mercoledì 11 marzo 2026

#TheBeatles: Nowhere Man

Ci sono canzoni esplicite e altre che fanno sorgere il loro significato più profondo dopo vari ascolti, come nel caso di “Nowhere Man” dei Beatles.

Il brano è contenuto nell’album “Rubber Soul”, uscito nel 1965 ed è così profondamente legato al suo autore John Lennon (anche se ovviamente accreditata Lennon/McCartney) da essere presa come spunto per il titolo del film “Nowhere Boy”, dedicato all’adolescenza di John stesso.
Come accade per i brani lennoniani i versi possono sembrare privi di senso ma bastano poche nozioni di meditazione e spiritualità per rendere il tutto molto più semplice.

Al contrario delle altre volte, vorrei analizzare il brano più da un punto di vista metafisico. La sua nascita, infatti, arriva dal punto in cui John voleva scrivere un testo che andasse oltre le solite tematiche d’amore e non riuscendoci si sentiva proprio come un uomo senzaluogo, come potremmo tradurre il titolo. 
 
Per leggere il testo completo basta cliccare qui.

Personalmente ho “Nowhere man” nella lista dei brani preferiti fin dall’adolescenza, ma solamente qualche anno fa ho capito il significato più esoterico. L’uomo senza luogo di cui si parla nel testo, è semplicemente il nostro inconscio.
L’inconscio sta in un nonluogo, e in un certo senso è ovunque, se pensiamo anche all’inconscio collettivo di cui parla Jung. L’inconscio è una parte di noi che funziona grazie al carburante del passato e ci guida nel corso della nostra vita.
Possiamo raccontarcela o meno, ma il conscio nelle nostre parole o azioni è davvero una misera parte. È l’inconscio a governarci, è lui che organizza i nostri piani, senza alcun punto di vista se non quello del passato. “È già successo questo, è andata così, quindi andrà sempre così.” Allora costruiamo le nostre barriere in base a quelle che sono le sue credenze.

Conoscere il proprio inconscio è uno dei lavori più difficili della nostra vita, ma anche l’unico da fare se si vuole avere la piena consapevolezza di sé. Di questi tempi le persone che si avvicinano alla spiritualità, o anche solo a un cammino di consapevolezza, sono molte di più rispetto agli anni Sessanta, eppure ciò non basta: il mondo continua ad agire attraverso la sua più totale ombra. In pochi conoscono il perché dietro ogni gesto, parola o pensiero. Viviamo in una società schizofrenica, dove ci sentiamo i padroni del mondo, dove pensiamo che tutto ruoti attorno alla nostra vita, che una persona ami vedere le nostre storie spiattellate sui social. La realtà è che a nessuno interessa sul serio di qualcuno e lo notiamo dal fatto che le persone sono totalmente cieche anche di fronte a loro stesse.

Tutti vediamo solo quello che vogliamo vedere, ed è orribile soprattutto se vogliamo continuare a credere all’immagine perfetta e fatata che ci siamo costruiti. Non mettiamo in dubbio ciò che abbiamo dentro, di conseguenza continuiamo a vivere nella cecità, illudendoci che così sia più facile. In “Strawberry Fields Forever” John ci mette il carico, ricordandoci che è facile vivere a occhi chiusi, fraintendendo tutto ciò che si vede.

Nelle domande che si pone John nel brano c’è la nostra arroganza umana: pretendiamo che sia l’inconscio a mostrarsi a noi, senza fare mai un passo avanti verso di lui
. Eppure ci parla, ci urla: ci manda segnali, sogni, impulsi. Perché vogliamo rimanere sordi alle sue parole?

Non succede anche a Dante? Che decide di lasciare la sua vita dietro di sé e avventurarsi per la selva oscura? Proprio quando lo fa, incontra Virgilio colui che, tendendogli la mano, lo porta a conoscere il proprio Inferno, con destinazione il Paradiso.

Noi non siamo realmente reali. La nostra realtà non è come la vediamo, perché c’è moltissimo altro. Se l’inconscio è senza spazio e senza tempo, chi è che non deve avere fretta? Noi, solo noi.

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