Approcciandomi al mondo
dell’arte da neofita ho scoperto dettagli che non immaginavo, ma
soprattutto mi sono addentrata su un mondo che amo particolarmente:
quello dei simbolismi.
Così oggi voglio parlare di uno dei simboli che più amo e che sento mio, anche se ne ho leggermente paura: lo specchio.
Da sempre legato all’identità, al mistero dell’esistenza, alla propria consapevolezza, per secoli è stato persino creduto come un portale, un mezzo per connetterci con i vari mondi (quello dei vivi e dei morti, e c’è chi persino nel 2025 crede che specchiandosi si possa percepire qualcosa di un universo parallelo) suscitando nell’essere umano una sorta di rispetto e timore di questo oggetto.
Ma come si è approcciato su questo il mondo dell’arte? Che significato ha lo specchio nei vari dipinti? Vediamolo insieme…
Partiamo dal Medioevo e lo facciamo con l’esempio di uno dei quadri più famosi: “Il Ritratto dei coniugi Arnolfini” (1434) del pittore fiammingo Jan van Eyck. I due sposi si danno la mano, lei è visibilmente incinta, eppure quello che colpisce è ciò che vediamo al centro della scena: uno specchio convesso dove sono riflesse due persone, oltre i protagonisti. Ma chi sono?
C’è da dire che persino i due coniugi non hanno un nome certo, ci sono varie supposizioni, ma quella che preferisco è che si tratti di Giovanni di Nicolao Arnolfini e la sua prima moglie, morta di parto, di cui non si conosce il nome.
Così le altre due figure allo specchio possono volere anticipare allo spettatore lo spoiler delle seconde nozze di lui – ma queste sono avvenute circa sei anni dopo la morte di Jan van Eyck – o semplicemente sono la raffigurazione del pittore insieme alla seconda moglie. Certo che guardarlo con gli occhi dei nostri giorni, può far venire una sorta di brivido, perché sembra come se il dipinto fosse una foto scattata dal pittore stesso ritrattosi in una sorta di selfie.
Così, suo malgrado, lo specchio diventa il terzo protagonista della scena, come a voler rivelare una verità già reale in uno spazio-tempo, ma ancora invisibile al momento presente.
Il dipinto è oggi visibile alla National Gallery di Londra.
Andiamo avanti e ci ritroviamo nel Rinascimento, con un pittore italiano: il Parmigianino. Nel suo “Autoritratto entro uno specchio convesso” (1524) il pittore si raffigura in una sorta di verità distorta, ad anticipare quello che secoli dopo faranno i Beatles con Rubber Soul. I più critici potranno dire che non c’è nessun messaggio in un’opera del genere, che un autoritratto è semplicemente un autoritratto, ma ai tempi andava molto la visione anamorfica, giocando quindi sul rendere il proprio volto – e in un certo senso la propria immagine – quasi distorto e interrogando lo spettatore sul concetto di realtà.
Questo dipinto è conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Ma nel Rinascimento non c’è solo il simbolismo del proprio io, lo specchio rimane simbolo di vanità e lo vediamo nella “Venere allo Specchio” (1555 circa) di Tiziano: dove la dea si specchia compiacendosi della sua stessa bellezza.
Questo dipinto si può ammirare alla National Gallery of Art di Washington.
Tra il 1597 e il 1599 Caravaggio dipinge “Narciso”, dove l’amore di Narciso per se stesso viene immortalata nel gesto di guardarsi con ammirazione nel riflesso dell’acqua. L’acqua, da sempre simbolo dell’inconscio, diviene uno specchio che riflette l’amore e la passione così intensi da diventare trappola, inganno, perdizione… fino alla tragica fine.
Lo possiamo vedere, con il cuore a mille, alla Galleria Nazionale d’Arte Antica, a Palazzo Barberini, Roma.
Saltiamo diversi secoli, arrivando alla fine dell’Ottocento: “Bar alle Folies-Bergère” (1881-1882) di Manet e con l’Impressionismo dei massimi livelli: la barista è riflessa di spalle, eppure le due figure sembrano due donne completamente diverse, come se il riflesso la invecchiasse o prendesse le distanze dalla realtà. Il volto di lei è arrossato, è vestita elegante, sembra quasi una nobildonna, peccato che sia palese il lavoro come barista, ai tempi considerato tra i più bassi, soprattutto per le donne. È lei la vera protagonista, a discapito della festa sfarzosa che si sta tenendo al locale. Cosa ci racconta la donna? Sta tenendo le distanze da tutto, o la sua presenza è importante quanto quella degli ospiti più altolocati? Forse le risposte a queste domande dicono molto su noi stessi.
Il quadro si può vedere alla Courtauld Gallery di Londra.
È solo nel Novecento, quando la psicoanalisi prende piede, che l’arte si concentra sulla propria interiorità. Così gli autoritratti di Frida Kahlo diventano altro oltre lo specchio fisico, ma sono proprio frammentazioni del Sé, mostrandosi sempre diversa.
Magritte, ne “La riproduzione vietata” (1937) trasforma lo specchio in un paradosso: l’uomo si specchia, ma invece di vedersi in volto, gli viene mostrato esattamente quello che vediamo noi, la sua schiena. Così il dipinto si tramuta in enigma: chi siamo veramente? Ciò che mostriamo può diventare la nostra identità, fino a cancellare completamente il nostro Io? Il quadro si trova oggi al Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam.
Lo specchio non smette di creare arte, così in “Mirror” (2020) di Jenny Saville ci vengono mostrati vari corpi, tutti visti da angolazioni distorte, riflesse e sovrapposte. Il riflesso non è più un ideale, ma la verità nuda e cruda; non serve più per abbellire, nascondersi o immaginare di divenire: è ciò che siamo.
A qualsiasi significato siamo più vicini, lo specchio ci dà sicuramente la possibilità di vederci. Se per se quello che siamo, per quello che vorremmo essere, per quello che vedono di noi gli altri, poco importa.
È un modo, anche nell’arte, di focalizzarci e riflettere – bello il gioco di parole – sui nostri mutamenti e le complesse contraddizioni che ci caratterizzano e rendono unici.
Questo porta anche a una sorte di sicurezza: lo specchio nel mondo reale può farci paura, ma ammirarlo con gli occhi degli altri può darci la forza di fare i primi passi al nostro interno, alla ricerca della scintilla di vita autentica.
Così oggi voglio parlare di uno dei simboli che più amo e che sento mio, anche se ne ho leggermente paura: lo specchio.
Da sempre legato all’identità, al mistero dell’esistenza, alla propria consapevolezza, per secoli è stato persino creduto come un portale, un mezzo per connetterci con i vari mondi (quello dei vivi e dei morti, e c’è chi persino nel 2025 crede che specchiandosi si possa percepire qualcosa di un universo parallelo) suscitando nell’essere umano una sorta di rispetto e timore di questo oggetto.
Ma come si è approcciato su questo il mondo dell’arte? Che significato ha lo specchio nei vari dipinti? Vediamolo insieme…
Partiamo dal Medioevo e lo facciamo con l’esempio di uno dei quadri più famosi: “Il Ritratto dei coniugi Arnolfini” (1434) del pittore fiammingo Jan van Eyck. I due sposi si danno la mano, lei è visibilmente incinta, eppure quello che colpisce è ciò che vediamo al centro della scena: uno specchio convesso dove sono riflesse due persone, oltre i protagonisti. Ma chi sono?
C’è da dire che persino i due coniugi non hanno un nome certo, ci sono varie supposizioni, ma quella che preferisco è che si tratti di Giovanni di Nicolao Arnolfini e la sua prima moglie, morta di parto, di cui non si conosce il nome.
Così le altre due figure allo specchio possono volere anticipare allo spettatore lo spoiler delle seconde nozze di lui – ma queste sono avvenute circa sei anni dopo la morte di Jan van Eyck – o semplicemente sono la raffigurazione del pittore insieme alla seconda moglie. Certo che guardarlo con gli occhi dei nostri giorni, può far venire una sorta di brivido, perché sembra come se il dipinto fosse una foto scattata dal pittore stesso ritrattosi in una sorta di selfie.
Così, suo malgrado, lo specchio diventa il terzo protagonista della scena, come a voler rivelare una verità già reale in uno spazio-tempo, ma ancora invisibile al momento presente.
Il dipinto è oggi visibile alla National Gallery di Londra.
Andiamo avanti e ci ritroviamo nel Rinascimento, con un pittore italiano: il Parmigianino. Nel suo “Autoritratto entro uno specchio convesso” (1524) il pittore si raffigura in una sorta di verità distorta, ad anticipare quello che secoli dopo faranno i Beatles con Rubber Soul. I più critici potranno dire che non c’è nessun messaggio in un’opera del genere, che un autoritratto è semplicemente un autoritratto, ma ai tempi andava molto la visione anamorfica, giocando quindi sul rendere il proprio volto – e in un certo senso la propria immagine – quasi distorto e interrogando lo spettatore sul concetto di realtà.
Questo dipinto è conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Ma nel Rinascimento non c’è solo il simbolismo del proprio io, lo specchio rimane simbolo di vanità e lo vediamo nella “Venere allo Specchio” (1555 circa) di Tiziano: dove la dea si specchia compiacendosi della sua stessa bellezza.
Questo dipinto si può ammirare alla National Gallery of Art di Washington.
Tra il 1597 e il 1599 Caravaggio dipinge “Narciso”, dove l’amore di Narciso per se stesso viene immortalata nel gesto di guardarsi con ammirazione nel riflesso dell’acqua. L’acqua, da sempre simbolo dell’inconscio, diviene uno specchio che riflette l’amore e la passione così intensi da diventare trappola, inganno, perdizione… fino alla tragica fine.
Lo possiamo vedere, con il cuore a mille, alla Galleria Nazionale d’Arte Antica, a Palazzo Barberini, Roma.
Saltiamo diversi secoli, arrivando alla fine dell’Ottocento: “Bar alle Folies-Bergère” (1881-1882) di Manet e con l’Impressionismo dei massimi livelli: la barista è riflessa di spalle, eppure le due figure sembrano due donne completamente diverse, come se il riflesso la invecchiasse o prendesse le distanze dalla realtà. Il volto di lei è arrossato, è vestita elegante, sembra quasi una nobildonna, peccato che sia palese il lavoro come barista, ai tempi considerato tra i più bassi, soprattutto per le donne. È lei la vera protagonista, a discapito della festa sfarzosa che si sta tenendo al locale. Cosa ci racconta la donna? Sta tenendo le distanze da tutto, o la sua presenza è importante quanto quella degli ospiti più altolocati? Forse le risposte a queste domande dicono molto su noi stessi.
Il quadro si può vedere alla Courtauld Gallery di Londra.
È solo nel Novecento, quando la psicoanalisi prende piede, che l’arte si concentra sulla propria interiorità. Così gli autoritratti di Frida Kahlo diventano altro oltre lo specchio fisico, ma sono proprio frammentazioni del Sé, mostrandosi sempre diversa.
Magritte, ne “La riproduzione vietata” (1937) trasforma lo specchio in un paradosso: l’uomo si specchia, ma invece di vedersi in volto, gli viene mostrato esattamente quello che vediamo noi, la sua schiena. Così il dipinto si tramuta in enigma: chi siamo veramente? Ciò che mostriamo può diventare la nostra identità, fino a cancellare completamente il nostro Io? Il quadro si trova oggi al Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam.
Lo specchio non smette di creare arte, così in “Mirror” (2020) di Jenny Saville ci vengono mostrati vari corpi, tutti visti da angolazioni distorte, riflesse e sovrapposte. Il riflesso non è più un ideale, ma la verità nuda e cruda; non serve più per abbellire, nascondersi o immaginare di divenire: è ciò che siamo.
A qualsiasi significato siamo più vicini, lo specchio ci dà sicuramente la possibilità di vederci. Se per se quello che siamo, per quello che vorremmo essere, per quello che vedono di noi gli altri, poco importa.
È un modo, anche nell’arte, di focalizzarci e riflettere – bello il gioco di parole – sui nostri mutamenti e le complesse contraddizioni che ci caratterizzano e rendono unici.
Questo porta anche a una sorte di sicurezza: lo specchio nel mondo reale può farci paura, ma ammirarlo con gli occhi degli altri può darci la forza di fare i primi passi al nostro interno, alla ricerca della scintilla di vita autentica.


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