgilio che gli ricorda che siamo in Purgatorio, dove non esiste morte, quindi non può succedergli nulla di quanto teme. Gli ricorda anche dell’ultima volta in cui Dante ha sfidato una grande paura: quando, fidandosi dello stesso Virgilio, è salito su Gerione.
Ancora, Virgilio gli assicura che potrebbe sostare anche mille anni dentro le fiamme e comunque rimanere illeso. Se proprio vuole mettere alla prova queste parole, gli basta avvicinare un lembo della veste al fuoco e vedere che questo non lo brucerà.
Ma ancora, neanche queste rassicurazioni bastano a Dante per trovare il coraggio di avanzare. Così Virgilio sfodera la carta Beatrice e gli dice – parafraso –: “Amo, vedi che te tocca solo attraversà questo fuoco, poi vedrai finalmente Bea. Quindi? Vuoi davero davero rimané qui come ‘n sallucchione?”. Solo per questo Dante avanza, seguito da Stazio.
Tra le fiamme fa così caldo che Dante avrebbe voluto un vetro incandescente solo per rinfrescarsi, ma ancora Virgilio continua a parlargli di Beatrice, così da non farlo scoraggiare.
Attraversato il fuoco sentono cantare da una voce all’interno di una luce: “Venite benedetti del Padre mio”. Questa luce è così abbagliante che Dante non riesce a osservarla, nel mentre aggiunge: “Sta calando il sole e sta arrivando la sera. Non fermatevi, ma studiate i passi, finché il cielo non si farà del tutto buio.”
Una volta usciti dalle fiamme, i tre si ritrovano con il cielo scuro, così si fermano e si siedono su dei gradini.
Il primo grande simbolo che incontriamo è sicuramente il fuoco. Sia da un punto di vista allegorico che psicologico, il fuoco rappresenta il passaggio da una parte all’altra, segnato da una purificazione interiore. Per poter passare dal materiale allo spirituale Dante deve come rinascere totalmente a sé, in una morte che è solo metaforica.
La paura della trasformazione è normale, pensiamo che facendo morire una parte di noi non saremo più in grado di essere davvero noi. Il dolore che prova l’Ego quando muore a sé stesso è davvero straziante, per questo Virgilio lo incoraggia in ogni modo: gli ricorda che la morte in questo contesto non esiste, ancora di avere fiducia e in ultimo rammenda ciò a cui Dante è destinato.
L’incontro con Beatrice – che rappresenta la teologia, la Grazia Divina – dà a Dante il coraggio per fare il primo passo e “buttarsi” tra le fiamme ben consapevoli che siamo davvero pronti a rinascere in noi per il destino che dobbiamo compiere. A questo punto ai tre si prospetta un momento di riposo, che è necessario per poter continuare.
Quali si stanno ruminando manse
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,
tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
guardate dal pastor, che ’n su la verga
poggiato s’è e lor di posa serve;
e quale il mandrïan che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga;
tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
Poco parer potea lì del di fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e maggiori.
Sì ruminando e sì mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
Ne l’ora, credo, che de l’orïente
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d’amor par sempre ardente,
giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
«Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,
tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
guardate dal pastor, che ’n su la verga
poggiato s’è e lor di posa serve;
e quale il mandrïan che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga;
tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
Poco parer potea lì del di fori;
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e maggiori.
Sì ruminando e sì mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
Ne l’ora, credo, che de l’orïente
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d’amor par sempre ardente,
giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
«Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
Dante si sente come le capre quando sono sazie sulla cima del monte e pronte per potersi riposare. Virgilio e Stazio, invece, sono come i pastori che le osservano calmi, accettando anche loro il riposo, pur rimanendo vigili.
Guardando le stelle del cielo, Dante ripensa a tutto ciò che ha visto e si lascia cullare dal sonno.
All’alba vive un sogno molto realistico: vede una giovane donna, molto bella, camminare su di un prato, raccogliendo fiori e cantando. Poi dice: “Se qualcuno vuole sapere chi sono, sappia che io sono Lia e sto facendo una ghirlanda. La indosso per piacermi allo specchio, ma è mia sorella Rachele che non si stanca mai di guardarsi e rimane sempre fissa davanti allo stesso specchio. Lei ama contemplare il suo sguardo così come io amo adornarmi con le ghirlande che creo. La nostra contemplazione ci appaga in egual misura”.
Questa è la terza notte che i poeti passano in Purgatorio e di conseguenza Dante vive il suo terzo sogno. Ricordiamo quello dell’aquila e quello della donna balba.
Questa volta il sogno è sereno e nel suo significato vediamo il simbolo della vita attiva (Lia) e quello della vita contemplativa (Rachele), entrambi aspetti della santità della vita.
Lia e Rachele sono due sorelle, entrambe mogli di Giacobbe. La prima dà al marito molti figli, a significare l’intenso lavoro e servizio per il mondo. La seconda, molto più bella della prima, è stata a lungo sterile e per questo ha cercato Dio per gran parte della sua vita. Darà poi a Giacobbe due figli: Giuseppe e Beniamino.
Secondo la tradizione esegetica entrambi questi aspetti della vita sono fondamentali per i credenti: l’essere al servizio è necessario per arrivare a Dio, e contemplare Dio è necessario per rendersi sempre più laboriosi.
Il pensiero medievale, poi, voleva i sogni fatti all’alba come una sorta di sogni premonitori e con la figura di Lia Dante vuole annunciarci l’arrivo di Metelda, che incontreremo nel canto successivo.
E già per li splendori antelucani,
che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,
le tenebre fuggian da tutti lati,
e ’l sonno mio con esse; ond’io leva’ mi,
veggendo i gran maestri già levati.
«Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami».
Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
Tanto voler sopra voler mi venne
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: «Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’io per me più oltre non discerno.
Tratto t’ ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio».
che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,
le tenebre fuggian da tutti lati,
e ’l sonno mio con esse; ond’io leva’ mi,
veggendo i gran maestri già levati.
«Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami».
Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
Tanto voler sopra voler mi venne
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: «Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’io per me più oltre non discerno.
Tratto t’ ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio».
Svegliatosi tutti, Virgilio fa emozionato a Dante che è giunto finalmente il momento: quello sarà il giorno in cui incontrerà Beatrice.
Salito anche l’ultimo scalino di una scalinata che Dante sale velocemente, Virgilio fissa intensamente Dante e comincia a dirgli quelle che saranno le sue ultime parole: “Figlio mio, hai passato il Purgatorio e l’Inferno, hai visto le loro pene e sei finalmente giunto al punto dove io, limitato dalle mie facoltà, non posso più proseguire. Ti ho condotto fin qui insegnandoti la ragione e come metterla in pratica, ormai puoi decidere da solo la tua volontà. Vedi attorno a te il sole che splende sulla tua fronte, l’erba morbida, i fiori e tutte le piante che qui crescono spontaneamente. Fino all’arrivo di Beatrice tu potrai sederti e andare ovunque vorrai, non aspettare più i miei cenni perché ora la tua volontà è integra e totalmente rivolta al bene. Sarebbe un male non assecondarla, perciò ti proclamo signore e guida di te stesso”.
Queste le ultime parole di Virgilio a Dante, e io ve l’avevo detto che sarebbero serviti dei fazzoletti.
La scalinata per Dante è veloce perché al momento non è più carico di peccati e con la stessa leggerezza interiore lo immagino ascoltare il discorso di Virgilio.
Ora Dante è uno con sé stesso, non ancora totalmente rivolto alla Grazia, ma sicuramente pronto per poterla incontrare. Sa discernere tra bene e male, sa rapportarsi con la Teologia e può solo attendere fiducioso che questa si presenti.
Il giardino descritto da Virgilio è ovviamente il Paradiso terrestre, che noi vedremo meglio il prossimo mese, insieme all’arrivo di Metelda.




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