Sono una di quelle persone che ferma non ci sa stare. Non concepisco l’idea di “andare in ferie”, o di stare un giorno senza lavorare, e dato che nella mia realtà il lavoro è scrivere, leggere, fare ricerche… mi è davvero difficile passare del tempo ferma anche solo mentalmente.
Se, però, nella cultura contemporanea la produttività è spesso vista come un valore assoluto (più si lavora, più si è qualcuno), fortunatamente questo pensiero non mi ha mai attraversata, perché non è solo fuorviante ma può avere conseguenze psicologiche e sociali profonde.
Se, però, nella cultura contemporanea la produttività è spesso vista come un valore assoluto (più si lavora, più si è qualcuno), fortunatamente questo pensiero non mi ha mai attraversata, perché non è solo fuorviante ma può avere conseguenze psicologiche e sociali profonde.
L’idea per cui più ore lavorate equivalgano a maggiore successo è in realtà una semplificazione pericolosa. Numerosi studi dimostrano che, al contrario, superare determinate soglie di orario non aumenta l’efficienza, ma la riduce, provocando errori, calo di creatività e performance complessive peggiori.
Nel mio caso, per esempio, sono solita lavorare quattro ore al giorno tra scrittura, lettura e ricerche e sfruttare le restanti quattro per attività più leggere, come la visita a un museo, guardare un film o una serie tv, andare agli eventi, fare pubbliche relazioni.
Anche se vorrei dirvi che riesco a tenermi sotto controllo, faccio parte di quell’80% di lavoratori – almeno negli Stati Uniti – che vive appieno il fenomeno dell’ansia legata alla produttività (productivity anxiety) che può portare alle più ovvie conseguenze negative sul benessere mentale e fisico.
Fare di quest’atteggiamento un’ossessione porta il soggetto ad associare il proprio valore personale alla quantità di attività svolte, anche a costo di sacrificare il tempo libero, le relazioni e l’autoriflessione. Va da sé che interiorizzare questo modello può far nascere sensi di colpa nei momenti di riposo, avvertendoli come periodi in cui si è insufficienti.
Ora, se ho finalmente capito – anche grazie al nuovo ambiente lavorativo – che non conta quanto si ha lavorato, ma il come, per molte persone è ancora difficile uscire dal loop. Sviluppano, o hanno già sviluppato, la pratica del presenteeism digitale, cioè il sentirsi obbligati a restare connessi e attivi anche fuori dall’orario lavorativo pur di dimostrare impegno e valore. Ovviamente questo in realtà non aumenta la produttività reale, anzi, ne abbassa la qualità, ma ciò che fa accrescere è ansia, stress e burn-out.
Spezzare il circolo vizioso (paura di fermarsi - maggiore attività - calo di qualità e benessere -bisogno di “fare di più”) si può fare. Bisogna solo riconoscere che la produttività sostenibile nasce da equilibrio: pause rigenerative, rispetto dei ritmi naturali e consapevolezza dei propri periodi.
So che molti di voi non possono decidere i propri orari di lavoro, quindi vorrei parlare direttamente ai datori di lavoro: studi e pratiche emergenti mostrano che periodi di disconnessione digitale, pause strutturate e riduzione dell’orario lavorativo possono migliorare il rendimento e la qualità della vita.
Ricordiamoci ora tutti che la nostra umanità non si misura in output, non siamo stati progettati per lavorare e basta, senza avere altro nella vita, come se fossimo regrediti in una sorta di schiavismo.
Siamo in realtà creati per costruire un dialogo continuo tra fare ed essere, tra impegno e cura di sé, tra risultati e riposo, proprio come il ciclo eterno della natura stessa: senza il riposo dell’inverno la terra non può dare i suoi frutti in estate.

Nessun commento:
Posta un commento