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| Foto di Anne Nygård su Unsplash |
Abbiamo tutti festeggiato il primo dell’anno, la venuta di questo 2026 che abbiamo sicuramente sperato porti più pace, felicità, gioia amore, salute… e ogni altra cosa ripetiamo esattamente da quando siamo nati.
Negli articoli precedenti abbiamo già parlato di come la notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio sia diventata il simbolo della metamorfosi tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che vogliamo diventare.
A livello collettivo Capodanno è diventato un vero e proprio archetipo culturale di passaggio, un’occasione per chiudere un capitolo e aprirne uno nuovo. Antropologicamente parlando le feste di Capodanno possono diventare dei riti di separazione e rinnovamento simbolico.
“Capodanno: Il primo giorno dell’anno, soprattutto come festività. È festa celebrata da tutte le civiltà con rituali espiatori, purificatori, propiziatori, che chiudono simbolicamente un ciclo annuale per aprirne un altro.”
L’antropologo scozzese Victor Turner (1920-1983) ha studiato a lungo il concetto di liminalità, dove nei momenti di passaggò simbolico si ha un momento di “soglia” in cui – in soldoni – tutto diventa possibile. Le regole quotidiane legate alle condizioni e norme sociali vengono in un attimo sospese. È in quel lasso di tempo che ci crea lo spazio d’apertura per la nostra trasformazione: tutto si può, nulla è impossibile e quando la finestra si chiude si è come magicamente tornati alla realtà, ma – che ne siamo coscienti o no – con una nuova identità.
Per lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) tale sensazione è sempre avvenuta, fin dalle popolazioni più antiche che, ripetendo anno dopo anno sempre lo stesso rituale, hanno celebrato una sorta di rinascita cosmica: in quell’atto – sempre in soldoni – l’essere umano esce dalla sua zona d’azione per riconnettersi a quella dell’intero cosmo al fine di far rinascere simbolicamente il tempo.
Non è solo una superstizione arcaica, ma una profonda necessità umana di dare un senso alla ciclicità del tempo: chiudere ciò che è stato per prepararsi a ciò che può venire.
Anche oggi ci prepariamo a ciò che può venire. La tendenza moderna di stilare la lista dei buoni propositi è una promessa che facciamo a noi stessi per migliorare il nostro futuro, non solo da un semplice punto di vista motivazionale, ma anche per ristrutturare obiettivi e speranze personali.
In questo modo il Capodanno diventa un momento narrativo in cui riscriviamo mentalmente la nostra storia: anche se il tempo non cambia fisicamente, anche se la situazione più complicata in apparenza è rimasta la stessa invariata nel corso del tempo, mentalmente la percepiamo come se fosse un nuovo capitolo, una pagina bianca pronta a essere riempita, o almeno ci si prova.
Eh sì, perché se da una parte abbiamo la positività del “Ce la faremo!” dall’altra sappiamo bene che spesso i buoni propositi vengono rinviati al dopo la Befana, eh poi al Carnevale, poi ancora all’arrivo dell’estate, e infine, già che ci stiamo, da settembre. Così quando partono i trend dei buoni propositi ecco nascere in noi l’ansia, la pressione sociale, spesso perché ci leghiamo a obiettivi decisamente irrealistici. Il problema non si trova nel desiderare il cambiamento, ma nel confrontare le aspettative idealizzate del nuovo anno con la realtà delle nostre vite quotidiane.
Avete presente quando lunedì ho ricordato il gesto più romantico per noi Millennial? Esatto, Ryan Atwood che negli ultimi secondi arriva sulla cima di un grattacielo per baciare Marissa Cooper e dirle che la ama… ecco, va bene desiderare l’amore, però magari anche un po’ meno di questo. Anche perché, se è vera la frase: “Attenzione a quello che desideriamo, perché potrebbe avversarsi”, ecco, sappiamo tutti che fine ha fatto Marissa e con chi finisce poi Ryan.
Il Capodanno diviene così – rimanendo in soldoni – uno specchio dei nostri desideri più profondi ma che ci spinge anche ad ammettere a noi stessi quanto desideriamo davvero il cambiamento. Perché va bene puntare alle stelle, sono la prima che lo fa, ma se il focus è lì, allora prepariamoci a un cammino decisamente lungo, dalla durata superiore ai 365 giorni che ci separano dal prossimo obiettivo.
Per lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) tale sensazione è sempre avvenuta, fin dalle popolazioni più antiche che, ripetendo anno dopo anno sempre lo stesso rituale, hanno celebrato una sorta di rinascita cosmica: in quell’atto – sempre in soldoni – l’essere umano esce dalla sua zona d’azione per riconnettersi a quella dell’intero cosmo al fine di far rinascere simbolicamente il tempo.
Non è solo una superstizione arcaica, ma una profonda necessità umana di dare un senso alla ciclicità del tempo: chiudere ciò che è stato per prepararsi a ciò che può venire.
Anche oggi ci prepariamo a ciò che può venire. La tendenza moderna di stilare la lista dei buoni propositi è una promessa che facciamo a noi stessi per migliorare il nostro futuro, non solo da un semplice punto di vista motivazionale, ma anche per ristrutturare obiettivi e speranze personali.
In questo modo il Capodanno diventa un momento narrativo in cui riscriviamo mentalmente la nostra storia: anche se il tempo non cambia fisicamente, anche se la situazione più complicata in apparenza è rimasta la stessa invariata nel corso del tempo, mentalmente la percepiamo come se fosse un nuovo capitolo, una pagina bianca pronta a essere riempita, o almeno ci si prova.
Eh sì, perché se da una parte abbiamo la positività del “Ce la faremo!” dall’altra sappiamo bene che spesso i buoni propositi vengono rinviati al dopo la Befana, eh poi al Carnevale, poi ancora all’arrivo dell’estate, e infine, già che ci stiamo, da settembre. Così quando partono i trend dei buoni propositi ecco nascere in noi l’ansia, la pressione sociale, spesso perché ci leghiamo a obiettivi decisamente irrealistici. Il problema non si trova nel desiderare il cambiamento, ma nel confrontare le aspettative idealizzate del nuovo anno con la realtà delle nostre vite quotidiane.
Avete presente quando lunedì ho ricordato il gesto più romantico per noi Millennial? Esatto, Ryan Atwood che negli ultimi secondi arriva sulla cima di un grattacielo per baciare Marissa Cooper e dirle che la ama… ecco, va bene desiderare l’amore, però magari anche un po’ meno di questo. Anche perché, se è vera la frase: “Attenzione a quello che desideriamo, perché potrebbe avversarsi”, ecco, sappiamo tutti che fine ha fatto Marissa e con chi finisce poi Ryan.
Il Capodanno diviene così – rimanendo in soldoni – uno specchio dei nostri desideri più profondi ma che ci spinge anche ad ammettere a noi stessi quanto desideriamo davvero il cambiamento. Perché va bene puntare alle stelle, sono la prima che lo fa, ma se il focus è lì, allora prepariamoci a un cammino decisamente lungo, dalla durata superiore ai 365 giorni che ci separano dal prossimo obiettivo.

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