La penna di Cesare Pavese è una delle mie preferite tra gli autori italiani del Novecento. Sono molto legata a chi sa scrivere la realtà concentrandosi più sulle emozioni, sull’intimità dei personaggi che sulle descrizioni dettagliate degli scenari. Così in Cesare Pavese ritrovo tutto ciò che amo di più della letteratura e l’estate è la stagione perfetta per mettermi in pari con le sue opere.
Quest’anno, o forse dovrei dire lo scorso, ho recuperato “La luna e i falò”, suo romanzo del 1950 che con una semplicità e un tocco di neorealismo ha saputo ben descrivere la società italiana post bellica con tutte le speranze dissolte dal Fascismo e quelle appena nascenti della Ricostruzione.
Il protagonista del romanzo è Anguilla, un uomo cresciuto in una valle del Belbo, in Piemonte. Tornato nella sua terra dopo anni passati negli Stati Uniti, la ritrova finalmente libera ma se questa condizione sembra calzare a pennello con le persone che incontra, così non è per la sua mente.
Anguilla soffre il fatto di non avere radici: abbandonato appena nato davanti al Duomo di Alba, viene adottato da Padrino e Virgilia, in cambio di cinque lire al mese da parte del Governo. Crescendo il ragazzo si occupa della vigna dei due, ma quando muore la donna e la grandinata distrugge tutto, Anguilla è costretto ad andare alla fattoria della Mora, dove inizia la sua vita indipendente, visto che la fattoria rende e lui viene pagato il giusto. Si ritrova con il sor Matteo e le sue tre figlie: Irene, Silvia e Santa. Tutte e tre bellissime e… molto sveglie per la loro età.
Divenuto uomo, però, Anguilla decide di andare lontano da lì, da quelle terre che non sono del tutto sue e tenta la fortuna in America. Dopo mesi passati oltre oceano, si rende conto che la sua terra lo richiama ogni giorno e ogni notte, allora torna e lo fa andando proprio nella sua prima casa, ora abitata da Valino e il figlio Cinto, un ragazzo che sta molto sulle sue. In lui Anguilla rivede sé stesso e si ricorda delle lunghe giornate passate con Nuto, l’amico più grande che gli ha insegnato tutto. Decide così di diventare per Cinto ciò che Nuto è stato per lui.
Ovviamente la finisco qui per evitare gli spoiler.
La grande emotività di Cesare Pavese risuona nelle pagine di questo romanzo, forse aiutato dal fatto che il tutto è stato scritto in prima persona. È quindi facile ritrovare in Anguilla lo stesso Cesare, soprattutto per come vive l’amore in una costante voglia di passione che deve scontrarsi con un senso di non esserne degno.
Anguilla si chiede spesso a cosa è destinato, dove sono le sue radici, perché mai sente un moto così struggente verso quelle terre dure, difficili da gestire, che forse danno più problemi che gioie. E sono proprio quei campi, quei pezzi di terra dal lavoro all’apparenza umile che rimangono nell’anima del protagonista, ovunque esso si trovi.
Al neorealismo si contrappongono i forti simbolismi, che ritroviamo già nel titolo: la luna e il fuoco. La prima segna il costante passaggio delle stagioni, con contadini che danno sempre uno sguardo al cielo notturno per comprendere come andrà il loro lavoro. Un satellite silenzioso ma magnetico, che affascina e attrae con il suo romanticismo. Ci insegna a sognare, a puntare in alto, a cercare l’altra faccia delle cose che rimane nascoste. E il fuoco, con i suoi falò o incendi che purifica, rimescola le carte, segna un punto di svolta, una rinascita dopo la morte, proprio come fa la fenice. Le fiamme si tendono alte verso il cielo notturno, alla ricerca forse della stessa luna ammirata da ogni essere vivente.
Un romanzo intimo, profondo e passionale per uno degli autori purtroppo sottovalutato o persino ignorato da troppi italiani.
Quest’anno, o forse dovrei dire lo scorso, ho recuperato “La luna e i falò”, suo romanzo del 1950 che con una semplicità e un tocco di neorealismo ha saputo ben descrivere la società italiana post bellica con tutte le speranze dissolte dal Fascismo e quelle appena nascenti della Ricostruzione.
Il protagonista del romanzo è Anguilla, un uomo cresciuto in una valle del Belbo, in Piemonte. Tornato nella sua terra dopo anni passati negli Stati Uniti, la ritrova finalmente libera ma se questa condizione sembra calzare a pennello con le persone che incontra, così non è per la sua mente.
Anguilla soffre il fatto di non avere radici: abbandonato appena nato davanti al Duomo di Alba, viene adottato da Padrino e Virgilia, in cambio di cinque lire al mese da parte del Governo. Crescendo il ragazzo si occupa della vigna dei due, ma quando muore la donna e la grandinata distrugge tutto, Anguilla è costretto ad andare alla fattoria della Mora, dove inizia la sua vita indipendente, visto che la fattoria rende e lui viene pagato il giusto. Si ritrova con il sor Matteo e le sue tre figlie: Irene, Silvia e Santa. Tutte e tre bellissime e… molto sveglie per la loro età.
Divenuto uomo, però, Anguilla decide di andare lontano da lì, da quelle terre che non sono del tutto sue e tenta la fortuna in America. Dopo mesi passati oltre oceano, si rende conto che la sua terra lo richiama ogni giorno e ogni notte, allora torna e lo fa andando proprio nella sua prima casa, ora abitata da Valino e il figlio Cinto, un ragazzo che sta molto sulle sue. In lui Anguilla rivede sé stesso e si ricorda delle lunghe giornate passate con Nuto, l’amico più grande che gli ha insegnato tutto. Decide così di diventare per Cinto ciò che Nuto è stato per lui.
Ovviamente la finisco qui per evitare gli spoiler.
La grande emotività di Cesare Pavese risuona nelle pagine di questo romanzo, forse aiutato dal fatto che il tutto è stato scritto in prima persona. È quindi facile ritrovare in Anguilla lo stesso Cesare, soprattutto per come vive l’amore in una costante voglia di passione che deve scontrarsi con un senso di non esserne degno.
Anguilla si chiede spesso a cosa è destinato, dove sono le sue radici, perché mai sente un moto così struggente verso quelle terre dure, difficili da gestire, che forse danno più problemi che gioie. E sono proprio quei campi, quei pezzi di terra dal lavoro all’apparenza umile che rimangono nell’anima del protagonista, ovunque esso si trovi.
Al neorealismo si contrappongono i forti simbolismi, che ritroviamo già nel titolo: la luna e il fuoco. La prima segna il costante passaggio delle stagioni, con contadini che danno sempre uno sguardo al cielo notturno per comprendere come andrà il loro lavoro. Un satellite silenzioso ma magnetico, che affascina e attrae con il suo romanticismo. Ci insegna a sognare, a puntare in alto, a cercare l’altra faccia delle cose che rimane nascoste. E il fuoco, con i suoi falò o incendi che purifica, rimescola le carte, segna un punto di svolta, una rinascita dopo la morte, proprio come fa la fenice. Le fiamme si tendono alte verso il cielo notturno, alla ricerca forse della stessa luna ammirata da ogni essere vivente.
Un romanzo intimo, profondo e passionale per uno degli autori purtroppo sottovalutato o persino ignorato da troppi italiani.

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