Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.
Oggi analizziamo il ventitreesimo canto del Purgatorio. Iniziamo a prendere confidenza con la Sesta Cornice, dove i golosi espiano i loro peccati. Incontreremo inoltre un grandissimo amico di Dante: Farese Donati. Da lui vedremo i temi importanti di questo canto: l’amicizia, l’amore e l’importanza del pregare per i defunti.
Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.
Mentre che li occhi per la fronda verde
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
vienne oramai, ché ‘l tempo che n’è imposto
più utilmente compartir si vuole».
Io volsi ‘l viso, e ‘l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l’andar mi facean di nullo costo.
Ed ecco piangere e cantar s’udìe
‘Labïa mëa, Domine’ per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.
«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo».
Sì come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
così di retro a noi, più tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d’anime turba tacita e devota.
Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema,
che da l’ossa la pelle s’informava.
Non credo che così a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema.
Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!’
Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme.
Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,
lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
vienne oramai, ché ‘l tempo che n’è imposto
più utilmente compartir si vuole».
Io volsi ‘l viso, e ‘l passo non men tosto,
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l’andar mi facean di nullo costo.
Ed ecco piangere e cantar s’udìe
‘Labïa mëa, Domine’ per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.
«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo».
Sì come i peregrin pensosi fanno,
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,
così di retro a noi, più tosto mota,
venendo e trapassando ci ammirava
d’anime turba tacita e devota.
Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
palida ne la faccia, e tanto scema,
che da l’ossa la pelle s’informava.
Non credo che così a buccia strema
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n’ebbe tema.
Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!’
Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme.
Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,
ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
Dante guarda con estrema attenzione i rami dell’albero, per cercare di capire da dove proviene la voce che ha udito poco prima. Virgilio, però, lo esorta a non perdere tempo con questo e di andare avanti lungo il cammino. Dante lo ascolta e riprende il cammino accanto ai due poeti che parlano in maniera così gentile da non fargli sentire nessun peso.
Improvvisamente sentono cantare un versetto del Miserere: “Le labbra mie, o Signore”, in un modo tale che suscitava in Dante dolore e gioia allo stesso tempo.
Sia le anime che Dante si osservano scrupolosamente: le prime sono stupite di vedere un vivo lì con loro, il secondo per il modo in cui queste appaiono. Il Poeta ce le descrive molto magre, pallide, con gli occhi infossati e scuri. Al solito per farcelo capire al meglio cita due episodi, uno proveniente dalla mitologia classica, l’altro dalla Storia.
Mentre Dante osserva tutto, cercando di comprendere perché queste anime siano così magre e perché sembrino molto affamate, una di loro si avvicina a lui dicendo: “Quale grazia mi è offerta?”
Prendiamoci del tempo per vedere meglio le spiegazioni fino a qui.
Inizialmente Dante è intento a capire meglio come funziona la misteriosa voce e lo fa cercando la fonte tra le fronde degli alberi. Lì Virgilio lo esorta a proseguire, e questo è ancora una volta l’esempio di come non possiamo capire la logica divina con la logica terrena. Tante volte nel nostro cammino spirituale abbiamo la tentazione di cercare di capire il perché delle cose che accadono, ma quando questo perché ci è ancora precluso, tentare di comprenderlo è solo una perdita di tempo.
Dante accosta poi la magrezza e la disperazione delle anime lì presenti alla figura di Erisitone, presente nelle Metamorfosi di Ovidio. Punito dalla dea Demetra a una fame insaziabile dopo che questi profanò il suo bosco sacro, il re di Tessaglia provò di tutto per sentire il senso della sazietà: spese tutto in cibo, vendette persino sua figlia Mestra, fino a giungere alla disperazione quando morì mangiando se stesso.
Il secondo episodio è descritto dallo storico Giuseppe Flavio quando gli ebrei furono costretti alla fame in seguito all’assedio di Gerusalemme da parte dei Romani. Lì una donna, di nome Maria di Eleazaro, quasi morente, per sopravvivere mangiò il suo stesso figlio.
Adesso andiamo a vedere chi è questa anima che sembra conoscere molto bene Dante…
Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora», pregava, «la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia;
ma dimmi il ver di te, di’ chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!».
«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
rispuos’io lui, «veggendola sì torta.
Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.
«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora», pregava, «la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia;
ma dimmi il ver di te, di’ chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!».
«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
rispuos’io lui, «veggendola sì torta.
Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
Dante riconosce l’anima dalla sua voce e capisce che sta parlando con il suo grande amico Forese Donati. Quest’ultimo prega Dante di non far caso alla sua pelle squamosa o alla sua magrezza, ma anzi lo esorta a parlare perché – come tutti – vuole capire cosa ci faccia un vivo in Purgatorio.
Dante però gli risponde che vedendolo in quel modo sta provando la stessa sofferenza avvertita alla sua morte, e quindi dovrà essere lui per primo a rispondere alle sue domande, perché lui non potrà farlo finché non gli verrà sciolto questo dubbio.
Fermiamoci un attimo per capire chi è Forese Donati.
Forese Donati nasce a Firenze nel 1250 circa. Anche lui poeta, è grande amico di Dante e cugino acquisito, in quanto cugino di terzo grado di Gemma Donati, moglie di Dante. Fratello di Corso Donati – capo dei Guelfi Neri – e Piccarda Donati, che Dante incontrerà poi in Paradiso, dimostrando la grande vicinanza alla famiglia.
Della sua vita sappiamo molto poco, a parte che era molto goloso. Qualcosa ci viene detta anche sul suo matrimonio, ma di questo ne parleremo più avanti.
Muore per cause sconosciute nel 1296, a soli quarantasei anni.
Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond’io sì m’assottiglio.
Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ‘n sete qui si rifà santa.
Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovrìa dir sollazzo,
ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
quando ne liberò con la sua vena».
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro ond’io sì m’assottiglio.
Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ‘n sete qui si rifà santa.
Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.
E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovrìa dir sollazzo,
ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
quando ne liberò con la sua vena».
Forese spiega che l’acqua e i frutti dell’albero hanno un potere che rende le anime emaciate e squamose ma che allo stesso tempo, per purificarsi dal peccato della gola, sono attratti dal mangiare e bere proprio da quell’albero.
Il senso della pena ora si trasforma anche in gioia, Forese paragona questa emozione alla stessa provata da Cristo che, sacrificandosi con estremo dolore alla morte in Croce, ne è stato anche deliziato perché ha salvato l’umanità dal peccato originale.
Con Forese capiamo che è dalla sofferenza, dal dolore e dall’andare quasi al punto di morte delle anime che inizia la gioia della purificazione.
Ovviamente nessun cammino spirituale ci dirà mai di arrivare a tanto, ma il senso è che solo attraversando del tutto il dolore, senza soffocarlo o ignorarlo, che si può guarire.
E io a lui: «Forese, da quel dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinq’anni non son vòlti infino a qui.
Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
come se’ tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto
dove tempo per tempo si ristora».
Ond’elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ha de li altri giri.
Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;
ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai.
O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,
nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.
Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ‘l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;
ché se l’antiveder qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.
Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ‘l sol veli».
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinq’anni non son vòlti infino a qui.
Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
come se’ tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto
dove tempo per tempo si ristora».
Ond’elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.
Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ha de li altri giri.
Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;
ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai.
O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,
nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.
Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?
Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ‘l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;
ché se l’antiveder qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.
Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ‘l sol veli».
Dante appreso ciò ha ancora un gruppo: dalla morte di Forese a quel momento sono trascorsi poco meno di cinque anni, com’è possibile che lui abbia già passato l’Antipurgatorio? Forese non era infatti famoso per la grande fede, e anche se si fosse convertito all’ultimo, avrebbe dovuto attendere molti altri anni prima di poter entrare in Purgatorio.
Forese risponde con quello che possiamo in effetti immaginare…
Se sta già nella VI Cornice è merito di sua moglie Nella che, piangendo continuamente nelle sue preghiere per il defunto marito, lo ha aiutato non solo nel non sostare a lungo nell’Antipurgatorio, ma anche a saltare le altre cornici.
Da questo momento Forese esalta la figura della moglie denigrando le donne fiorentine che si comportano in modo molto più scostumato rispetto a tutte le altre. Sostiene che se le donne in questione sapessero cosa spetta a loro una volta passate a miglior vita, comincerebbero a urlare di dolore fin da adesso.
Fa anche una profezia – mai avverata, almeno per ora – che arriverà un giorno un cui sarà proibito alle donne fiorentine di andare in giro scollate.
Mia personale ironia a parte tirando un sospiro di sollievo visto che sono romana de Roma e quindi salva da questa invettiva, più che agli usi e costumi dell’epoca Dante qui sta facendo un mea culpa e vi spiego il perché.
All’epoca i poeti erano soliti prendersi in giro con sonetti ironici anche se aggressivi. Una sorta di flame ma simpy.
In uno di questi sonetti, Dante prende in giro Nella dicendo che è sempre raffreddata in quanto dorme ogni notte sola in un letto freddo. Questo per sottolineare la natura malandrina e fedigraga del consorte.
Con questa lode alla giovane vedova, Dante si scusa pubblicamente con la donna, rivelandone la natura nobile, leale e innalzandola al di sopra di ogni altra donna fiorentina.
Comunque, andando avanti ora Forese vuole sapere perché Dante sta qui, e fa notare che a saperlo sono anche tutte le altre anime rimaste a guardarlo stupite.
Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui»,
e ‘l sol mostrai; «costui per la profonda
notte menato m’ha d’i veri morti
con questa vera carne che ‘l seconda.
Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ‘l mondo fece torti.
Tanto dice di farmi sua compagna,
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.
Virgilio è questi che così mi dice»,
e addita’lo; «e quest’altro è quell’ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendice
lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.
Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui»,
e ‘l sol mostrai; «costui per la profonda
notte menato m’ha d’i veri morti
con questa vera carne che ‘l seconda.
Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ‘l mondo fece torti.
Tanto dice di farmi sua compagna,
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.
Virgilio è questi che così mi dice»,
e addita’lo; «e quest’altro è quell’ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendice
lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
Dante così spiega quello che ormai sappiamo molto bene: Virgilio lo ha prelevato dalla sua vita corrotta per condurlo alla liberazione, il tutto voluto dalla Bontà Divina. Una volta giunto da Beatrice, Virgilio dovrà lasciare la sua guida. Poi si volta verso Stazio e fa notare che la sua anima ha finito di espiare i peccati ed è per questo che l’intero Purgatorio ha tremato qualche momento prima.
Al prossimo mese con un canto molto importante…

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