Per millenni la domanda “Cosa c’è dopo la morte?” ha tormentato gli esseri umani che, con più o meno paura, hanno voluto sapere ben consapevoli di non poter avere la risposta certa.
Che crediamo o no all’anima, nessuno di noi può negare che l’umanità intera è dotata di sentimenti, emozioni, e sensazioni che ci accompagnano dal momento in cui veniamo al mondo fino a quello in cui lo lasceremo. Vi è una forza vitale che ci spinge verso una strada, che ci porta a voler ricercare il senso più profondo di quello che siamo e che inevitabilmente diamo a chi ci sta accanto.
Quando parliamo, come esprimiamo i nostri pensieri, è il modo in cui mostriamo il nostro mondo interiore. Dico sempre che per conoscere il cuore delle persone basta ascoltare i discorsi che fa, le parole che utilizza e in che modo si esprime. Certo, questo non è una prova tangibile della conoscenza totale dell’animo di chi abbiamo davanti, ma senz’altro è un buon punto di partenza.
Volendo proseguire in questo discorso, per chi crede in Dio è facile pensare alla vita dopo la vita: il credente cammina con il Padre per tutto il periodo terreno, ne segue le orme, inciampa, cade, a volte si rialza subito e altre volte dopo un lungo lasso di tempo. La preparazione è un processo continuo che troppo spesso è volto solo in vista di quello che sarà.
Il non credente, invece, tende a vivere giorno per giorno facendo del suo meglio con se stesso e il prossimo. Sa certamente riconoscere la differenza tra bene e male e allo stesso modo del credente, cammina, inciampa, cade e si rialza. Vive nell’oggi perché del domani non v’è certezza alcuna e se tanto tutto dovrà finire, tanto vale non avere rimpianti.
Entrambi, però, difficilmente pensano a cosa avverrà sì, ma sul pianeta Terra.
Cattolici, cristiani, musulmani, ebrei, atei, buddisti, induisti… tutti moriremo. Nessuno escluso. Tutti noi faremo l’esperienza dell’ultimo respiro, del cuore che si ferma e del cervello che non manda più impulsi. È inevitabile e per quanto ci pensiamo (o ignoriamo la questione) la nostra data di fine è in un certo senso già scritta. Fin da piccola dicevo che: ogni giorno trascorso ci avvicina alla meta, che noi lo vogliamo o no. Ma quanto spesso pensiamo che nel momento in cui saluteremo tutto e tutti, non saremo di certo gli ultimi a farlo? Che il mondo continuerà a girare, le persone a vivere, altre verranno al mondo e tutto proseguirà ancora per secoli, millenni anche dopo di noi?
Personalmente trovo lo scenario affascinante, perché nessuno di noi verrà sul serio dimenticato. Sono figlia unica e non voglio figli quindi è facile pensare che il mio nome verrà sepolto già dopo un mese dalla mia scomparsa, ma nella realtà dei fatti non è proprio così.
Certo, forse le mie generalità non verranno ricordate, ma ci sarà quell’amico, quel parente che manderà avanti un mio modo di dire o fare. Che dirà una mia espressione colorita, o che ascolterà quella canzone che odia solo perché ricorda me, che l’amavo tantissimo.
Ciò che sopravvive davvero dopo la morte, e di cui a seconda delle nostre credenze siamo tutti d’accordo, è l’impatto che abbiamo avuto nelle vite degli altri: memorie, azioni, opere, relazioni. Se poi pensiamo che i social hanno la possibilità di continuare a vivere “postumi” a noi, ecco che nulla del nostro pensiero andrà veramente perso.
Personalmente ho imparato a conoscere i miei bisnonni dai racconti dei miei nonni o dei miei genitori, stessa cosa vale per le mie zie di secondo o terzo grado… pensiamo ora a che ricchezza avranno i nostri discendenti, i nati delle nuove generazioni e oltre che potranno conoscerci anche attraverso i post. Quindi, se da un punto di vista teologico o filosofico spiegare il dopo morte non può dare alcuna prova tangibile, dal punto di vista empirico e scientifico, collegato a quello simbolico e culturale, forse non è così importante domandarsi dove saremo, ma nei cuori di chi saremo dopo.
Sono nate le religioni, le filosofie di pensiero e persino gli atei si appellano a quella che è una semplice credenza personale.
Come sempre accade quando vogliamo ricercare la verità in qualcosa di più grande di noi, ci concentriamo sul punto di vista sbagliato: non è tanto cosa c’è dopo la morte, ma cosa resta di noi dopo la vita.
Andiamo in crisi quando pensiamo che tutto ciò che abbiamo costruito non ci accompagnerà nel momento in cui l’anima lascia il nostro corpo, eppure non pensiamo davvero che quello che abbiamo fatto, qualsiasi cosa detta e ogni rapporto umano intrecciato rimarrà in eterno, come un continuo eco. Proprio come se contasse solo il materiale, il tangibile e solo di quello ci preoccupiamo, anche quando pensiamo alla morte.
Come sempre accade quando vogliamo ricercare la verità in qualcosa di più grande di noi, ci concentriamo sul punto di vista sbagliato: non è tanto cosa c’è dopo la morte, ma cosa resta di noi dopo la vita.
Andiamo in crisi quando pensiamo che tutto ciò che abbiamo costruito non ci accompagnerà nel momento in cui l’anima lascia il nostro corpo, eppure non pensiamo davvero che quello che abbiamo fatto, qualsiasi cosa detta e ogni rapporto umano intrecciato rimarrà in eterno, come un continuo eco. Proprio come se contasse solo il materiale, il tangibile e solo di quello ci preoccupiamo, anche quando pensiamo alla morte.
Che crediamo o no all’anima, nessuno di noi può negare che l’umanità intera è dotata di sentimenti, emozioni, e sensazioni che ci accompagnano dal momento in cui veniamo al mondo fino a quello in cui lo lasceremo. Vi è una forza vitale che ci spinge verso una strada, che ci porta a voler ricercare il senso più profondo di quello che siamo e che inevitabilmente diamo a chi ci sta accanto.
Quando parliamo, come esprimiamo i nostri pensieri, è il modo in cui mostriamo il nostro mondo interiore. Dico sempre che per conoscere il cuore delle persone basta ascoltare i discorsi che fa, le parole che utilizza e in che modo si esprime. Certo, questo non è una prova tangibile della conoscenza totale dell’animo di chi abbiamo davanti, ma senz’altro è un buon punto di partenza.
Volendo proseguire in questo discorso, per chi crede in Dio è facile pensare alla vita dopo la vita: il credente cammina con il Padre per tutto il periodo terreno, ne segue le orme, inciampa, cade, a volte si rialza subito e altre volte dopo un lungo lasso di tempo. La preparazione è un processo continuo che troppo spesso è volto solo in vista di quello che sarà.
Il non credente, invece, tende a vivere giorno per giorno facendo del suo meglio con se stesso e il prossimo. Sa certamente riconoscere la differenza tra bene e male e allo stesso modo del credente, cammina, inciampa, cade e si rialza. Vive nell’oggi perché del domani non v’è certezza alcuna e se tanto tutto dovrà finire, tanto vale non avere rimpianti.
Entrambi, però, difficilmente pensano a cosa avverrà sì, ma sul pianeta Terra.
Cattolici, cristiani, musulmani, ebrei, atei, buddisti, induisti… tutti moriremo. Nessuno escluso. Tutti noi faremo l’esperienza dell’ultimo respiro, del cuore che si ferma e del cervello che non manda più impulsi. È inevitabile e per quanto ci pensiamo (o ignoriamo la questione) la nostra data di fine è in un certo senso già scritta. Fin da piccola dicevo che: ogni giorno trascorso ci avvicina alla meta, che noi lo vogliamo o no. Ma quanto spesso pensiamo che nel momento in cui saluteremo tutto e tutti, non saremo di certo gli ultimi a farlo? Che il mondo continuerà a girare, le persone a vivere, altre verranno al mondo e tutto proseguirà ancora per secoli, millenni anche dopo di noi?
Personalmente trovo lo scenario affascinante, perché nessuno di noi verrà sul serio dimenticato. Sono figlia unica e non voglio figli quindi è facile pensare che il mio nome verrà sepolto già dopo un mese dalla mia scomparsa, ma nella realtà dei fatti non è proprio così.
Certo, forse le mie generalità non verranno ricordate, ma ci sarà quell’amico, quel parente che manderà avanti un mio modo di dire o fare. Che dirà una mia espressione colorita, o che ascolterà quella canzone che odia solo perché ricorda me, che l’amavo tantissimo.
Ciò che sopravvive davvero dopo la morte, e di cui a seconda delle nostre credenze siamo tutti d’accordo, è l’impatto che abbiamo avuto nelle vite degli altri: memorie, azioni, opere, relazioni. Se poi pensiamo che i social hanno la possibilità di continuare a vivere “postumi” a noi, ecco che nulla del nostro pensiero andrà veramente perso.
Personalmente ho imparato a conoscere i miei bisnonni dai racconti dei miei nonni o dei miei genitori, stessa cosa vale per le mie zie di secondo o terzo grado… pensiamo ora a che ricchezza avranno i nostri discendenti, i nati delle nuove generazioni e oltre che potranno conoscerci anche attraverso i post. Quindi, se da un punto di vista teologico o filosofico spiegare il dopo morte non può dare alcuna prova tangibile, dal punto di vista empirico e scientifico, collegato a quello simbolico e culturale, forse non è così importante domandarsi dove saremo, ma nei cuori di chi saremo dopo.

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