“Quindici anni” di Vigdis Hjorth, edito in Italia da Fazi Editore che ringraziamo sempre per la collaborazione donandocene una copia, è un libro che mi ha catapultata nuovamente nei miei quindici anni – o giù di lì – e lo ha fatto senza la classica storiella dell’adolescente che ha le sue prime cotte, quindi è stato tutto ancora più emozionante.
Abbiamo conosciuto l’autrice quando abbiamo letto “Ripetizione” e Federica ha descritto la sua scrittura: “priva di fronzoli, estremamente introspettiva e riflessiva”, parole che io stessa confermo con grande gioia d’animo, perché sono le penne che preferisco sempre e che è difficile trovare negli autori norvegesi.
Il romanzo è disponibile in Italia dal 14 luglio 2026, con traduzione a cura di Margherita Podestà Heir.
Abbiamo conosciuto l’autrice quando abbiamo letto “Ripetizione” e Federica ha descritto la sua scrittura: “priva di fronzoli, estremamente introspettiva e riflessiva”, parole che io stessa confermo con grande gioia d’animo, perché sono le penne che preferisco sempre e che è difficile trovare negli autori norvegesi.
Il romanzo è disponibile in Italia dal 14 luglio 2026, con traduzione a cura di Margherita Podestà Heir.
Paula è una ragazzina norvegese semplice: la sua quotidianità è regolata da giorni sempre uguali ma che a lei danno un senso di fiducia e protezione. Casa, famiglia, scuola, ore passate all’aria aperta e vacanze a casa della nonna... Per lei i due genitori, la sorella maggiore Elisabet e il piccolo fratellino sono le persone più importanti della sua vita, ed ha questa consapevolezza fin da subito. Al contrario di alcune coetanee, non vuole crescere, desidera che la sua vita rimanga esattamente così il più possibile. Nonostante noti sempre più come la sua famiglia, molto cristiana, sia differente da quella della sua migliore amica Karen, non se ne risente, anzi: apprezza sempre più la fortuna di essere cresciuta con i suoi famigliari.
Tutto questo, però, è destinato a cambiare.
Un giorno Paula scopre la pila di lettere che la madre ha scritto alla nonna e leggendole nota che nulla, o comunque molto poco, di quanto scritto corrisponde alla verità. La madre si è inventata una serie di eventi, altri li ha romanzati e altri ancora omessi. Perché?
In quel momento Paula cambia radicalmente: comincia a osservare più da vicino i genitori, comprende che lei non è come loro e che non ha mai davvero conosciuto sua sorella Elisabet. Si chiede come sia possibile essere così differente da chi l’ha messa al mondo e cresciuta, e se dopotutto anche quella distanza possa essere davvero amore. Non potendo confidarsi con nessuno se non con Karen, Paula ha un solo modo per esprimersi davvero: l’introspezione. O meglio: c’è molto altro, ma dato che sarebbe spoiler, l’ho scritto in questo modo.
“Quindici anni” è un bestseller norvegese, ed è sicuramente un romanzo che scuote. Sono figlia unica, quindi non conosco affatto le dinamiche tra fratelli, non so quanto sia stato difficile per chi li ha prendere coscienza di essere diversi da ogni membro della propria famiglia, ma in un certo senso, considerandomi da sempre la pecora nera della mia, posso averne un’idea. Ma esiste davvero la pecora nera?
Leggendo mi sono posta una domanda: la crescita è la consapevolezza di non essere come gli altri, quindi in un certo senso è capitato e capitata a tutti. Come mai, allora, a volte ci sono persone che si ribellano, vanno oltre gli schemi anche apertamente, e altre che seguono l’andare delle cose, la volontà degli adulti di famiglia? Forse la differenza sta tutta nel carattere: chi è più coraggioso, più remissivo, più intenso, più estroverso… e non esiste male o bene, essere sbagliati o giusti, semplicemente si è come si è.
Ci sono tante Paula al mondo che da adolescenti sono la disperazione dei famigliari, ma si ritrovano poi a essere adulti saggi che si prendono cura della famiglia e tante Elisabet che dopo anni passati a sottostare alla volontà dei genitori, se ne scappano lontano alla prima occasione senza tornare più indietro.
L’essere umano è volubile, pieno di infinite sfumature e di comportamenti che cambiano a seconda delle necessità. Si può avere coraggio a quindici anni e poi diventare paurosi a trenta, come il contrario. Personalmente credo che l’importante sia liberarsi dai propri pesi appena ci si accorge di possederli.
Come accennato nell’introduzione, la scrittura della Hjorth cattura perché arriva dritta al punto: è profonda senza risultare mai pesante e la storia scorre in maniera davvero piacevole.
Non sono l’unica lettrice che si è sentita ad avere ancora quindici anni: quando si è passati dal vedere il futuro come una porta spalancata sul mondo, al dover affrontare i primi scossoni del terremoto che manda giù le certezze tramandate dalla generazione passata.
Un libro che consiglio veramente a tutti, attenzione solo all’impostazione: sono meno di duecento pagine e non vi è divisione in capitoli. Questo potrebbe scoraggiare chi non ne è abituato, ma vi assicuro che bisogna tenere duro e passare oltre:
“Quindici anni” merita veramente tanto.

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