venerdì 30 gennaio 2026

#DivinaCommedia: Canto XXII - Purgatorio

Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.


Oggi analizziamo il ventiduesimo canto del Purgatorio. Continuiamo a saperne di più su Stazio, in un lungo dialogo che intraprende con Virgilio. Altro protagonista importante di questo canto è sicuramente il silenzio dello stesso Dante, assorto ad ascoltare attentamente i due. Poi arriveremo ai margini della sesta cornice, dove un albero rovesciato ci farà intuire il prossimo peccato che andremo a osservare.

Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.  
 
Già era l’angel dietro a noi rimaso,
l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c’hanno a giustizia lor disiro
detto n’avea beati, e le sue voci 
con ‘
sitiunt’, sanz’altro, ciò forniro.

E io più lieve che per l’altre foci
m’andava, sì che sanz’alcun labore
seguiva in sù li spiriti veloci;

quando Virgilio incominciò: «Amore,
acceso di virtù, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l’ora che tra noi discese
nel limbo de lo ‘nferno Giovenale,
che la tua affezion mi fé palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale
più strinse mai di non vista persona,
sì ch’or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona
se troppa sicurtà m’allarga il freno,
e come amico omai meco ragiona:

come poté trovar dentro al tuo seno
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?».

Continuando a camminare, Dante ci dice che l’angelo della giustizia ha tolto da lui un’altra P, quella dell’avarizia. Dopo di questo lo stesso angelo recita solo una parte delle Beatitudini di Matteo: “Beati qui sitiunt iustitiam” (trad. “Beati coloro che hanno sete di giustizia”), omettendo la fame e presto capiremo il perché. Ora Dante percorre il cammino più leggero, affrontato meglio la salita, visto che è meno carico di peccati. Nel mentre i due poeti sono davanti a lui, che parlano amabilmente.

Virgilio contraccambia l’amore e la passione per Stazio, da quando il poeta romano Giovenale (tra il 50 e il 60 – dopo il 127) morendo parlò alle anime lì presenti delle sue opere. Dalle parole ascoltate, Virgilio ha subito nutrito un grande affetto per Stazio, tanto che il cammino che possono fare insieme gli sembra già fin troppo corto. Approfittando quindi di questo legame gli chiede come mai sia stato punito della cornice degli avari, visto non gli sembra così sciocco da peccare in tal modo.

Fino a qui vorrei già concentrarmi su Dante, protagonista di un silenzio apparente. Già notiamo come, rimanendo dietro ai due che parlano, il Poeta abbia deciso di essere spettatore quanto noi, ma perché? Questo lo vedremo poco più avanti, anche se possiamo già intuirlo: quando prestiamo veramente ascolto viene naturale fare il classico passo indietro, per osservare e comprendere ogni punto di vista.
Altro dettaglio fondamentale è il sentimento che Virgilio nutre per Stazio ancora prima di conoscerlo. Anche questo verrà compreso più avanti, ma nella prima sensazione è come se i due si vedessero sullo stesso livello, sulla stessa lunghezza d’onda, oseremmo dire.

Queste parole Stazio mover fenno
un poco a riso pria; poscia rispuose:
«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.

Veramente più volte appaion cose
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m’avvera
esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
forse per quella cerchia dov’io era.

Or sappi ch’avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
quand’io intesi là dove tu chiame,
crucciato quasi a l’umana natura:

‘Per che non reggi tu, o sacra fame
de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
voltando sentirei le giostre grame.

Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
potean le mani a spendere, e pente’mi
così di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi
per ignoranza, che di questa pecca
toglie ‘l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;

però, s’io son tra quella gente stato
che piange l’avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m’è incontrato».

Stazio sorride leggermente, spiegando a Virgilio che troppo spesso si guarda la superficie, giungendo a conclusioni sbagliate, perché la verità sa nascondersi bene. Comprende l’errore di Virgilio, che è normale, in quanto lo ha incontrato nella V Cornice, ma in realtà in vita Stazio ha commesso il peccato opposto: quello della prodigalità. Ammette anche che se non fosse stato per Virgilio, lui sarebbe stato condannato all’Inferno per lo stesso peccato. In questo caso galeotto fu l’Eneide, (III libro), dove Virgilio scrive tutto il suo sdegno per la cupidigia: “Attraverso quali vie non conduci, o esecranda fame dell'oro, le bramosie dei mortali?”. Leggendo questo verso in vita, Stazio capì che anche facendo il contrario, e cioè spendendo troppo per cose futili, si pecca e che troppo spesso non lo si vede come tale. Scopriamo così che in quella cornice si espia sia l’avarizia che la prodigalità.


Qui tocchiamo con mano, forse per la prima volta, il senso più profondo del raccontarsela, di non vedere un peccato solo perché sulla carta non fa male a nessuno. Che problema c’è se spendo più del dovuto? Ci potremmo chiedere, ebbene, il tutto torna nella teoria dell’amore dove si pecca sia se ne diamo meno, sia se ne diamo più del necessario.

Ma come mai Dante rende Stazio in questo modo?

Non abbiamo una risposta certa. Giovenale nella sua Satira VII (VII, 82-87) descrive le pessime condizioni economiche dei poeti del suo tempo, prendendo un po’ in giro lo stesso Stazio che pare vivesse in condizioni di povertà per aver speso molto di più di quanto guadagnava. Quindi probabile che Dante si sia attestato a ciò, avendo citato il poeta nello stesso canto.


«Or quando tu cantasti le crude armi
de la doppia trestizia di Giocasta»,
disse ‘l cantor de’ buccolici carmi,

«per quello che Clïò teco lì tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?».

Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: ‘Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenie scende da ciel nova’.

Per te poeta fui, per te cristiano:
ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
a colorare stenderò la mano.

Quando Stazio lesse la quarta Egloga di Virgilio, in cui il secondo profetizzava la nascita di un ragazzo che avrebbe rigenerato il mondo, Stazio fece subito il collegamento con quella nuova religione che si stava diffondendo per tutto il mondo: il Cristianesimo. Qui Stazio ci lascia l’immagine più conosciuta di Virgilio: il poeta che, illuminando con la torcia la strada buia, fa bene maggiormente a chi lascia indietro che a sé.

Anche se non ha mai conosciuto il Cristo, nelle opere di Virgilio c’è già tutto l’amore e la sapienza necessari alla preparazione all’incontro con la Verità, proprio come chi conduce la lampada a favor della fila che ha accanto.

Già era ‘l mondo tutto quanto pregno
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l’etterno regno;

e la parola tua sopra toccata
si consonava a’ nuovi predicanti;
ond’io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi,
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di là per me si stette,
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
di Tebe poetando, ebb’io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu’mi,

lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che ‘l quarto centesmo.


Così Stazio iniziò a frequentare le prime comunità cristiane, e tralasciò ogni altra filosofia e scuola di pensiero, ricevendo anche il Battesimo. Lo fece, però, nel più assoluto segreto. Quando Domiziano iniziò le persecuzioni contro i cristiani, Stazio aiutò ogni suo fratello in Cristo, ma alla luce del sole taceva ancora sulla sua reale fede, continuando a condurre una vita pagana, almeno all’apparenza. È per questo motivo che si trova ancora in Purgatorio, nonostante siano passati circa milleduecento anni dalla sua morte: per quattrocento di questi ha dovuto espiare il peccato dell’accidia.


Qui l’importanza di Virgilio è ancora più marcata: per lui Stazio è diventato poeta e sempre per lui è diventato anche Cristiano, scampando così alla dannazione eterna. Vi è anche risalto nella Poesia stessa, come grande mezzo di conoscenza umana e divina.

Tu dunque, che levato hai il coperchio
che m’ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov’è Terrenzio nostro antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico».

«Costoro e Persio e io e altri assai»,
rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
che le Muse lattar più ch’altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco:
spesse fïate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v’è nosco e Antifonte,
Simonide, Agatone e altri piùe
Greci che già di lauro ornar la fronte.

Quivi si veggion de le genti tue
Antigone, Deïfile e Argia,
e Ismene sì trista come fue.

Védeisi quella che mostrò Langia;
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti
e con le suore sue Deïdamia».

Ora Stazio chiede a Virgilio dove siano altri Poeti classici, come Terenzio, Cecilio, Plauto, Varrone… Virgilio risponde che tutti loro, insieme a molti altri tra cui Omero stesso sono nel LimboI Cerchio dell’Inferno – insieme ad alcuni personaggi della Tebaide (opera di Stazio) come Antigone, Deifile, Argia, Ismene, Deidamia con le sue sorelle, Manto


Questo suscita già in Dante – lo vedremo poi – un grande quesito, che sicuramente riguarda anche i più sensibili tra di noi: perché questi uomini con alti livelli di morale, nobili di spirito, sono comunque condannati all’Inferno, seppur nel Limbo? La loro unica colpa è quella di non aver conosciuto Cristo perché nati prima della Sua venuta, quindi perché punirli? Portiamoci questa domanda, a cui potremmo rispondere solo in Paradiso, proprio perché dovremo abbandonare molte delle nostre logiche umane prima di comprenderne il motivo.

Un piccolo appunto/spiegazioni per i più attenti: qui la figlia di Tiresia e maga della Tebaide, Manto, viene collocata nel Limbo. Eppure l’abbiamo già vista all’Inferno, condannata con gli indovini. Come mai?
Purtroppo non abbiamo una risposta a questa domanda, enigmatica sia per i commentatori antichi che per quelli moderni. Potrebbe essere un errore di trascrizione – a cui io personalmente non credo – molto più probabili restano le varie teorie, che vi riportano: tra gli studiosi c’è chi sostiene che Dante, avendo rielaborato dopo il passo infernale, si sia dimenticato della citazione in Purgatorio; altri pensano che siano due Manto differenti; altri ancora che Dante abbia confuso le fonti mitologiche, errore abbastanza comune ai tempi.

Tacevansi ambedue già li poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;

e già le quattro ancelle eran del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in sù l’ardente corno,

quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo».

Così l’usanza fu lì nostra insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l’assentir di quell’anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch’a poetar mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred’io, perché persona sù non vada.

Dal lato onde ‘l cammin nostro era chiuso,
cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a l’alber s’appressaro;
e una voce per entro le fronde
gridò: «Di questo cibo avrete caro».

Poi disse: «Più pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d’acqua; e Danïello
dispregiò cibo e acquistò savere.

Lo secol primo, quant’oro fu bello,
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch’elli è glorïoso e tanto grande

quanto per lo Vangelio v’è aperto».

Busto di Virgilio
I Poeti rimangono in silenzio – probabilmente per assimilare il pensiero comune a tutti noi, sul perché certe anime stiano comunque all’Inferno – e poi riprendono il cammino, più spediti perché ormai, per abitudine, Virgilio sa esattamente dove andare. Camminano speditamente, con Dante sempre dietro ai due che ricominciano a parlare tra di loro.

Improvvisamente si imbattono in un albero carico di frutti che solo dall’odore i presenti sanno essere gustosi. Questo albero, però, ha una forma strana: è un abete rovesciato, in modo che nessuno possa arrampicarcisi. Dalla parete di roccia sgorga un’acqua limpida che ne bagna le foglie. Dall’albero stesso proviene una voce: “Di questo cibo avrete caro”, ricordando l’ammonizione di Dio in Genesi, a non toccare i frutti dell’albero della Conoscenza. Poi, al solito, arrivano i tre episodi a cui le anime devono aspirare: Maria che alle Nozze di Cana pensa ad aiutare gli sposi invece di godersi il cibo e basta; le antiche donne Romane che, per non eccedere nel vino e quindi per timore della troppa euforia, solevano bere solo acqua; e Daniele che, rifiutando il cibo della corte reale, ottenne da Dio la Sapienza.
Ancora, viene ricordato che all’inizio della natura umana, quando l’oro non aveva valore, la fame faceva sembrare gustose le ghiande e la sete rendeva ogni ruscello dolce come il nettare. Proprio come Giovanni Battista che, trovando la gioia nel strettamente necessario, ora vive la sua grandezza nel Regno dei Cieli.

Questo discorso lo approfondiremo meglio il prossimo mese, ma nel frattempo possiamo lasciarci con un grande ammonimento: in una società devota al consumismo e a quell’oro che ci ha fatto perdere il contatto con la semplicità, quanto tempo della nostra vita lo passiamo a ricercare sempre più il possesso e la bellezza apparente, a discapito della Verità? 

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