![]() |
| Foto di Shelby Bauman su Unsplash |
Un lettore del blog ha utilizzato la funzione di mandarci un’email – disponibile nella home del sito – per commentare proprio quell’articolo, chiedendomi proprio cosa io intenda per “tempo”.
Lo scorrere dei minuti, dei secondi, delle stagioni, degli anni, è reale o è una nostra illusione?
Proviamo a rispondere alla domanda, cercando di andare oltre a tutto ciò che sappiamo: immaginiamo di fermare le lancette di ogni orologio, di dimenticare tutto ciò che è stato e quello che dovremmo fare. Usciamo per un attimo nel costrutto che ci siamo creati, anche se fa paura, se ci fa tremare, se ci fa pensare: “Se il tempo non esiste, che fine fa il cambiamento? La storia? La nostra autonomia?”
Fin dall’antichità il rapporto tra tempo e cambiamento era molto stretto, tanto che l’uno non poteva esistere senza l’altro. Era, ed è ancora, un dato di fatto che quando veniamo al mondo siamo dipendenti dai nostri genitori in tutto e per tutto, poi cominciamo a camminare, a parlare, ad acquisire sempre più autonomia. La crescita fisica e mentale testimonia il cambiamento che abbiamo fatto dal giorno della nostra nascita, così come i capelli bianchi, le ossa che si accorciano, la schiena che si curva e la scomparsa del ciclo mestruale per le donne sono tutti segnali che sappiamo già vivremo – se saremo fortunati – e che testimonieranno altro tempo che è passato.
Immaginiamo, inoltre, di avere una telecamera puntata su un oggetto in una stanza. Senza finestra, senza orologi, senza un timer a dirci quanto sia passato, noi non sapremmo quantificare il tempo trascorso a osservare quell’oggetto.
Si potrebbe dire che il tempo non esiste senza cambiamento, – che sia anche lo spostamento di un movimento – ed è proprio per misurare questo cambiamento che abbiamo imparato a contare il tempo.
Così sappiamo che la fascia d’età coincide a certe fasi dello sviluppo del bambino, come sappiamo che ogni gravidanza ha una sua durata, che il sole sorge e tramonta a un certo orario, e che se piantiamo un seme prima o poi crescerà una pianta.
Fu per primo Einstein a ipotizzare che il tempo non ha un valore oggettivo e assoluto, ma la sua percezione dipende dalla relatività dell’osservatore. L’esempio più basico è quello che ci insegnano fin dalle elementari: se gioco e mi sto divertendo, un’ora mi sembrerà corta quanto cinque minuti; se la maestra minaccia l’interrogazione, cinque minuti sembreranno un’ora.
Possiamo ancora sostenere l’oggettività del tempo? O è come concetto è piuttosto più vicino all’idea di un’illusione?
Come ben sappiamo tutto ciò che noi vediamo, tocchiamo, assaporiamo, sentiamo… è pura illusione. I colori non esistono, i suoni non esistono, la materia stessa non esiste… tutto si basa sulla connessione organi sensioriali/cervello, come se il secondo fosse semplicemente il traduttore della realtà che ci circonda e che ci mostra in base al nostro livello di consapevolezza.
Con ciò, possiamo davvero sostenere l’esistenza del tempo?
Avete presente Interstellar? (Se non avete visto il film, recuperatelo subito!) La teoria dell’universo a blocchi sostiene che il tempo ha una sua dimensione statica, dove passato, presente e futuro possono esistere nello stesso momento in una struttura quadrimensionale, senza che l’uno prevarichi sull’altro.
In questo stesso istante ci sono io che scrivo questo articolo, come la me che sta nascendo, quella che sta morendo e ogni versione di me dal primo all’ultimo respiro.
In questa coesistenza eterna l’universo non è mai nato e mai finirà, semplicemente è come se fosse un’immensa dimora con infinite stanze e noi ci muoviamo tra queste. Il tempo è così percepito da tutti noi che, dall’alba dei tempi al momento finale, viviamo. Quello che per noi è presente, per una persona del Seicento è futuro; mentre per una persona nata nel 2580 sarà il passato.
Il cambiamento diventa così la traduzione che il nostro cervello fa per dare un senso a questo muoversi tra le stanze, il che ha abbastanza senso, se pensiamo che nell’oggettività storica siamo stati proprio noi esseri umani a inventare la misurazione del tempo.
Se questo a persone come me può farci sperimentare la sensazione del: “Ecco che tutto ha senso”, per altri può far nascere l’esatto opposto, come la paura e il disagio, preferendo non pensarci, ma perché?
Nel mio caso trovo questo tipo di consapevolezza meravigliosa, perché mi permette di concentrarmi meglio sull’esperienza di vita, ma altre persone da me contattate sono in totale disaccordo.
Per loro questo pensiero produce una perdita di controllo e di sequenza: se passato, presente e futuro non scorrono come pensavamo, che fine fa la nostra storia personale? Le nostre scelte? Il nostro crescere e il nostro divenire?
Se, poi, il cambiamento è solo un’illusione, che margine abbiamo del divenire? Se tutto è già stato fatto dal momento in cui apriamo gli occhi, che senso ha continuare a scegliere?
Capisco perfettamente che ammettere la non esistenza del tempo sia terribile perché vorrebbe dire far crollare i pilastri con cui orientiamo la nostra vita: sequenza, causalità, identità e libertà; proviamo però a vederlo da un altro punto di vista: se davvero fosse così, cosa conterebbe davvero se non la consapevolezza del momento presente? Se cominciassimo a guardare al tempo come una stanza in cui siamo, potremmo abitarla meglio nell’unico istante che abbiamo facendo così scelte più consapevoli e circondandoci di persone di qualità.

Nessun commento:
Posta un commento