Sono un animo nostalgico e malinconico, non c’è proprio niente da fare. Basta un profumo, una canzone, un film per riportarmi indietro nel tempo, crogiolandomi sul viale dei ricordi andati. Ma non sono una di quelle persone che pensa che “si stava meglio quando si stava peggio”, al contrario. Ringrazio sempre di essere una che cerca di migliorarsi ogni giorno e che continua a rendere la propria vita più bella del giorno precedente. Ricordo il bene e ricordo il male, anche se con il senno di poi io riconosca che ci sia stato più il primo che il secondo, non dimentico quando i momenti bui siano stati intensi e profondi.
Questo articolo nasce però dall’ennesimo annuncio dell’ennesimo revival – non dirò quale, perché chissà quando lo pubblicherò – di una serie cult nei primi anni Duemila. Per carità, me felicissima, come sono felice ogni volta che tornano le tendenze anni ’90, ma se nella moda è normale che ci sia la classica ripetizione stilistica, a che pro portarla anche nel mondo dell’arte?
Mancanza di creatività? Paura di esplorare il nuovo? Rifugiarsi nel vecchio per avere una pseudo sicurezza di riscontro dal pubblico? O stiamo vivendo forse per la prima volta in un presente così instabile che troviamo la sicurezza nell’espediente del passato?
La nostra mente è strutturata in modo tale da proteggerci, sempre. Ecco perché riesce a trasformare i ricordi più dolorosi in nostalgia, dando loro un sapore dolceamaro. Ma se i servizi di streaming possono venirci incontro offrendoci prodotti del passato, dai vecchi cult al cinema muto, a cosa servono davvero i revival?
Forse può rispondere alla domanda la comfort culture: quella scelta di usufruire di prodotti e/o servizi a noi famigliari, per poter trovare conforto, appunto, rifugio, benessere e calma. Il nuovo, il cambiamento, ci possono sconvolgere, rendere ansiosi e insicuri, così – almeno nel mio caso – riguardare quel film natalizio anni ’90, o ricrearne anche solo l’estetica in uno più moderno, mi fa tirare un sospiro di sollievo, a lungo trattenuto dalla vita frenetica che vivo più o meno quotidianamente.
Secondo studi recenti, il periodo della Pandemia e del lockdown ha accelerato questo processo, perché molte persone costrette a casa hanno preferito riguardare le serie tv, i film del passato o anche rileggere i grandi classici. E che dire dei revival? Non ne abbiamo mai abbastanza, forse proprio durante la Pandemia ci siamo resi conto che non accettiamo la parola fine così facilmente. Qualcosa non deve finire per forza, così anche a distanza di dieci o vent’anni ci chiediamo che fine abbiano fatto i nostri personaggi preferiti.
Personalmente, soprattutto per l’ultimo punto, preferisco dare loro vita nella mia mente, o scrivendo fan fiction – molte delle quali rimangono private – per aumentare la mia creatività ma soprattutto per non rimanere delusa, perché ammettiamolo: i revival ci deludono sempre.
Se, quindi, il sentimento della nostalgia si manifesta maggiormente in momenti di crisi, è anche vero che in un mondo che cambia rapidamente proprio grazie alla tecnologia – che quindi di conseguenza intacca temi come la società e l’ambiente – vivere nei ricordi dà come una sorta di continuità, come se avessimo sempre qualcosa a portata di mano a cui aggrapparci.
Rispetto ai decenni passati, ora tutto cambia anche solo in un anno, basti pensare all’IA e a come stia diventando sempre più necessaria, così nuotare nel mare della vita è diventato ancora più difficoltoso, facendoci temere ogni onda, anche se piccola. Il passato diventa il nostro salvagente, qualcosa a cui non possiamo rinunciare per non sentirci soli.
E un altro modo per non sentirci soli è quello di fare comunità. Quale modo migliore per conoscere nuove persone, evadere dalla routine e viversi un giorno di spensieratezza tornando indietro nel tempo? Che sia online o dal vivo, sono sempre più numerosi i gruppi di persone che si riuniscono per parlare dei bei vecchi tempi andati, commentando film, serie tv, libri, anime… anche negli eventi come Romics o Lucca Comix, questo si sente molto e… ovviamente il consumismo ringrazia.
Sì, perché se da una parte è tutto bello, gioioso, meraviglioso… dall’altra lo spettro del consumare per appagarsi è sempre dietro l’angolo. Queste le aziende lo sanno bene: evocare il passato vende. Che sia per collezionismo, per packaging rétro o per pura voglia di accaparrarci quello che desideravamo da bambini e che non potevamo avere, il vecchio attrae forse più del nuovo, facendo sentire il compratore più unico nel possedere qualcosa non più in commercio, di limitato.
Possiamo riassumere tutto quanto considerando come il passato sia un rifugio sì per avere le nostre certezze quando tutto traballa, ma anche una sorta di terapia: rievocare momenti che ci hanno emozionato, se fatto con capacità di distacco e senza idealizzare nulla, può darci forza e speranza.
Sì, perché l’epoca d’oro non esiste, e per quanto possiamo smussare gli angoli bui, il passato non è stato solo rosa e fiori.
In questo articolo, però, vorrei anche dedicare un ultimo paragrafo ai rischi di vivere di ricordi. Oltre alla stagnazione creativa, che ci impedisce di progredire se prestiamo più attenzione allo ieri che all’oggi, possiamo anche cadere nella trappola della distorsione della memoria: ricordare selettivamente solo ciò che ci fa bene e ignorare ciò che non ci conviene ricordare, può portare a visioni idealizzate, false e incomplete, rischiando di mettere in dubbio sia la nostra identità che la realtà che ci circonda.
Senza considerare il marketing manipolativo: sfruttare la nostalgia per vendere senza sostanza è estremamente facile, inganna i consumatori sfruttando le loro emozioni solo per profitto.
Quindi occhi ben aperti quando sentiamo il desiderio di tornare indietro, perché dopotutto ciò che davvero conta per costruire un solido futuro è solo il momento presente.
Questo articolo nasce però dall’ennesimo annuncio dell’ennesimo revival – non dirò quale, perché chissà quando lo pubblicherò – di una serie cult nei primi anni Duemila. Per carità, me felicissima, come sono felice ogni volta che tornano le tendenze anni ’90, ma se nella moda è normale che ci sia la classica ripetizione stilistica, a che pro portarla anche nel mondo dell’arte?
Mancanza di creatività? Paura di esplorare il nuovo? Rifugiarsi nel vecchio per avere una pseudo sicurezza di riscontro dal pubblico? O stiamo vivendo forse per la prima volta in un presente così instabile che troviamo la sicurezza nell’espediente del passato?
La nostra mente è strutturata in modo tale da proteggerci, sempre. Ecco perché riesce a trasformare i ricordi più dolorosi in nostalgia, dando loro un sapore dolceamaro. Ma se i servizi di streaming possono venirci incontro offrendoci prodotti del passato, dai vecchi cult al cinema muto, a cosa servono davvero i revival?
Forse può rispondere alla domanda la comfort culture: quella scelta di usufruire di prodotti e/o servizi a noi famigliari, per poter trovare conforto, appunto, rifugio, benessere e calma. Il nuovo, il cambiamento, ci possono sconvolgere, rendere ansiosi e insicuri, così – almeno nel mio caso – riguardare quel film natalizio anni ’90, o ricrearne anche solo l’estetica in uno più moderno, mi fa tirare un sospiro di sollievo, a lungo trattenuto dalla vita frenetica che vivo più o meno quotidianamente.
Secondo studi recenti, il periodo della Pandemia e del lockdown ha accelerato questo processo, perché molte persone costrette a casa hanno preferito riguardare le serie tv, i film del passato o anche rileggere i grandi classici. E che dire dei revival? Non ne abbiamo mai abbastanza, forse proprio durante la Pandemia ci siamo resi conto che non accettiamo la parola fine così facilmente. Qualcosa non deve finire per forza, così anche a distanza di dieci o vent’anni ci chiediamo che fine abbiano fatto i nostri personaggi preferiti.
Personalmente, soprattutto per l’ultimo punto, preferisco dare loro vita nella mia mente, o scrivendo fan fiction – molte delle quali rimangono private – per aumentare la mia creatività ma soprattutto per non rimanere delusa, perché ammettiamolo: i revival ci deludono sempre.
Se, quindi, il sentimento della nostalgia si manifesta maggiormente in momenti di crisi, è anche vero che in un mondo che cambia rapidamente proprio grazie alla tecnologia – che quindi di conseguenza intacca temi come la società e l’ambiente – vivere nei ricordi dà come una sorta di continuità, come se avessimo sempre qualcosa a portata di mano a cui aggrapparci.
Rispetto ai decenni passati, ora tutto cambia anche solo in un anno, basti pensare all’IA e a come stia diventando sempre più necessaria, così nuotare nel mare della vita è diventato ancora più difficoltoso, facendoci temere ogni onda, anche se piccola. Il passato diventa il nostro salvagente, qualcosa a cui non possiamo rinunciare per non sentirci soli.
E un altro modo per non sentirci soli è quello di fare comunità. Quale modo migliore per conoscere nuove persone, evadere dalla routine e viversi un giorno di spensieratezza tornando indietro nel tempo? Che sia online o dal vivo, sono sempre più numerosi i gruppi di persone che si riuniscono per parlare dei bei vecchi tempi andati, commentando film, serie tv, libri, anime… anche negli eventi come Romics o Lucca Comix, questo si sente molto e… ovviamente il consumismo ringrazia.
Sì, perché se da una parte è tutto bello, gioioso, meraviglioso… dall’altra lo spettro del consumare per appagarsi è sempre dietro l’angolo. Queste le aziende lo sanno bene: evocare il passato vende. Che sia per collezionismo, per packaging rétro o per pura voglia di accaparrarci quello che desideravamo da bambini e che non potevamo avere, il vecchio attrae forse più del nuovo, facendo sentire il compratore più unico nel possedere qualcosa non più in commercio, di limitato.
Possiamo riassumere tutto quanto considerando come il passato sia un rifugio sì per avere le nostre certezze quando tutto traballa, ma anche una sorta di terapia: rievocare momenti che ci hanno emozionato, se fatto con capacità di distacco e senza idealizzare nulla, può darci forza e speranza.
Sì, perché l’epoca d’oro non esiste, e per quanto possiamo smussare gli angoli bui, il passato non è stato solo rosa e fiori.
In questo articolo, però, vorrei anche dedicare un ultimo paragrafo ai rischi di vivere di ricordi. Oltre alla stagnazione creativa, che ci impedisce di progredire se prestiamo più attenzione allo ieri che all’oggi, possiamo anche cadere nella trappola della distorsione della memoria: ricordare selettivamente solo ciò che ci fa bene e ignorare ciò che non ci conviene ricordare, può portare a visioni idealizzate, false e incomplete, rischiando di mettere in dubbio sia la nostra identità che la realtà che ci circonda.
Senza considerare il marketing manipolativo: sfruttare la nostalgia per vendere senza sostanza è estremamente facile, inganna i consumatori sfruttando le loro emozioni solo per profitto.
Quindi occhi ben aperti quando sentiamo il desiderio di tornare indietro, perché dopotutto ciò che davvero conta per costruire un solido futuro è solo il momento presente.


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