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| Foto di Daniel Lincoln su Unsplash |
Tra lancio di coriandoli, stelle filanti, schiuma colorata e sfilata, tutti noi in questo periodo sospendiamo temporaneamente la nostra identità quotidiana per sperimentare dimensioni del nostro sé che normalmente teniamo nascoste o, perché no, inibite.
Sappiamo che il Carnevale è nato come periodo precedente alla Quaresima e proprio come il rovescio della medaglia, è servito per capovolgere le regole sociali fino ad arrivare a sospendere anche le gerarchie. Nell’antichità si trovava proprio divertente invertire i ruoli in modo del tutto consapevole: i ricchi diventano poveri, i servi i padroni… Questo schema, nato dal folklore popolare, ha un senso molto forte nella psicologia: indossare un costume permette di esplorare aspetti di sé che normalmente teniamo nascosti, giocando con identità alternative in un contesto “sicuro” e socialmente accettato. È servito anche per mettersi nei panni di, senza i propri pregiudizi. Se questo poi è effettivamente servito nel procedere di un’uguaglianza sociale, non so dirlo.
A oggi sappiamo che la maschera è uno strumento di espressione e introspezione. Non la scegliamo a caso, ma siamo più predisposti a interpretare quel ruolo che a noi sembra più distante. Con una maschera possiamo acquisire più coraggio, soprattutto se siamo timidi o insicuri; o possiamo lasciarci andare alla teatralità o al caso se siamo pragmatici e controllanti. Qualunque sia il nostro intento di miglioramento, è il momento “off” in cui ci permettiamo di avere un assaggio di quello che potremmo essere se facessimo crollare un po’ delle nostre credenze e identità.
Certo, nella vita di tutti i giorni indossiamo delle maschere invisibili – le maschere sociali – per adeguarci a contesti, ma farlo esplicitamente a Carnevale ci aiuta a prenderne maggiore consapevolezza, permettendoci di giocare con le parti di noi che teniamo più nascoste, o al contrario che vorremmo ostentare ma non possiamo.
Da amante della nobiltà, per esempio, trovo difficile fare la snob, ma a Carnevale un diadema o un vestito da dama non me lo toglie nessuno.
Arriviamo a ciò che amo di più del Carnevale: le marionette, o comunque gli archetipi che prendono luce. Il servo, il furbo, il vecchio, il tirchio, l’amante… seguire le loro storie, ridere del loro grottesco, è un modo per sfogarsi di certe frustrazioni ma di certo anche di riconoscere quanto li viviamo nel quotidiano.
Allontaniamo da noi il pensiero che nulla di questo ci appartiene: basta entrare su un qualsiasi social.
Se camminando per la strada, o parlando anche con sconosciuti non permettiamo di giocare alla fiera del ridicolo, sui social certe barriere cadono. Oltre ai filtri, che potremmo definire le maschere moderne che ci aiutano a giocare con identità alternative, lo facciamo anche con i video che postiamo, ingigantendo apposta qualsiasi cosa.
“Scherzando si dice la verità” è un’altra realtà del Carnevale. In questo periodo si fa satira su tutto, si parla meglio di critica sociale e i comportamenti al limite dimostrano proprio ciò che non va e che si potrebbe migliorare. Ma di certo questo non dimostra che sia l’unico momento dell’anno per poter ammettere le verità più scomode.
Personalmente credo che il suo periodo duri troppo poco, tanto da non riuscire ad acquisire quel valore terapeutico che può avere il Natale, ma forse è anche meglio, proprio per non cadere nella trappola: “sono quello che non posso essere”.
Fatemi sapere se questo articolo ha avuto un senso, perchè l’ho scritto con quasi 38 di febbre.

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