martedì 6 gennaio 2026

#Epifania: Perché la Befana chiude davvero le feste (e ci fa bene)

Foto di Simone Eufemi su Unsplash
Eccoci qui nel giorno dell’Epifania, che tutte le feste si porta via.

Anche nel 2026 il 6 gennaio è tornato a ricordarci che si chiude ufficialmente con il periodo natalizio per tornare nella realtà che il lunghissimo mese di gennaio ha da offrirci.
Per queste ultime feste ho voluto concentrarmi maggiormente sul significato simbolico che hanno, perché comprenderne la radici vuol dire conoscere prima di tutto noi stessi.

Se l’Epifania è riconosciuta in tutto il mondo come la manifestazione di Gesù ai Re Magi, è proprio in Italia che la festa acquisisce maggiore significato, associata anche alla simpatica vecchiettina che porta dolci e piccoli regali all’interno di una calza. 

Epifania deriva dal greco epipháneia che significa “apparizione”, ed è proprio il ricordo della visita dei tre Re Magi al neonato Gesù a fare da protagonista. Questo è un simbolo di apertura universale: la Luce è arrivata al mondo e il mondo stesso la accoglie con gioia.

Ma cosa c’entra il lasciare andare le feste con la religione? La risposta breve è: niente, infatti.
Nel folklore italiano la figura della Befana incarna la chiusura festiva. Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio questa vecchina vola per i nostri cieli consegnando dolci (o carbone) a tutti i bambini. La figura non ha nulla a che vedere con la religione Cristiana, ma ritrova la sua origine nella cultura pagana quando nello stesso periodo le popolazioni agricole immaginavano degli spiriti femminili volare sui propri raccolti per proteggerli dal freddo dell’inverno.

Erano così viste come creature volte alla difesa del futuro, in quanto i frutti estivi che i campi avrebbero poi concesso, sarebbero diventati il nutrimento e la fonte di reddito per numerose famiglie.
Con il passare del tempo e con una società che ha scelto sempre più di vivere stabilmente in città, l’idea di una magica creatura benefattrice non ha lasciato la psiche umana.

Ecco che fino a mezzo secolo fa era la Befana a portare i doni ai bambini, come a risollevare loro il morale per l’imminente ritorno a scuola che sarebbe toccato il giorno dopo.
Una sorta di transizione psicologica del “lasciar andare” i momenti di festa, a elaborare la fine di un periodo emotivamente carico e prepararsi mentalmente alla realtà quotidiana.
Se la tradizione vuole che si addobbi casa l’8 dicembre, all’Annunciazione, al momento in cui ci si prepara al nuovo, la stessa vuole che il 6 gennaio ci si prepari al togliere via tutto, a tornare alla normalità e, seppur questo metta malinconia, è comunque un piccolo segnale che paradossalmente dona sollievo e pace interiori.

Il 6 gennaio ci fa tirare un sospiro di sollievo: mentre mangiamo l’ultimo pezzo di Pandoro, affrontiamo l’ultimo pranzo con i parenti e ci concediamo l’ultima passeggiata tra i mercatini di Natale, cominciamo già a tenere nel nostro cuore una memoria delle feste appena trascorse: sempre uguali in apparenza ma del tutto diverse anno dopo anno nei loro dettagli. 
Da domani tutto tornerà come prima e il Natale sembrerà solo un lontano ricordo, mentre la nostra mente è già concentrata sulle feste di Carnevale, con le loro frappe (o chiacchiere), maschere, stelle filanti e coriandoli a darci ancora più allegria.

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