Come diciamo spesso, la mitologia ha avuto il compito di descrivere le emozioni e i comportamenti umani prima che lo facesse la psicologia. Ogni personaggio e ogni mito è particolarmente legato a un aspetto della condizione umana e, anche se esasperato all’inverosimile, ha un insegnamento per tutti noi.
Oggi parliamo del mito di Orfeo ed Euridice, di come un gesto impulsivo può avere conseguenze disastrose, tanto da farci perdere quello che amiamo di più al mondo.
Premessa: sarà che sono vittoriana nell’anima, ma lo trovo il mito più bello ed emozionante tra tutti.
Orfeo, figlio di Apollo (in alcune versioni il padre sarebbe il re tracio Eagro) e della musa Calliope, è tra gli uomini che prendono parte alla spedizione degli Argonauti, ma la sua forza viene mostrata attraverso la sua arte, soprattutto nella musica.
È un uomo che è totalmente innamorato di sua moglie, Euridice, tanto che quando questa muore per mano di uno degli altri figli di Apollo innamorato di lei, Orfeo non si dà pace e decide di seguirla negli inferi per salvarla dal Regno dei Morti e riportarla in vita.
Durante il tragitto il suo canto ricco di dolore e malinconia ha una potenza tale che Ade e Persefone, divinità dell’oltretomba, a udirlo ne sono così commossi che gli concedono la possibilità di poter realizzare il suo desiderio… a una sola condizione: quando arriverà da Euridice per tornare dai vivi, Orfeo non dovrà voltarsi mai, neanche una volta e neanche per un istante, finché non saranno fuori dagli inferi.
Sulla carta questo non è una limitazione: vale la pena, pensa Orfeo, e può pensare ognuno di noi, non guardare la propria amata se in cambio c’è un futuro insieme, eppure a pochi passi da quella che sarebbe stata la loro uscita, Orfeo è mosso dal dubbio. Euridice è ancora dietro di lui? La sua impresa riuscirà? E, non riuscendo più ad aspettare, si volta, perdendo per sempre l’amata.
Orfeo ne rimane così sconvolto ed è così disperato, che decide di non amare nessun’altra finché rimarrà in vita. Tutto l’amore che ha e che non può più dare a Euridice, lo mette nella sua arte. Rifiuta le donne che provano a unirsi a lui, tanto da suscitare l’ira di alcune di loro che lo uccidono facendolo a pezzi e buttando il corpo, con la sua lira, nel fiume Evros. Vedendo ciò Zeus si muove a compassione e decide di portare lo strumento su nel cielo, ricordando le grandi doti dell’uomo, e trasformarlo nella costellazione della Lira che ancora oggi conosciamo.
Il mito ha diversi insegnamenti, ma quello che sento più mio è l’accettazione del lutto.
L’amore certamente può tutto, ma quando una persona va via dalla nostra vita – perché morta, per sua o nostra volontà – sentiamo il bisogno di riaverla accanto a noi. È un pensiero normale, istintivo, che possiamo comprendere bene e mai biasimare per tutto, ma amare non è trattenere ciò che non si può avere, ed è per questo che nel caso di una perdita sentiamo un forte dolore.
L’amore non sparisce quando non vediamo più la persona, quel sentimento rimane ma siamo stati troppo abituati ad associarlo solo sul piano fisico che crediamo sia impossibile tornare ad amare nuovamente. Per quanto si sia amato, basta poco per mettere fine alla relazione, un qualsiasi passo falso, un gesto istintivo o persino il non fare niente. Accettare la fine non significa essere freddi o menefreghisti, al contrario, è onorare il sentimento che c’è stato.
Non posso non sottolineare l’importanza che l’arte ha in questo mito.
Orfeo è un artista a 360°, proprio perché mette ogni sua emozione nella sua musica. Lo ha fatto con la rabbia, l’ira durante la spedizione, lo ha fatto con l’amore e la gioia per la sua Euridice e lo fa ancora con il dolore. La musica diventa così il ponte invisibile tra lui e lei, tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra la realtà del presente e i ricordi del passato. È una sorta di rivincita sul gesto sconsiderato, ogni nota è un tentativo di ricevere ancora quel suo caldo abbraccio.
Possiamo dire che Orfeo abbia fallito nel suo intento, che si sia odiato, che forse non abbia più trovato una ragione per vivere, ma con la sua musica ha potuto trasformare ogni aspetto negativo in pura bellezza e armonia, tanto da commuovere gli dèi dell’Olimpo.
Se la speranza è l’ultima a morire, l’amore non muore mai.
Oggi parliamo del mito di Orfeo ed Euridice, di come un gesto impulsivo può avere conseguenze disastrose, tanto da farci perdere quello che amiamo di più al mondo.
Premessa: sarà che sono vittoriana nell’anima, ma lo trovo il mito più bello ed emozionante tra tutti.
Orfeo, figlio di Apollo (in alcune versioni il padre sarebbe il re tracio Eagro) e della musa Calliope, è tra gli uomini che prendono parte alla spedizione degli Argonauti, ma la sua forza viene mostrata attraverso la sua arte, soprattutto nella musica.
È un uomo che è totalmente innamorato di sua moglie, Euridice, tanto che quando questa muore per mano di uno degli altri figli di Apollo innamorato di lei, Orfeo non si dà pace e decide di seguirla negli inferi per salvarla dal Regno dei Morti e riportarla in vita.
Durante il tragitto il suo canto ricco di dolore e malinconia ha una potenza tale che Ade e Persefone, divinità dell’oltretomba, a udirlo ne sono così commossi che gli concedono la possibilità di poter realizzare il suo desiderio… a una sola condizione: quando arriverà da Euridice per tornare dai vivi, Orfeo non dovrà voltarsi mai, neanche una volta e neanche per un istante, finché non saranno fuori dagli inferi.
Sulla carta questo non è una limitazione: vale la pena, pensa Orfeo, e può pensare ognuno di noi, non guardare la propria amata se in cambio c’è un futuro insieme, eppure a pochi passi da quella che sarebbe stata la loro uscita, Orfeo è mosso dal dubbio. Euridice è ancora dietro di lui? La sua impresa riuscirà? E, non riuscendo più ad aspettare, si volta, perdendo per sempre l’amata.
Orfeo ne rimane così sconvolto ed è così disperato, che decide di non amare nessun’altra finché rimarrà in vita. Tutto l’amore che ha e che non può più dare a Euridice, lo mette nella sua arte. Rifiuta le donne che provano a unirsi a lui, tanto da suscitare l’ira di alcune di loro che lo uccidono facendolo a pezzi e buttando il corpo, con la sua lira, nel fiume Evros. Vedendo ciò Zeus si muove a compassione e decide di portare lo strumento su nel cielo, ricordando le grandi doti dell’uomo, e trasformarlo nella costellazione della Lira che ancora oggi conosciamo.
Il mito ha diversi insegnamenti, ma quello che sento più mio è l’accettazione del lutto.
L’amore certamente può tutto, ma quando una persona va via dalla nostra vita – perché morta, per sua o nostra volontà – sentiamo il bisogno di riaverla accanto a noi. È un pensiero normale, istintivo, che possiamo comprendere bene e mai biasimare per tutto, ma amare non è trattenere ciò che non si può avere, ed è per questo che nel caso di una perdita sentiamo un forte dolore.
L’amore non sparisce quando non vediamo più la persona, quel sentimento rimane ma siamo stati troppo abituati ad associarlo solo sul piano fisico che crediamo sia impossibile tornare ad amare nuovamente. Per quanto si sia amato, basta poco per mettere fine alla relazione, un qualsiasi passo falso, un gesto istintivo o persino il non fare niente. Accettare la fine non significa essere freddi o menefreghisti, al contrario, è onorare il sentimento che c’è stato.
Non posso non sottolineare l’importanza che l’arte ha in questo mito.
Orfeo è un artista a 360°, proprio perché mette ogni sua emozione nella sua musica. Lo ha fatto con la rabbia, l’ira durante la spedizione, lo ha fatto con l’amore e la gioia per la sua Euridice e lo fa ancora con il dolore. La musica diventa così il ponte invisibile tra lui e lei, tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra la realtà del presente e i ricordi del passato. È una sorta di rivincita sul gesto sconsiderato, ogni nota è un tentativo di ricevere ancora quel suo caldo abbraccio.
Possiamo dire che Orfeo abbia fallito nel suo intento, che si sia odiato, che forse non abbia più trovato una ragione per vivere, ma con la sua musica ha potuto trasformare ogni aspetto negativo in pura bellezza e armonia, tanto da commuovere gli dèi dell’Olimpo.
Se la speranza è l’ultima a morire, l’amore non muore mai.
Nella disperazione, Orfeo lascia che l’amore non lo tocchi più, rimane fedele a Euridice anche quando non ne ha più il dovere, forse più per senso di colpa che per reale volontà. Possiamo solo immaginare quanto sia stato per lui doloroso non cadere nella tentazione di un altro corpo femminile, e quanto questo si sia trasformato in dolce dolore al momento della morte perché in lui si è finalmente riaccesa la speranza di rincontrare la sua unica amata, a costo di cercarla per l’eternità.


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