Non è la prima volta che affrontiamo il tema della moda e malinconia, lo abbiamo già fatto nell’articolo dedicato alla moda decadente e sul perché affascina così tanto.
Nel Medioevo vestirsi di nero era comune per i più poveri, ma anche per le classi più abbienti quando si trascorrevano i periodi di lutto o penitenza, come quelli dell’Avvento e della Quaresima. Nello stesso periodo storico era anche il colore che utilizzavano i più grandi funzionari, studiosi, giudici – di cui è ancora il colore della toga – come simbolo di autorità e rigore.
Con il passare del tempo, e con nuove tecniche di tinture dei vestiti, il nero acquisisce un valore più importante, facendo diventare i tessuti di quel colore così costosi e pregiati da diventare subito simbolo di potere ed eleganza, anche se per quest’ultimo punto bisogna attendere l’Ottocento.
La Regina Vittoria ha vestito il lutto per ben sessant’anni: dalla morte del marito Albert, avvenuta nel 1861, fino al suo ultimo giorno di vita. Per questo quasi tre intere generazioni hanno visto nella monarca britannica l’apice dell’eleganza nel colore nero, al quale si è ispirata l’iconica Coco Chanel, fino all’apoteosi dell’eleganza indossata da Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”.
Nella seconda metà del Novecento, più precisamente negli anni ’70 e ’80 il nero diventa il colore più utilizzato negli stili Punk e della New Wave, indossato come armatura di pelle e rifiuto, da gruppi sociali di persone che vogliono alienarsi dalla normalità.
Negli anni ’90 e nei primi del 2000 gli stilisti giapponesi Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto lo utilizzano dandogli una versione più poetica: il nero non è solo un colore relegato alla tristezza, eleganza, o al pessimismo, ma un vero e proprio modo di essere. I loro modelli vengono associati a personalità più vicine all’introspezione, alla profondità, persino alla purezza.
Come già detto nell’articolo citato in precedenza, ma anche in quello sul significato delle candele nere ad Halloween, il nero assorbe la luce, e questo dal punto di vista psicologico trasmette protezione, cancellando il superfluo nelle nostre vite.
Indossare il nero vuol dire segnare un confine che separa il dentro dal fuori, il caos dal silenzio. Un vestito, una maglietta, una gonna o un pantalone di quel colore possono far passare inosservati e allo stesso tempo ricordati, come una semplicità che sa catturare l’attenzione.
E poi, andiamo, chi è che riesce a resistere al fascino del colore che più di tutti esprime il mistero? Io, almeno, non saprei farlo, soprattutto se a indossarlo è un poeta o un artista che sa tirare fuori la sua profondità con l’arte che realizza.
Mantenendo lo stesso tema, ho notato come in quel tipo di moda a predominare sia il colore nero, utilizzato anche come simbolo di eleganza, a volte alienazione e onnipresente anche in altri stili, come quello dark, urban, emo…
Se poi andiamo indietro nel tempo notiamo come questo colore non sia mai passato di moda, forse perché non è propriamente da relegare solo in questo ambito, quanto nella sua facilità di ricavarne il pigmento. Di conseguenza, avendolo avuto a disposizione da secoli, è ormai un colore in cui tutti ci sentiamo a nostro agio, vediamo il perché.
Se poi andiamo indietro nel tempo notiamo come questo colore non sia mai passato di moda, forse perché non è propriamente da relegare solo in questo ambito, quanto nella sua facilità di ricavarne il pigmento. Di conseguenza, avendolo avuto a disposizione da secoli, è ormai un colore in cui tutti ci sentiamo a nostro agio, vediamo il perché.
Nel Medioevo vestirsi di nero era comune per i più poveri, ma anche per le classi più abbienti quando si trascorrevano i periodi di lutto o penitenza, come quelli dell’Avvento e della Quaresima. Nello stesso periodo storico era anche il colore che utilizzavano i più grandi funzionari, studiosi, giudici – di cui è ancora il colore della toga – come simbolo di autorità e rigore.
Con il passare del tempo, e con nuove tecniche di tinture dei vestiti, il nero acquisisce un valore più importante, facendo diventare i tessuti di quel colore così costosi e pregiati da diventare subito simbolo di potere ed eleganza, anche se per quest’ultimo punto bisogna attendere l’Ottocento.
La Regina Vittoria ha vestito il lutto per ben sessant’anni: dalla morte del marito Albert, avvenuta nel 1861, fino al suo ultimo giorno di vita. Per questo quasi tre intere generazioni hanno visto nella monarca britannica l’apice dell’eleganza nel colore nero, al quale si è ispirata l’iconica Coco Chanel, fino all’apoteosi dell’eleganza indossata da Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”.
Nella seconda metà del Novecento, più precisamente negli anni ’70 e ’80 il nero diventa il colore più utilizzato negli stili Punk e della New Wave, indossato come armatura di pelle e rifiuto, da gruppi sociali di persone che vogliono alienarsi dalla normalità.
Negli anni ’90 e nei primi del 2000 gli stilisti giapponesi Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto lo utilizzano dandogli una versione più poetica: il nero non è solo un colore relegato alla tristezza, eleganza, o al pessimismo, ma un vero e proprio modo di essere. I loro modelli vengono associati a personalità più vicine all’introspezione, alla profondità, persino alla purezza.
Come già detto nell’articolo citato in precedenza, ma anche in quello sul significato delle candele nere ad Halloween, il nero assorbe la luce, e questo dal punto di vista psicologico trasmette protezione, cancellando il superfluo nelle nostre vite.
Indossare il nero vuol dire segnare un confine che separa il dentro dal fuori, il caos dal silenzio. Un vestito, una maglietta, una gonna o un pantalone di quel colore possono far passare inosservati e allo stesso tempo ricordati, come una semplicità che sa catturare l’attenzione.
E poi, andiamo, chi è che riesce a resistere al fascino del colore che più di tutti esprime il mistero? Io, almeno, non saprei farlo, soprattutto se a indossarlo è un poeta o un artista che sa tirare fuori la sua profondità con l’arte che realizza.

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