mercoledì 27 maggio 2026

#Racconti: Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico

«Ciao, sono io.
Ho pensato che sentire la tua voce mi avrebbe fatto bene, ma adesso che sto parlando e non rispondi non sono più così convinta che sia una buona idea.
Oggi ti ho pensato. Più del solito, intendo. Ho quasi investito un bambino mentre guidavo e ho pensato a quello che mi avresti detto tu: Cinquanta punti. I vecchi e i bambini, nel tuo cinico sistema di regolare il mondo, valevano di più, perché sono il peso della società, coloro che non contribuiscono a nulla. Inquinano e rompono i coglioni, così dicevi. Io ridevo, ma sai una cosa? Hai sempre detto un mucchio di stronzate. 
Comunque, la madre del bambino ha bestemmiato. Proprio contro la divinità, incurante del pargolo di sei anni accanto a sé. Forse ha pensato che prima impara certe cose, meglio è.
L’ho visto ripetere la bestemmia con il labiale, imprecare contro un Dio che non conosce né comprende, e ho pensato che avresti riso. Innocenza corrotta, così avresti detto.
La madre ha continuato a imprecare, ignara di tutto e con il peso della società ancorato alla gamba. Forse non ha capito nemmeno che ho rischiato di segargli l’esistenza.
Ho fatto il medio alla madre, che ha urlato un sobrio “Ti prendo la targa, puttana!”, e il bambino ha urlato “Sottana!” di rimando.
Mentre facevo la curva, la mamma stava ancora imprecando. Il bambino – tu una volta hai definito un parco giochi un mucchio di ingoi mancati, e giuro che il tuo cinismo a volte è troppo persino per me – le è rimasto incollato, gli occhi spalancati. Un po’ come nei film horror quando stai per investire il fantasma e questo apre gli occhi tipo “Oddio, vuoi uccidermi!”. No, non posso, cazzo. Sei già morto.
Beh, comunque ho già parlato troppo. Vorrei sapere come va la tua vita, a dire il vero, ma non mi aspetto una grande risposta. Cia’.»

*

«Sono di nuovo io.
Non volevo romperti con queste cazzate, ma oggi è stata una giornata infernale, e giuro che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal compiere una strage è stato il codice penale. Anche oggi, esatto.
Che poi a essere sincera è partita piuttosto bene, stamattina. Mi sono presa il caffè al bar, ho chiacchierato con i soliti clienti del mio orario e quando sono uscita e mi sono incamminata verso l’ufficio andava tutto bene.
Ma davvero.
Poi sono passata davanti alla vetrina del calzolaio che c’è appena prima delle nostre – ci pensi che il calzolaio è un mestiere che esiste ancora? A me fa strano dirlo. Calzolaio. Tipo mammuth, qualcosa che si sta estinguendo – e ho pestato una merda. Ci sono proprio andata dentro a stivale pieno, la suola completamente imbrattata di escrementi.
Ho ripetuto la stessa bestemmia contro l’Altissimo che ha detto la signora quando ho quasi stirato suo figlio, qualche giorno fa.
Pensaci, cazzo: siamo nel 2026 e ‘sti stronzi ancora non vengono raccolti, perché i padroni dei cani sono ancora più stronzi della merda che piantano davanti alle vetrine, sui marciapiedi che vengono battuti da tipo mezza città con cadenza quotidiana. È la base della civiltà, cazzo, come quando saluti qualcuno che ti saluta anche se non hai la minima idea di chi sia.
Alla fine sono entrata in agenzia zoppicando, perché non potevo sporcare il pavimento, visto che l’implicita regola è che chi sporca deve pure pulire. Dovevo già cercare di evitare il vomito pulendomi la suola dello stivale, non avevo intenzione di fare altro.
Quindi sono andata in bagno senza salutare nessuno e portandomi dietro l’inconfondibile odore di una giornata di merda, letteralmente, e ho fatto del mio meglio per pulire la suola e non rimettere la colazione. Sai che ho lo stomaco sensibile.
Quando mi sono seduta alla mia scrivania mi hanno salutato tutti a bassa voce, come se avessero capito che era proprio una giornata in cui dovevano lasciarmi in pace. Peccato che poi non l’abbia fatto un. Cazzo. Di. Nessuno.
Mi hanno fatto ogni tipo di domanda, per qualsiasi puttanata stessero gestendo, e a una certa ho sbraitato contro Barbara perché mi ha chiesto se preferivo che le nuove offerte venissero appese con lo scotch trasparente lucido oppure opaco: ma che cazzo di domanda è?
Questo è stato il momento che ti dicevo prima, dove ho aperto internet e nella barra di ricerca ho digitato “anni di carcere per omicidio volontario plurimo”. Ho visto che era ancora previsto dal codice penale e punito severamente, quindi sono andata a farmi una tazza di caffè con la panna, perché sì, cazzo. Me lo meritavo.
Me la sono rovesciata sui pantaloni, quella tazza, perché ho corso verso la scrivania per rispondere a una telefonata. E sai chi era? I cazzo di call center—ma non quelli che “Signora buongiorno, chiamo da…”, no. Era una voce registrata. Ci credi?
Io davvero non—»

*

«Ehi, sono io.
So che è passato qualche giorno dall’ultima volta che mi sono fatta sentire, ma mi era parso di capire che forse una infinitesima parte di te potesse averne i coglioni un po’ pieni di me. Se non è così tanto meglio, ma ho comunque preferito aspettare qualche giorno prima di costringerti a sopportarmi di nuovo.
Lucy oggi ha detto alla famiglia che è incinta. Si aspettava questa grandissima e felicissima reazione da tutti, così quando sono rimasta un po’ impassibile ha fatto quella faccia che fa di solito – quella un po’ da cazzo, piena di compatimento e dispiacere che mi fa girare i coglioni in mezzo secondo – e ha detto il mio nome. Ma avesse detto solo quello, forse avrei potuto soprassedere sulla reazione eccessiva.
Invece no.
L’ha preceduto con un “Oh”, hai presente? Tipo nei film d’amore quando uno dei due si confessa all’altro. “Oh, Jonathan… ma certo che ti amo anche io”. Stessa intonazione ma senza amore: solo pena.
Così mi sono incollata un sorriso in faccia che nemmeno Ornella Vanoni – la amo, però oggettivamente fa un po’ paura. È nei miei incubi, con quella faccia – e mi sono alzata per abbracciarla. Le ho detto “Sono contenta per voi, Lucy”, e poi sono tornata a sedermi. Non è nemmeno colpa sua se sono la sorella triste.
Lucia mi ha lanciato un’altra occhiata carica di pena ed ero davvero a tanto così dal levarmi dalle palle senza salutare, ma è il suo primo figlio, è mia sorella e non posso fare la stronza, anche se tutti capirebbero. Hanno quelle facce da “Se dovessi impazzire ti capiremmo”, come se si aspettassero che da un momento all’altro io possa, che ne so, fare una strage. Tipo ragazzini negli Stati Uniti con le armi da fuoco nelle scuole.
Pessimo esempio, lo so, ma tremendamente calzante. E poi non è che voglio farlo davvero. Era un’idea come un’altra di quello che si aspettano da me.
Invece sono una persona perfettamente funzionante – beh, fino a un certo punto – e quindi mi sono seduta e ho partecipato un po’ passivamente alla conversazione.
Da quel momento in poi Lucio – ancora non riesco a digerire ‘sta cosa che lei si chiama Lucia e il suo compagno Lucio. Che poi mi ricorda il lupo della Melevisione – non ha levato la mano dalla sua pancia per un secondo. L’ha tenuta incollata lì, con quella faccia tutta fiera da “Questo l’ho fatto io”, e a momenti non le permetteva nemmeno di alzarsi per andare a pisciare.
Mamma, papà e Stefano li hanno davvero rincoglioniti di domande, dal sesso – mi pare chiaro che l’abbiano fatto, no? – alle settimane, le visite, la placenta, la cameretta, i vestitini, la carrozzina, il lettino. Tutto “ino”, con quella vocina del cazzo che esce con i bambini o con gli animali.
Sembravano tutti dei ritardati.»

*

«Bellaaaaa!
Citazione di Scary Movie un po’ inaspettata, lo so, ma sono… come dirlo? Sbronza.
Lo so che non dovrei, che probabilmente tutto questo fa a pugni con la roba con cui m’imbottisco, però dai, cazzo. Almeno una serata di… boh, leggerezza?
Che poi cinque minuti fa si è avvicinato un tipo pensando che avrebbe raggiunto facilmente le mie mutande visto che sono tutt’altro che sobria. Sofia mi ha trascinato via da lui proprio quando avevo appena cominciato a riversargli addosso il mio inestimabile patrimonio d’insulti, praticamente si è perso la parte divertente della serata.
Mi ha lasciata qui in un angolino, Sofi, mi ha detto che andava a prendere dell’acqua perché sono troppo sbronza. La capisco. In effetti credo che a breve vomiterò… ma magari non vuoi sapere questi dettagli.
Merda, scusami.»

*

«La lezione che ho imparato alla fine è stata: alcol e antidepressivi insieme non sono proprio una grande idea. Non l’avresti mai detto, eh?
Merda. Mi manchi.»

*

«Ste mi ha chiesto di andare a prendere Linda a scuola oggi.
Mi sono incazzata perché come sempre me l’ha chiesto all’ultimo minuto e ho dovuto organizzare tutto in ufficio e saltare la pausa pranzo per riuscire a finire tutto entro le quattro, ma alle quattro e mezza ero fuori dall’asilo e lei mi stava correndo incontro con un sorrisone e una coroncina di fiori appassiti in testa.
Mi si è stretto il cuore per un istante finché non mi sono resa conto che stava tenendo per mano un bambino. Insomma, non è presto per le cotte e le amicizie speciali? Ha quattro anni!
Poi ho guardato meglio il bambino e ovviamente ho bestemmiato: era il cazzo di bambino che ho quasi investito. Giuro. Era proprio lui.
Avrei potuto confondermi ma no, perché pure lo stronzetto si ricordava di me, a quanto pare. Mi è corso incontro assieme a Linda urlando “Sottanaaaaaa!” e facendo girare tutti i genitori intorno a me. E avevo anche un tailleur tra l’altro, quindi capisci…
Linda mi dice che il piccolo stronzo si chiama Carlo. Ce l’ha proprio la faccia da Carlo, dovresti vederlo: quella faccia da cazzo che prenderesti a schiaffi due a due finché non diventano dispari, i capelli rossicci ribelli, il naso all’insù e il portamento da snob. Come cazzo si fa ad essere snob pure da bambini? Eddai.
Comunque lo sai che non so rapportarmi con i bambini, quindi quando gli ho teso la mano Carlo l’ha guardata come se avessi in mano una merda fumante, appena fatta. Se l’avessi avuta sul serio l’avrei spalmata sulla faccia da cazzo che aveva in quel momento, giuro.
Per coronare il momento è arrivata pure sua madre, ovviamente. Occhio da falco come la piccola bestia di Satana che ha partorito, mi guarda e dice “Ah, sei tu”, con la faccia del figlio ma in versione adulta. Faccio così schifo? Non penso.
Linda mi ha abbracciato e ha urlato qualcosa tipo “Lei è la mia zia!” a un volume di decibel così alto che a momenti la sentivano solo i pipistrelli, e la stronza – la mamma di Carlo-faccia-di-merda, ovviamente, non Linda – ha fatto qualche commento sul fatto che avrebbe preferito vedere mia cognata e non me. Linda fa “La zia è più simpatica della mamma”.
Beccati questa, stronza. Tu e il tuo mancato ingoio.
Linda è stata così brava che le ho preso il gelato anche se avevo promesso a Ste che non l’avrei preso. Fanculo. Sarebbe dovuto venire a prenderla lui, se non avesse voluto farle mangiare il gelato.»

*

«Ehi. Sono sempre io.
Sei stanco, forse, ma Andre… Sono stata costretta a chiamare in ufficio e darmi malata per colpa del ciclo.
Non è vero che ho il ciclo. È solo uno di quei giorni dove mi manchi da morire e la testa continua a ripercorrere quel giorno ossessivamente.
Ma se non fosse stato un giorno di pioggia e fossimo usciti insieme a fare una passeggiata? Se mi fossi accontentata della torta di mia madre e non avessi insistito per avere i muffin di Dolcezze e tu fossi rimasto in casa?
Se ci fosse stato il sole saremmo andati insieme a camminare, smaltire la prima colazione per concederci la seconda a metà mattina, quella che ti rovina il pranzo perché mangi sempre troppo, perché hai sempre gli occhi più grandi della bocca. Sei sempre stato goloso, e io con te.
Ma pioveva a dirotto, tu hai preso la bicicletta per comprare i muffin al cioccolato di Dolcezze e quell’auto proprio non ti ha visto, con il diluvio universale che scendeva in quel momento.
E, cazzo, la pasticceria era pure chiusa per ferie, Andre.
I muffin non sono mai arrivati e tu non sei mai tornato da me.
Vaffanculo. Io e i miei muffin di merda.»

*

«Ti chiamo per dirti che è l’ultima volta.
Ho deciso di disattivare il tuo numero, perché… non so perché. La psicologa dice che mi farà bene, anche se è un distacco forte. Io non capisco, ma se lei dice che è vero posso pensare di fidarmi.
Domani trancio la scheda, o la riporto al negozio. Poi boh, penso svuoterò il tuo cellulare e lo venderò su uno di quei siti di seconda mano. O lo regalo a qualcuno che può averne bisogno, una di quelle case famiglia per adolescenti problematici, o le case protette per le vittime di violenza.
Vorrei fare qualcosa di buono, con le tue cose. Qualcosa che possa fare bene, che possa farti vivere ancora un po’ attraverso gli altri.
Quando dico a Serena – non fa ridere che la mia psicologa si chiami Serena? Tu rideresti molto, lo so – che mi manchi dice che mi capisce, ma capisce davvero? Io non penso. A volte non capisco nemmeno io.
Quindi… Ciao, Andre. Ciao, amore. Spero di incontrarti in un’altra vita.»

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