venerdì 9 gennaio 2026

#Libri: Peter Pan nei giardini di Kensington

Parto subito col botto: Peter Pan versione Disney mi fa proprio arrabbiare. Non mi piace, lo trovo diseducativo, una sorta di film pro nichilismo che certo insegna a non prendersi troppo sul serio, ma che alla fine ci dice che è ok fare come ci pare e lottare contro qualcuno solo perché la pensa diversamente da noi.

In questa estate, però (estate 2025, non so quando pubblicherò l’articolo) ho finalmente deposto lascia di guerra nei suoi confronti e ho letto il grande classico di J. M. BarriePeter Pan nei giardini di Kensington” e in quelle poche pagine mi sono ritrovata a piangere, ridere, innamorarmi con emozioni così intense da essermi resa conto di sostenere quanto il libro sia un must da dover leggere, a qualsiasi età.
  
La storia di Peter Pan la conosciamo tutti, ma in questo volume, pubblicato nel 1906, vediamo la storia di Peter prima di conoscere Wendy. Anche se… un momento, bisogna fare un po’ di chiarezza.
Per essere precisi, la figura di Peter Pan compare per la prima volta nel romanzo, sempre di Barrie, del 1902: “L’uccellino bianco”. In questo romanzo il Capitano W. racconta dei pomeriggi passati in compagnia del piccolo David – figlio di una sua vicina – nei giardini di Kensington e di tutti i giochi fatti in compagnia del bambino. Nel romanzo Peter Pan è una figura marginale, ripresa poi nello spettacolo teatralePeter Pan, il bambino che non voleva crescere” (1904). Dall’unione del primo romanzo e dell’opera tetrale, nel 1906 Barrie pubblica il volume di cui parlo oggi, per poi concludere la storia con “Peter e Wendy” (1911).
Il film della Disney si ispira al secondo romanzo, tralasciando la storia del primo, a mio avviso molto più emozionante.

I giardini di Kensington sono un luogo meraviglioso e magico, non solo per la loro bellezza e storia, ma anche perché racchiudono nel gran segreto un mondo invisibile agli occhi umani. O meglio: sarebbe tranquillamente visibile a noi comuni mortali, se solo sapessimo guardare con gli occhi del cuore, (cantate pure la nota sigla) così come fanno i bambini.
Proprio al centro del lago Serpentine si trova un’Isola abitata da ogni volatile di Londra. Questi volatili non sono altro che bambini in attesa di nascere. È il corvo Salomone Cra, capo degli uccelli, a decidere quale mandare alle famiglie. Così i bambini per i primi giorni di vita vivono a metà tra il regno dei volatili e quello degli umani. Peter non è stato da meno, ma ad appena sette giorni di vita, decide di tornare nell’Isola e lo fa volando dalla finestra che la mamma aveva lasciato aperta. Un gesto un po’ impulsivo, e Salomone Cra è costretto a spiegare al non più uccello ma neanche ancora bambino, che ora non è né l’uno né l’altro, diventando così un mezzo-mezzo e che non potrà più tornare dalla sua famiglia.
Peter è intristito da questa situazione, anche se non disperato. Ricorda com’è avere una madre, e di certo le manca molto, ma allo stesso tempo si trova bene nel magico mondo dei giardini, dove interagisce con uccelli, fatine, fiori parlanti… ma anche bambini che riescono ad arrivare a lui.
Peter spia gli umani per quanto riesce a capire, cerca di comportarsi come loro, anche se non sa assolutamente nulla della vita che a Londra sta scorrendo tranquillamente anche senza di lui. Si appassiona alla musica, suona il flauto per le fate che lo soprannominano Pan, al punto di attirare le simpatie della regina Mab. E se anche grazie a lei riesce a tornare per un attimo nella sua vecchia casa, è alla piccola Maimie Mannering che Peter sente di dare tutto il suo cuore.

Più di questo, però, non voglio dire perché è bene che ognuno scopra da sé la storia di Peter Pan.

Una storia emozionante, dicevo prima, che ho letto con pochissime pause, tanto che gli occhi mi hanno lacrimato per due giorni interi. Più leggevo e più pensavo che avrei dovuto intraprendere quella lettura per la prima volta da bambina, perché sarei sicuramente precipitata in quel fantastico mondo con molta più facilità, e chissà, forse mi avrebbe persino fatto piacere una città come Londra.
La banalità porta a pensare che Peter Pan è la nostra infanzia, la metafora della crescita, o che l’isola sia il luogo magico dove vanno i bambini quando muoiono. Certo, potrebbe essere tutto questo ma per me Peter Pan è il motivo che dovrebbe spingere noi adulti a ricercare la magia anche nella più banale quotidianità.
Riscoprire le rientranze degli alberi, immaginare i dialoghi dei fiori, chiedersi cosa pensano di noi insetti e altri piccoli animali è un ottimo modo per decentrarci dal nostro grandissimo Ego e scendere a patti che non siamo così importanti, che i nostri problemi non sono montagne insormontabili e che tutto, proprio tutto, se visto con gli occhi semplici può essere facilmente affrontato.

Non c’è da dimenticare niente di tutto questo.

Come quando da bambina immaginavo che le ombre della sera prendessero vita. Alcune erano cattive, altre erano lì pronte a proteggermi e mi perdevo in quell’incredibile lotta tra le due entità, sognando avventure che se finivano male riuscivo a cambiarne l’esito andando nel lettone dei miei genitori, dove tutto cessava di far paura, i pensieri si acquietavano e il sonno arrivava senza alcun timore.
Per non dimenticare è bene lasciare aperta la finestra della nostra infanzia, anche adesso che fuori sta diluviando, a immaginare gnomi saltellanti nelle pozzanghere e folletti pronti a dipingere l’arcobaleno nel cielo, proprio come facevano quelli della carta da parati che avevo nella mia stanza e che osservavo sognante chiedendomi se dopotutto non fosse quello il compito dei bambini volati in cielo. Perché sì, sono fantasiosa e positiva più che mai, ma con un’anima vittoriana innata che ha sempre visto alla morte come un momento della vita davvero affascinante.

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