martedì 12 maggio 2026

#Libri: Il cognome delle donne

Vincitore del Premio Bancarella 2024, “Il cognome delle donne”, romanzo esordio di Aurora Tamigio, mantiene la promessa di chiunque decida di comprarlo incuriosito dall’onorificenza attribuita.

Ormai lo sapete quanto amo i romanzi famliari, ne ho letti forse a centinaia, eppure questo ha un sapore tutto diverso, perché non è incentrato sulle dinamiche relazionali o sul sottofondo storico, bensì sulla forza delle donne protagoniste, senza per questo dover vedere nell’uomo il nemico da cui tenersi alla larga.

Sono quattro le generazioni che da Rosa a Marinella attraversano il romanzo e ci portano alla conclusione che l’unico modo per portare il cambiamento nella nostra vita è cambiare noi per primi
Attraversiamo la storia dagli anni Venti agli anni Ottanta del Novecento, in una voglia matta di non finire mai la lettura e di volerne sempre di più. 
 
Rosa è nata e cresciuta in un minuscolo paesino della Sicilia, ben abbarbicato nelle montagne dove il mondo nasce e finisce con ciò che si vede. Sua madre è morta troppo giovane, così è costretta a essere la serva del padre e dei fratelli che non accettano di ripetere le cose più del necessario, cioè una volta. Per loro, dove non arriva la voce arrivano le mani e Rosa impara l’arte dell’essere remissiva, pur covando dentro un lato ribelle. Viste le numerose volte in cui le viene in soccorso una donna guaritrice, apprende l’utilizzo delle erbe medicinali che per come le utilizza sa fare veri e propri miracoli.
Nel 1925 incontra Sebastiano Quaranta: è amore a prima vista. Sebastiano è buono, generoso, dolce, probabilmente perché non ha mai avuto un padre, una madre o dei fratelli, quindi sa bene l’importanza di avere una persona accanto da amare. Visto che a casa ad attenderla ha solo violenza, decide di scappare in un altro paese con lui, si sposano e aprono l’unica osteria nella zona, che diventa un punto di riferimento per i quattro paesi limitrofi. Il loro amore cresce giorno dopo giorno, e a completare il quadretto arrivano Fernando, Donato e Selma.
Nessuno dei tre ha mai visto la violenza in vita loro, così crescono spensierati e fiduciosi nella vita anche quando questa mette i bastoni in mezzo strappando Sebastiano Quaranta troppo presto e a favor di patria durante il Secondo Conflitto Mondiale. Fernando, uomo bellissimo e sempre circondato da donne, sa che può fare molto di più che occuparsi dell’osteria e cerca la fortuna dove può, senza mai sottrarsi alla famiglia, quando c’è bisogno di lui. Donato mette in atto il suo nome, andando in seminario da ragazzo e diventando un prete sempre attento a chiunque lo circondi. Infine la piccola Selma, dal carattere semplice, mite e pacato e da un talento mai visto prima per il ricamo.
Crescendo Selma attira l’attenzione dello splendido Santi Maraviglia, ragazzo conosciuto da tutti e quattro i paesi per la sua pelle diafana e soprannominato ovunque Santidivetro. A quella strana unione sono tutti un po’ contrari, soprattutto mamma Rosa, preoccupata per il carattere troppo ritroso dell’unica figlia femmina.
Santi si dimostra subito l’omuncolo che è, sia perché è uno sfaticato che si lascia crogiolare dal lavoro della moglie e della suocera, sia perché non è un ottimo esempio paterno per le due figlie Patrizia e Lavinia, nate una dopo l’altra ma cresciute per lo più dalla madre e dalla nonna. Quando a distanza di parecchi anni si aggiunge in famiglia anche Marinella, Santi sembra inizialmente preso dalla piccola di casa, che non nasconde essere la sua preferita, ma presto si rivela l’uomo che è sempre stato.
Le tre sorelle devono farsi forza da sole, per non gravare su Selma e Rosa, già dietro alle loro preoccupazioni personali. Ma, come in una coltre di magia e forse superstizione, a vegliare su tutti loro c’è sempre lo spirito buono e taciturno di Sebastiano Quaranta.

Scrivere un romanzo famigliare è tutt’altro che facile, ne so qualcosa anche io che l’ho fatto. Bisogna concentrarsi sulle dinamiche, comprendere le azioni dei personaggi creando una solida base del proprio passato, fare in modo che i caratteri coincidano non solo con le esperienze che hanno vissuto, ma anche con quelle dei propri genitori e nonni. Bisogna poi considerare i modi di pensare, di dire, di parlare di un tempo distante un secolo e lontano dai libri di storia, visto che di certo non si interessano di raccontarci com’era vivere nei piccoli paesini italiani.

Eppure la Tamigio riesce egregiamente in tutto ciò, confezionando un romanzo che non è solo uno spaccato della nostra cultura italiana, ma anche uno spaccato di vita a cui tutti possiamo affezionarci con una punta di nostalgia, anche se non abbiamo mai vissuto in quegli anni. Almeno, parlo per me che sono classe 1989.
Le notizie d’attualità sentite prima alla radio e poi alla televisione passano in sordina, come un’eco lontana che alla fine non ha molto a che vedere con la nostra quotidianità e quando il vento del cambiamento irrompe gagliardo e violento su di noi, ne siamo così travolti che non possiamo fare altro che accettarlo.

Rosa manda a malincuore suo marito al fronte, ma guai a dirle che Sebastiano è un eroe nazionale, perché non c’è nulla di eroico nell’uccidere e nel farsi ammazzare.
Selma accetta una malattia con umiltà e rassegnazione, e sarà proprio nel suo dolore che saprà portare alla luce un talento che non ha eguali.
Patrizia ha lo spirito combattivo della nonna e la pazienza della madre che la rende una guida giusta per le sue sorelle minori, ma anche una donna caparbia e intelligente al punto di rendersi indipendente fin da subito.
Lavinia, seppur più ingenua e con la testa tra le nuvole della sorella maggiore, riesce a darsi da fare senza domande al primo problema, sacrificando la sua volontà per il bene superiore dei suoi parenti, ma soprattutto delle sue sorelle.
Marinella raccoglie i frutti del lavoro delle donne prima di lei, ma non senza aver sconfitto i suoi demoni e, con la fortuna della gioventù, assapora tutta la libertà a cui il suo albero genealogico grida da decenni.

Non c’è mai un momento di noia, di stasi o di ripetizione non necessaria. Gli uomini che fanno da contorno – sono tutti importanti ma non ne cito altri o non parlo di loro per evitare spoiler – sono trattati con il giusto riconoscimento e non si abbassano al favor di marketing di una scelta troppo spesso insensata di rendere il sesso maschile come l’acerrimo nemico delle donne.
I traumi e le scelte portate avanti dai personaggi vengono ben comprese anche senza l’ausilio di spiegazioni perché riusciamo a immedesimarci in ogni personaggio con estrema facilità.

Un romanzo che merita, insomma.

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