Quando ho affrontato il tema di Ulisse nella Divina Commedia mi sono chiesta come possiamo vederci eroi di tutti i giorni, quanto abbiamo in comune con i grandi personaggi della mitologia o della narrativa in generale che sfidano i loro limiti e riescono a riscrivere il destino – o a metterlo in atto, dipende dai punti di vista – della propria vita.
Da scrittrice ho un punto fisso: il viaggio dell’eroe. Il modello unico in cui è spiegato il perché e il come il protagonista riesce a vincere la sua sfida personale. Si parte in una condizione in cui l’eroe, il protagonista, deve iniziare un’avventura, il suo momento di crisi e la vittoria finale che lo riporta al punto di partenza cambiato o in alcuni casi trasformato.
A questo ha lavorato a lungo il saggista e storico Joseph Campbell che, riunendo tutti i modelli di miti e di eroi nel corso della letteratura antica e moderna, ha osservato esserci un modello narrativo comune, che lui per primo ha descritto come “monomito”, o come è più comunemente conosciuto: “il viaggio dell’eroe”.
Le storie possono cambiare in base alla vita del protagonista e, più comunemente accade, in base al luogo e tempo in cui la storia stessa è stata pensata e successivamente scritta. Partenza, prove, trasformazione e ritorno sono sequenze condivise e che risuonano forte in noi quando leggiamo le gesta degli eroi del passato, perché sono gli stessi modelli che caratterizzano l’esperienza umana del cambiamento e della responsabilità.
Nel 1949 Campbell pubblica “L’eroe dai mille volti”, dove ai tre punti descritti prima si uniscono anche una serie di tappe intermedie: chiamata all’avventura, incontro con il mentore, soglia, prova suprema, acquisizione del dono e ritorno con una benedizione.
Ovviamente Campbell non fu il primo studioso a osservare questo schema comune: già nel 1871 era soggetto di studio da parte dell’antropologo Edward Burnett Tylor; così come possiamo citare Otto Rank che si è approcciato al mito unendo la psicoanalisi del tutto freudiana. Campbell, invece, si avvicina maggiormente alla visione junghiana del mito.
Nelle opere come l’Odissea Ulisse parte da Troia e, attraverso le numerose prove del suo viaggio, ritorna a Itaca per riconquistare la sua casa e la sua identità. Il viaggio che si manifesta all’esterno è lo specchio di una prova interiore dove la resistenza, l’astuzia e il coraggio sono armi volte al riconoscimento di sé.
Simile ma non identico è il viaggio di Enea dove il suo obiettivo è dare ai Troiani sopravvissuti una nuova patria. Anche lui parte da Troia, perché il viaggio è una missione promessa dagli dèi, dove il fine ultimo sarà la costruzione di un futuro per la comunità, fondando una nuova città nelle coste del Lazio, sposando Lavinia – la figlia del Re – e fondando poi la città di Lavinio. Qualche decennio dopo il loro figlio Ascanio fonda Alba Longa, dalla quale generazioni dopo nasce Rea Silvia, fatta poi diventare vestale ma, secondo la leggenda, abbandona il voto di castità dopo l’incontro con il dio Marte dando alla luce Romolo e Remo.
Anche nella storia di Giasone l’obiettivo era in comune: è messo a capo della spedizione degli Argonauti per recuperare il vello d’oro viaggiando verso Colchide. L’impresa rappresenta per tutti la legittimazione del re Pelia a regnare; per lui il riprendersi il Regno tolto dallo zio.
Anche se con fini e particolarità diverse a rendere sempre nuove le storie e a farci così appassionare, questi e tutti gli altri miti possono parlare quotidianamente a noi perché siamo costantemente messi alla prova dalla vita: perdiamo affetti, beni materiali, siamo attaccati alle nostre radici e pensiamo di dovere qualcosa agli antenati. Eppure in un modo o nell’altro, cerchiamo di andare oltre quello che è lo schema famigliare e siamo pronti a sfidare il destino.
Con gli eroi con cui scegliamo di identificarci possiamo vedere i diversi modi di affrontare le prove e trasformarci, riconoscendo in ogni difficoltà o persona una fase del viaggio. Questo rende utile il mito che diventa una sorta di mappa con cui riflettere più facilmente sui passaggi di vita, sulle scelte e sull’etica dell’azione.
Nelle prove che ci dà la vita possiamo considerarci un po’ come Ulisse che sfida il mare per ritrovare casa, ricordandoci che non è la distanza fisica o la difficoltà di quello che affrontiamo a trasformarci – sia nel bene che nel male – ma il viaggio che ci obbliga a confrontarci con ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare. E chissà, magari scopriremo che ogni creatura sovrannaturale, con i suoi magici amuleti pronta ad aiutarci o a metterci in difficoltà, vive già dentro di noi.
Da scrittrice ho un punto fisso: il viaggio dell’eroe. Il modello unico in cui è spiegato il perché e il come il protagonista riesce a vincere la sua sfida personale. Si parte in una condizione in cui l’eroe, il protagonista, deve iniziare un’avventura, il suo momento di crisi e la vittoria finale che lo riporta al punto di partenza cambiato o in alcuni casi trasformato.
A questo ha lavorato a lungo il saggista e storico Joseph Campbell che, riunendo tutti i modelli di miti e di eroi nel corso della letteratura antica e moderna, ha osservato esserci un modello narrativo comune, che lui per primo ha descritto come “monomito”, o come è più comunemente conosciuto: “il viaggio dell’eroe”.
Le storie possono cambiare in base alla vita del protagonista e, più comunemente accade, in base al luogo e tempo in cui la storia stessa è stata pensata e successivamente scritta. Partenza, prove, trasformazione e ritorno sono sequenze condivise e che risuonano forte in noi quando leggiamo le gesta degli eroi del passato, perché sono gli stessi modelli che caratterizzano l’esperienza umana del cambiamento e della responsabilità.
Nel 1949 Campbell pubblica “L’eroe dai mille volti”, dove ai tre punti descritti prima si uniscono anche una serie di tappe intermedie: chiamata all’avventura, incontro con il mentore, soglia, prova suprema, acquisizione del dono e ritorno con una benedizione.
Ovviamente Campbell non fu il primo studioso a osservare questo schema comune: già nel 1871 era soggetto di studio da parte dell’antropologo Edward Burnett Tylor; così come possiamo citare Otto Rank che si è approcciato al mito unendo la psicoanalisi del tutto freudiana. Campbell, invece, si avvicina maggiormente alla visione junghiana del mito.
Nelle opere come l’Odissea Ulisse parte da Troia e, attraverso le numerose prove del suo viaggio, ritorna a Itaca per riconquistare la sua casa e la sua identità. Il viaggio che si manifesta all’esterno è lo specchio di una prova interiore dove la resistenza, l’astuzia e il coraggio sono armi volte al riconoscimento di sé.
Simile ma non identico è il viaggio di Enea dove il suo obiettivo è dare ai Troiani sopravvissuti una nuova patria. Anche lui parte da Troia, perché il viaggio è una missione promessa dagli dèi, dove il fine ultimo sarà la costruzione di un futuro per la comunità, fondando una nuova città nelle coste del Lazio, sposando Lavinia – la figlia del Re – e fondando poi la città di Lavinio. Qualche decennio dopo il loro figlio Ascanio fonda Alba Longa, dalla quale generazioni dopo nasce Rea Silvia, fatta poi diventare vestale ma, secondo la leggenda, abbandona il voto di castità dopo l’incontro con il dio Marte dando alla luce Romolo e Remo.
Anche nella storia di Giasone l’obiettivo era in comune: è messo a capo della spedizione degli Argonauti per recuperare il vello d’oro viaggiando verso Colchide. L’impresa rappresenta per tutti la legittimazione del re Pelia a regnare; per lui il riprendersi il Regno tolto dallo zio.
Anche se con fini e particolarità diverse a rendere sempre nuove le storie e a farci così appassionare, questi e tutti gli altri miti possono parlare quotidianamente a noi perché siamo costantemente messi alla prova dalla vita: perdiamo affetti, beni materiali, siamo attaccati alle nostre radici e pensiamo di dovere qualcosa agli antenati. Eppure in un modo o nell’altro, cerchiamo di andare oltre quello che è lo schema famigliare e siamo pronti a sfidare il destino.
Con gli eroi con cui scegliamo di identificarci possiamo vedere i diversi modi di affrontare le prove e trasformarci, riconoscendo in ogni difficoltà o persona una fase del viaggio. Questo rende utile il mito che diventa una sorta di mappa con cui riflettere più facilmente sui passaggi di vita, sulle scelte e sull’etica dell’azione.
Nelle prove che ci dà la vita possiamo considerarci un po’ come Ulisse che sfida il mare per ritrovare casa, ricordandoci che non è la distanza fisica o la difficoltà di quello che affrontiamo a trasformarci – sia nel bene che nel male – ma il viaggio che ci obbliga a confrontarci con ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare. E chissà, magari scopriremo che ogni creatura sovrannaturale, con i suoi magici amuleti pronta ad aiutarci o a metterci in difficoltà, vive già dentro di noi.


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