venerdì 27 marzo 2026

#DivinaCommedia: Canto XXIV – Purgatorio

Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.


Oggi analizziamo il ventiquattresimo canto del Purgatorio. Siamo ancora all’interno della VI Cornice, con i golosi e ancora in compagnia di Forese Donati. Incontreremo, però, tante altre anime prima di proseguire nel cammino e parleremo molto con una di loro.
 
Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.
  
Né ‘l dir l’andar, né l’andar lui più lento
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento;

e l’ombre, che parean cose rimorte,
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.

E io, continüando al mio sermone,
dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione.

Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda;
dimmi s’io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda».

«La mia sorella, che tra bella e buona
non so qual fosse più, trïunfa lieta
ne l’alto Olimpo già di sua corona».

Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
di nominar ciascun, da ch’è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta.

Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta

ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia».

Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch’io però non vidi un atto bruno.

Vidi per fame a vòto usar li denti
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti.

Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio.

Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.


Più parlano e più proseguono velocemente lungo il cammino, proprio come fa una nave spinta dal vento favorevole. Accanto a loro le anime smunte dei golosi, prive di forze tanto da sembrare morti – scusate, ma rido perché in effetti lo sono – guardano meravigliati un vivo, Dante, aggirarsi dalle loro parti. Questo, però, non se ne cura più di tanto, forse ormai è abituato, e chiede al suo amico come sta sua sorella Piccarda. Forese gli risponde che è già santa in Paradiso, infatti la incontreremo al Canto III della prossima cantica. Rincuorato di ciò, chiede di poter sapere chi sono le anime lì presenti, perché mai Dante potrebbe riconoscerle visto l’aspetto emaciato, e l’amico inizia una lunga lista.


Il primo che viene nominato è Bonagiunta Orbicciani da Lucca (1220 circa – 1296 circa), notario e rimatore, stretto imitatore della lirica provenzale, soprattutto degli autori Jacopo da Lentini e Guittone d’Arezzo. Lontano dalle rime più filosofiche di Guido Guinizzelli, al quale manda un sonetto accusandolo di “oscurità”, considerava gli autori provenzali i più alti esponenti della poesia. Era famoso per il suo peccato di gola. Per Dante – che lo cita anche nel De vulgari eloquentia – Bonagiunta da Lucca non era abbastanza avvezzo all’arte poetica tanto da andare oltre alla forma più terrena delle stesse forme.
Poi è la volta di papa Martino IV (1210 circa – 1285), secondo i commentatori dell’epoca il Santo Padre morì proprio a causa di un’indigestione di anguille, di cui era particolarmente ghiotto e che era solito annegare nella vernaccia.
Troviamo ancora Ubaldino degli Ubaldini e Bonifazio Fieschi di Lavagna, e in ultimo il grande bevitore Marchese degli Arguglisi.
Tra tutti loro, Dante scegli di parlare proprio con il primo il quale sembra molto desideroso di avvicinarsi al vivo.

Ciò che mi colpisce maggiormente è la volontà di Dante di sincerarsi con l’amico delle sorti della sorella, proprio come faremmo ancora oggi con chi non vediamo da tanto tempo. E, ancora, la condizione delle anime che sembrano morte proprio come il loro corpo materiale. È come se il peccato della gola facesse morire le nostre anime ogni volta che lo commettiamo. E in effetti, se ci pensiamo, è proprio quando vogliamo scappare da noi stessi, dai problemi che tendiamo ad abusare un po’ troppo di cibo e alcol, distruggendoci sempre di più…

El mormorava; e non so che «Gentucca»
sentiv’io là, ov’el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.

«O anima», diss’io, «che par sì vaga
di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
e te e me col tuo parlare appaga».

«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
cominciò el, «che ti farà piacere
la mia città, come ch’om la riprenda.

Tu te n’andrai con questo antivedere:
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.

Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
Donne ch’avete intelletto d’amore’».

E io a lui: «I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando».

«O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo
che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!

Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;

e qual più a gradire oltre si mette,
non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
e, quasi contentato, si tacette.


L’anima ripete sommessamente e più volte il nome di Gentucca, così Dante gli si accosta chiedendogli chi sia la donna di cui lui sta parlando. L’anima, che nel tono della risposta dimostra tutta la voglia che aveva di parlare con Dante, gli profetizza che questa Gentucca al momento è ancora fanciulla, ma presto la conoscerà e l’ammirerà al punto che il Poeta si ricrederà sulla gente di Lucca.

Il discorso si sposta velocemente sulla disputa dei due differenti stili dei due poeti: Bonagiunta riconosce il Dante l’autore della Vita Nuova e gli chiede in che modo scrive i suoi versi. Questi gli risponde che lo fa ispirato maggiormente dall’amore: è proprio il sentimento che è in lui a guidarlo e non fa altro che esprimerlo a versi.
Così Bonagiunta comprende che la differenza degli autori di cui fa parte e quelli come Dante sta proprio nell’esplorazione interna dell’amore e riconosce il Dolce Stil Novo superiore alle altre forme, anche se alla fine – sempre secondo Bonagiunta – a meglio indagare i due stili, questi non hanno molte differenze.

Notiamo come qui nel Purgatorio le anime non sono mai in conflitto tra di loro. Questo argomento era affrontato persino nell’Inferno, anche se in chiave più ironica, con il succo del: è inutile e infruttifero crearsi nemici, perché sono solo le altre facce della nostra medaglia, riflessi più oscuri del nostro essere. In Purgatorio i diversi punti di vista cercano di comprendersi, proprio per arrivare alla radice che in fondo siamo tutti uguali e spinti all’agire dall’amore, dipende solo quanto esploriamo questo sentimento. 

Per quanto riguarda il nome Gentucca purtroppo non abbiamo notizie e fonti certe perché era un nome molto comune all’epoca. Potrebbe essere servito per rivedere le figure femminili, qui comparate a sante eroine che possono salvare le anime, o ancora alla moglie di qualche amico di Dante che l’ha sostenuto durante l’esilio.


Come li augei che vernan lungo ‘l Nilo,
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo,

così tutta la gente che lì era,
volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.

E come l’uom che di trottare è lasso,
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l’affollar del casso,

sì lasciò trapassar la santa greggia
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».

«Non so», rispuos’io lui, «quant’io mi viva;
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch’io non sia col voler prima a la riva;

però che ’l loco u’ fui a viver posto,
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto».

«Or va», diss’el; «che quei che più n’ha colpa,
vegg’ïo a coda d’una bestia tratto
inver’ la valle ove mai non si scolpa.

La bestia ad ogne passo va più ratto,
crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.

Non hanno molto a volger quelle ruote»,
e drizzò li ochi al ciel, «che ti fia chiaro
ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.

Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
in questo regno, sì ch’io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro».

Qual esce alcuna volta di gualoppo
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,

tal si partì da noi con maggior valchi;
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi.

Arriva anche il momento del congedo tra Forese e Dante. Il primo chiede all’amico quando potranno rivedersi, come fossero ancora vivi e sulla dimensione terrena. Il secondo gli risponde che ovviamente non può saperlo, ma che farà di tutto per arrivare almeno alle rive del Purgatorio, smettendola così di perseverare nei peccati. A questo punto Forese gli fa un’altra profezia, questa volta sul fratello Corso: capo dei Guelfi Neri a Firenze, e quindi grande nemico di Dante sia dal punto di vista politico che personale. Corso Donati, spiega il fratello, morirà proprio come si confà a un traditore: trascinato dal suo stesso cavallo e allo stesso modo arriverà all’Inferno in poco tempo. Corso Donati, infatti, morirà solo otto anni dopo: nel 1308.
Così Forese si allontana, lasciando Dante solo con Virgilio e Stazio.

E quando innanzi a noi intrato fue,
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,

parvermi i rami gravidi e vivaci
d’un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci.

Vidi gente sott’esso alzar le mani
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani,

che pregano, e ’l pregato non risponde,
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.

Poi si partì sì come ricreduta;
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

«Trapassate oltre sanza farvi presso:
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso».

Sì tra le frasche non so chi diceva;
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.

«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
nei nuvoli formati, che, satolli,
Tesëo combatter co’ doppi petti;

e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver’ Madïan discese i colli».

Sì accostati a l’un d’i due vivagni
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.

Poi, rallargati per la strada sola,
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.

«Che andate pensando sì voi sol tre?».
sùbita voce disse; ond’io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.

Drizzai la testa per veder chi fossi;
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi,

com’io vidi un che dicea: «S’a voi piace
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace».

L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
com’om che va secondo ch’elli ascolta.

E quale, annunziatrice de li albori,
l’aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;

tal mi senti’ un vento dar per mezza
la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
che fé sentir d’ambrosia l’orezza.

E senti’ dir: «Beati cui alluma
tanto di grazia, che l’amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,

esurïendo sempre quanto è giusto!».


Dante continua a seguire con lo sguardo l’amico, pensando alla stessa profezia, quando si imbatte in un secondo albero, a cui piedi vi sono delle anime che rivolgono in alto le mani e pregano così tanto intensamente da ricordare dei bambini durante i capricci. Proprio come loro, però, vengono ignorate, così esauste si allontano e permettono ai tre di avvicinarsi, ma quando lo fanno l’albero stesso li redarguisce, mandando via anch
’essi e ricordando loro due episodi, uno mitologico e l’altro presente nella Bibbia: il primo riguarda i centauri che, dopo aver mangiato e bevuto in abbondanza alle nozze del re Piritoo tentarono di rapire la sposa e le altre donne, dando così inizio a una sanguinosa guerra alla quale prese parte anche Teseo. Il secondo è l’episodio in cui Gedeone, a capo di un numeroso esercito, guidato da Dio scelse gli uomini in base a come avrebbero bevuto l’acqua del fiume: chi l’avesse fatto portandola alle mani, sarebbe stato scelto; chi invece si inginocchiava per prenderne il più possibile, sarebbe tornato a casa.
Nel primo esempio si dimostra come cibo e bevande inebrianti, se consumati in abbondanza, lascino indietro la ragione a favor di far primeggiare gli istinti; il secondo di come bevendo e mangiando a sazietà si dimostra la poca fiducia in Dio che ci dà sempre tutto ciò di cui abbiamo bisogno, senza dover eccedere.

Così le tre anime avanzano meditando a lungo, in silenzio, ognuno per conto proprio questi esempi. Il cammino dura quasi un chilometro, Dante ci dice ben più di mille passi, quando una voce improvvisa riscuote Dante: è l’angelo che gli guida verso la prossima Cornice. Dante lo segue proprio come un cieco segue la voce udita e con il leggero colpo d’ali, che Dante paragona alla brezza di un’alba di maggio, viene dissolta un’altra P dalla sua fronte. E in ultimo l’angelo conclude la benedizione: Beati coloro che sono così tanto illuminati dalla Grazia Divina che i piaceri della gola non si accendono eccessivamente nel loro animo, lasciando così sempre spazio alla fame di giustizia.

Si riconferma quanto spiegato prima: se cerchiamo di colmare i nostri vuoti con le cose terrene, in questo caso cibo, alcol, ma potremmo dire anche droghe o qualsiasi dipendenze, finiremmo solo per distruggere il nostro interno.

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