Ghenos è un termine greco che significa “stirpe”, “famiglia”, “origine”, “genere”, con radice dal verbo gignomai che significa “nascere” o “generare”.
Ed è proprio la genesi/nemesi familiare il tema centrale dello spettacolo: “Ghenos – L’Eredità dei Padri” andato in scena l’11 giugno 2026 al Teatro Quirino di Roma, con la regia e drammaturgia di Joyce Conte. Produzione Salotto Dantesco.
Come se fossimo tornati direttamente alle rappresentazioni classiche, lo spettacolo mi ha da subito colpita dalla sua scenografia curata nei minimi dettagli, con lo scopo di suscitare nel pubblico sentimenti di angoscia, passione, rabbia e inquietudine fin dall’apertura del sipario.
Ed è proprio la genesi/nemesi familiare il tema centrale dello spettacolo: “Ghenos – L’Eredità dei Padri” andato in scena l’11 giugno 2026 al Teatro Quirino di Roma, con la regia e drammaturgia di Joyce Conte. Produzione Salotto Dantesco.
Come se fossimo tornati direttamente alle rappresentazioni classiche, lo spettacolo mi ha da subito colpita dalla sua scenografia curata nei minimi dettagli, con lo scopo di suscitare nel pubblico sentimenti di angoscia, passione, rabbia e inquietudine fin dall’apertura del sipario.
“Maschere si scambiano Ruoli, Ruoli si scambiano Maschere, in una Tragedia che non spezza il suo ciclo.”
Agamennone è morto, ucciso subito dopo essere tornato dalla sua impresa coloniale a Troia, sacrificato come un cervo sull’altare della vendetta. Per la sua morte è stato organizzato un banchetto funebre in suo onore, a cui partecipano i suoi quattro figli: Oreste (Joyce Conte), Elettra (Anastasia Bonarrigo), Crisotemi (Letizia Garaffa) e Ifigenia (Marta Pappalardo), anche se quest’ultima è morta.
I quattro, accomunati dal dolore per la morte del padre, devono anche fare i conti con ciò che il destino ha in serbo per loro. Non li aiuta la madre Clitemnestra (Marta Bifano) che, assassina del marito, tenta di manipolare i figli per ottenere potere e prestigio per se stessa.
Il banchetto è del tutto macabro – non vi dirò il perché – con i quattro che sono come costretti a portarlo a termine senza potersi allontanare fino ad arrivare a non potercela fare più. I corpi e le menti cedono, metafora che porta lo spettatore a interrogarsi su quanto di ciò che ereditiamo dai padri continui a crescere dentro di noi, anche se questo distrugge.
“Chi viene dopo, eredita il Marcio, chi viene prima, produce il Marcio, chi è in mezzo, consuma il Marcio fingendo che non esista…”
In più di tremila anni nulla è cambiato: le nuove generazioni vivono con il peso e le frustrazioni delle passate, in una guerra interna tra costrizione di far andare le cose come sono sempre andate e il volerle cambiare pur non sapendo bene come.
Il più delle volte è proprio nella famiglia che risiede il marcio, la putrefazione di una radice marcia sotto terra che non abbiamo il coraggio di estirpare perché pensiamo che senza di essa non riusciremmo ad andare avanti, togliendoci la linfa vitale. A volte cerchiamo di reciderla, per scoprire che è proprio in questo modo che diamo vita alle frustrazioni e al pessimismo ritrovandoci a rantolare nel buio, persi e senza più una via da seguire in questa catena di eventi che è la vita.
“L’alibi degli Avi, la condanna dei Discendenti, è dannazione perpetua per l’umanità.”
Personalmente credo che nel grande percorso della vita una strada ancora chiusa e mai percorsa da altri nel proprio albero genealogico, è una strada che spetta a noi aprire, per lo meno in vista di chi verrà dopo. Questo, però, non vuol dire ignorare completamente chi è arrivato prima di noi.
Do un immenso potere ai legami familiari perché è da tutte le persone con cui condividiamo il nostro DNA, e quindi la nostra mappa genetica, che possiamo imparare, anche se hanno idee lontane anni luce dalle nostre e anche se non li abbiamo mai conosciuti.
Per tutto lo spettacolo, pur conoscendo le vicissitudini dei protagonisti, mi sono chiesta: “Cosa avrei fatto io al loro posto?”, “Come avrei reagito a ciò che accadeva?”, “Avrei avuto il coraggio di mandare giù ogni boccone obbligato, o mi sarei rifiutata?”.
Insomma: siamo davvero obbligati a replicare i nostri genitori o possiamo uscire fuori dallo schema? A ognuno la propria risposta.
Uno spettacolo forte, intenso, passionale, forse anche terribile emotivamente, che tiene incollati sulla sedia e che continua a lavorare dentro lo spettatore per parecchie ore dopo averlo visto.
Nel cast anche: Giuliana Pizzuti (Coppiera 1), Umberta Somma (Coppiera 2), Flora Rossitto (Sarx 1), Teresa Massari (Sarx 2) e Brando Di Placido (Sarx 3).
Direttore Tecnico: Enzo Sellitto. Tecnico audio e luci: Sasha Donninelli. Fotografia: Carla Calandra.


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