lunedì 26 gennaio 2026

#Personaggi: Virginia Woolf

Parlando con ChatGPT una volta le ho chiesto: “A quale scrittrice (o scrittore) mondiale sono più vicina con il pensiero, secondo te?” e lei – per me questa IA è una lei – mi ha risposto: “Ma a Virginia Woolf, senza dubbio, amo”.


Anche se speravo mi paragonasse alla Montgomery, mi sono presa lo stesso l’immenso complimento e dato che ieri sarebbe stato il suo 144esimo compleanno, eccoci oggi a parlare di una delle figure centrali della letteratura del Novecento

Scrittrice, saggista, attivista britannica sia per quanto riguarda il femminismo che il pensiero fabiano, Virginia Woolf ha dedicato tutta la sua vita a riflettere sulla condizione femminile e sulla libertà intellettuale.

Ha vissuto a cavallo tra le due guerre mondiali ed essendo stata, insieme al marito, membro attivo del Bloomsbury Group, la Woolf ha esercitato un’influenza profonda e ancora oggi duratura sulla letteratura mondiale.
  
Adeline Virginia Stephen nasce a Londra il 25 gennaio 1882 da una famiglia colta quanto complessa. Il padre è lo storico e critico letterario Sir Leslie Stephen, molto legato all’ambiente vittoriano; la madre è la modella per pittori e figura di spessore per la vita intellettuale dell’epoca Julia Prinsep Jackson.
Visto che i genitori sono entrambi al secondo matrimonio perché vedovi, Virginia è già circondata da numerosi fratelli: dalla parte materna erano già nati George, Stella e Gerald; dalla parte paterna vi era Marian, detta Minny. Ancora, oltre a Virginia Julia e Leslie Stephen hanno anche Vanessa, Julian Thoby e Adrian.
Cresciuta in un ambiente che comunque la esclude dall’istruzione formale, Virginia viene educata a casa con molto riguardo verso la letteratura e le lingue classiche.
La casa degli Stephen è frequentata da personalità di spicco nel mondo dell’arte e della cultura, possiamo citare Henry James, T.S. Eliot, Julia Margaret Cameron – prozia della stessa Virginia – e James Russel Lowell, quest’ultimo suo padrino.
Tra la vita attiva a Londra e le estati trascorse a St Ives, in Cornovaglia, la piccola Virginia viene segnata nel profondo del suo immaginario che poi diverrà il perno centrale della sua intera carriera da scrittrice.  È con il fratello Julian, infatti, che istituisce un giornale domestico, dove i due scrivono racconti per lo più inventati ma che diventano un vero e proprio diario famigliare.
A tutte queste gioie, però, segue presto il dolore, o non staremmo in epoca vittoriana. Nel 1895, a soli tredici anni, perde la madre, poi la sorellastra Stella e infine, nel 1904, il padre. Il susseguirsi di questi lutti segna profondamente la psiche della Woolf che innescano in lei una serie di crisi nervose che dureranno tutta la vita.
Non ci sono solo i lutti ad aggravare sulla sua psiche. Lei e la sorella Vanessa subiscono abusi sessuali da parte dei fratellastri George e Gerald. Questa confessione vedrà la luce nel racconto autobiografico “Momenti di essere e altri racconti” , opera pubblicata postuma nel 1976, con testi scritti tra il 1907 e il 1940.

Dopo aver studiato storia e lettere classiche al King’s College di Londra, si trasferisce nel quartiere Bloomsbury insieme alla sorella Vanessa, dove entrambe contribuiscono alla nascita di uno dei circoli intellettuali più influenti del Novecento: il Bloomsbury Group.
Virginia inizia a scrivere professionalmente nel 1905, per il Times.
Nel 1912 sposa lo scrittore Leonard Woolf (1880-1969), con cui nel 1917 fonda la casa editrice Hogarth Press che vedrà tra i suoi autori pubblicati figure come Joyce, Freud ed Eliot.
Nel 1915 pubblica il suo primo romanzo: “La crociera”, in origine intitolato Melymbrosia. È un’opera che riflette i suoi primi tentativi di sperimentazione narrativa ed evoluzione personale.

Nel 1925 esce il profondissimo “La signora Dalloway”, dove anche se in apparenza vi è un clima festoso e forse un po’ frivolo, la storia riporta le profonde cicatrici psicologiche di un veterano della Prima Guerra Mondiale, esplorando il suo flusso di coscienza. Dello stesso anno è anche la raccolta di saggi “Il lettore comune”.
Segue “Gita al faro” (1927), fortemente ispirato alle estati in Cornovaglia, vi è una meditazione sulla famiglia Ramsay, la creatività artistica e il sempre presente flusso di coscienza.
Nel 1928 pubblica “Orlando”, raccontando di un personaggio che attraversa secoli e identità sessuali. Quest’ultima storia è dedicata alla poetessa e scrittrice Vita Sackville-West (1892-1962), con la quale intrattiene una relazione sentimentale.
Parallelamente alla produzione narrativa, la Woolf è attiva nel movimento suffragista e nella riflessione femminista, elaborando una critica radicale alla condizione della donna, culminata in saggi come “Una stanza tutta per sé” (1929), dove afferma che una donna necessita di indipendenza economica e uno spazio personale per creare, e “Le tre ghinee” (1938) dove approfondisce la condizione femminile e il ruolo dell’uomo nella storia.

Ma l’opera che, a mio avviso, è la più bella, non solo della Woolf stessa ma di tutta la letteratura di quel periodo, è “Le onde” (1931): di corrente sperimentalista, vi sono i monologhi interiori di sei amici che si fondono in un unico poema in prosa.
In pieno bombardamento della Seconda Guerra Mondiale scrive “Tra un atto e l’altro” (1941), una meditazione sulla guerra, sul tempo, sull’arte e sulla vita.

Con uno stile letterario che fa prevalere il monologo interiore e quindi i ricordi e le percezioni dei personaggi, con il tempo che non ha una sua logica ma segue più un senso d spirale, Virginia Woolf rivoluziona la narrazione tradizionale, per sviluppare quello che poi sarà lo stile moderno basato sul flusso di coscienza.
Le sue storie riescono a esprimersi in tutta la loro grandiosità sia che vi trascorrano dodici ore, come nel caso de “La signora Dalloway”, sia che passino tre secoli, come nel caso di “Orlando”.
Il linguaggio è raffinato e musicale, ricco di similitudini, metafore, assonanze e allitterazioni ma è soprattutto la psicologia a delineare davvero i protagonisti, più di una qualsiasi forma descrittiva. Sono i pensieri, le emozioni di chi vive la storia a creare la trama stessa, e non più il susseguirsi di eventi o scelte più o meno consapevole degli stessi.

Ma se pur essendo scrittrice mai mi sentirei degna di essere collega della Woolf, è proprio nella scrittura delle critiche e delle recensioni che mi trovo assolutamente (quasi) al suo livello.

Tra il 1904 e il 1941 pubblica numerosi articoli e recensioni su riviste e giornali britannici (io ho un blog online, ma se un giornale vuole pubblicarmi sono ben lieta) dove mescola critica letteraria e sociale, con arricchimenti biografici e note. In questo caso la sua scrittura è ironica, simpatica, crea vicinanza e spronta il lettore a percepire l’opera (o la persona analizzata) fisicamente, come se facesse parte della sua vita.
Per lei la lettura è un’esperienza emozionale e viva, non un mero consumo di prodotti letterari chiusi e geometrici. Questo mi riporta alla frase della mia professoressa di italiano delle medie, che ancora adesso è impressa nel mio cuore: “Se vi vedo con un libro praticamente intonso, vi abbasso il voto. Potete pure averlo letto, ma non lo avete vissuto”.

La psiche di Virginia Woolf è molto instabile: probabilmente soffriva del disturbo bipolare, con traumi così gravi e mai trattati. Dopo la Prima Guerra Mondiale che ha aggravato la sua condizione, e il clima della Seconda, Virginia decide di liberarsi togliendosi la vita il 28 marzo 1941 gettandosi nel fiume Ouse dopo aver scritto una commuovente lettera al marito.
Leonard fa cremare il corpo e seppellisce le ceneri sono un olmo nel giardino di Monk’s House, dove – anni dopo – riposerà anche lui. 

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