venerdì 31 luglio 2026

#DivinaCommedia: Canto XXVIII - Purgatorio

Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.


Oggi analizziamo il ventottesimo canto del Purgatorio. Iniziamo ad addentrarci nel Paradiso Terrestre, ne assaporiamo gli odori e proviamo le sensazioni di Dante. Persi in questa eterna primavera tipica dell’età dell’oro, facciamo la conoscenza di una donna. Non è ancora Beatrice, ma qualcuno di vicino.

Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte
 
Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch’a li occhi temperava il novo giorno,

sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d’ogne parte auliva.

Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;

per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;

non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;

ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,

tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
quand’Ëolo scilocco fuor discioglie.

Il fiumicello, illustrazione di 
Gustave Doré
Dante ha una gran voglia di esplorare il giardino, il famoso Paradiso Terrestre che si ritrova davanti. Lo fa guardando i tantissimi alberi, cespugli e fiori che vi sono, che colorano il luogo e inebriano l’aria con i profumi che si mescolano tra loro.

Sente sulla pelle il vento leggero, che proviene sempre dalla stessa parte e mantiene la stessa intensità; e ancora avverte il canto melodioso degli uccellini che gli ricordano le lodi a Dio che si cantano al mattino.
Il tutto, insomma, ci fa pensare a un luogo pieno di pace, un giardino meraviglioso dove regnano armonia e perfezione

Parleremo ancora del Paradiso Terrestre, per ora soffermiamoci sul fatto che Dante procede spedito a esplorare il luogo, senza più il permesso di Virgilio. Come accennato nel canto precedenteora il Poeta sa discernere senza problemi, per cui ogni sua decisione è presa con estrema fiducia e sicurezza in sé. Può avvalersi del godimento della vita – o in questo caso del Paradiso Terrestre – senza temere per la sua anima.


Questo vale anche per noi: quando abbiamo preso pienamente coscienza e consapevolezza di noi, possiamo vivere nella gioia del materiale senza che questo interferisca con la nostra anima. Non abbiamo più paura del denaro, del potere, della lussuria… possiamo avere ogni sorta di benedizione materiale senza che questa ci controlli.

Già m’avean trasportato i lenti passi
dentro a la selva antica tanto, ch’io
non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;

ed ecco più andar mi tolse un rio,
che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.

Tutte l’acque che son di qua più monde,
parrieno avere in sé mistura alcuna
verso di quella, che nulla nasconde,

avvegna che si mova bruna bruna
sotto l’ombra perpetüa, che mai
raggiar non lascia sole ivi né luna.

Coi piè ristetti e con li occhi passai
di là dal fiumicello, per mirare
la gran varïazion d’i freschi mai;

e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,

una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.

«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che soglion esser testimon del core,

vegnati in voglia di trarreti avanti»,
diss’io a lei, «verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.

Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera».

Come si volge, con le piante strette
a terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,

volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;

e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che ’l dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.

Tosto che fu là dove l’erbe sono
bagnate già da l’onde del bel fiume,
di levar li occhi suoi mi fece dono.

Non credo che splendesse tanto lume
sotto le ciglia a Venere, trafitta
dal figlio fuor di tutto suo costume.

Ella ridea da l’altra riva dritta,
trattando più color con le sue mani,
che l’alta terra sanza seme gitta.

Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,

più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’allor non s’aperse.

Dante e Matelda
John William Waterhouse

Dante continua a descrivere il paesaggio e il fiume che passa attraverso il bosco. L’acqua è così tanto limpida che cela tutta la sua profondità, pur mantenendosi scura perché il percorso dell’acqua è coperto dalle cime frondose degli alberi che crescono ai suoi margini.

All’improvviso vede una donna che canta raccogliendo dei fiori. La ragazza è bellissima, tanto che a Dante torna in mente Proserpina, (Persefone) nello stesso atto prima di essere rapita. La sua prima interazione con lei, però, non ha nulla a che vedere con il mito o con un qualche complimento sull’aspetto: il Poeta, infatti, vorrebbe che la fanciulla si avvicini a lui di qualche passo, così da poter ascoltare meglio la canzone che sta intonando.
Lei alza il suo sguardo verso di lui e, muovendosi come se stesse danzando, lo guarda con una luce d’amore così intenso da non averlo mai visto in vita da qualcuno. Dante è convinto che neanche Venere, la dea dell’amore, abbia mai irradiato quel tipo di luce.

L’acqua del fiume è completamente limpida perché, come vedremo dopo, purifica le anime da ogni tipo di peccato e lo fa con così tanta profondità che tutti si dimenticano del peccato commesso.
Il giardino, poi, è così rigoglioso da ricordare la natura di maggio. È facile pensare che l’idea che vuole dare Dante sta proprio nel fatto che, pur mantenendosi di un clima gradevole, il Sole in quel luogo è poco visibile per tutti gli alberi che vi sono, perché è direttamente Dio a illuminare con la sua Grazia.
Così come Virgilio si presenta a Dante prima come ombra, ora la fanciulla si presenta con il suo canto. Quando poi incrocia lo sguardo del Poeta, irradia così tanto amore perché è quello della Carità: sarà infatti lei a prendersi cura di lui fino all’incontro con Beatrice.

Ora, ci sarebbe veramente tanto da dire, ma al solito abbiamo poco spazio e personalmente ho anche poco tempo. Visto che della fanciulla e del luogo parleremo più approfonditamente dopo, facciamoci la domanda: come mai deve essere la donna ad avvicinarsi e non lo stesso Dante?
Ebbene, perché lui non può ancora attraversare il fiume. Infatti Dante rimane a tre passi dalla sua sponda, a simboleggiare, probabilmente visti i prossimi canti, i tre gradi della confessione: pentimento, accusa dei peccati e penitenza.
Fa poi tre esempi a simboleggiare la sua impossibilità a muoversi: il primo è di natura storica, e ricorda quando Serse I, re di Persia dal 486 al 465 a.C., attraversò l’Ellesponto per iniziare una guerra contro i Greci, ma venne sconfitto a Salamina e costretto così al ritiro; questo esempio ci ricorda di frenare l’orgoglio umano. Il secondo è mitologico: Leandro ogni notte attraversa l’Ellesponto per congiungersi con Ero, la donna che ama. Riesce a farlo sempre, tranne quando il fiume è in piena. Una notte che nel fiume impazzano onde altissime, Leandro decide comunque di attraversarlo, incontrando la morte; questo esempio serve per ricordarci di non sfidare le leggi della natura, se non è Dio stesso a chiedercelo. Il terzo è un esempio Biblico e ricorda il passaggio del popolo ebraico nel Mar Rosso.

«Voi siete nuovi, e forse perch’io rido»,
cominciò ella, «in questo luogo eletto
a l’umana natura per suo nido,

maravigliando tienvi alcun sospetto;
ma luce rende il salmo
Delectasti,
che puote disnebbiar vostro intelletto.

E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
ad ogne tua question tanto che basti».

«L’acqua», diss’io, «e ’l suon de la foresta
impugnan dentro a me novella fede
di cosa ch’io udi’ contraria a questa».

Ond’ella: «Io dicerò come procede
per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
e purgherò la nebbia che ti fiede.

Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
fé l’uom buono e a bene, e questo loco
diede per arr’a lui d’etterna pace.

Per sua difalta qui dimorò poco;
per sua difalta in pianto e in affanno
cambiò onesto riso e dolce gioco.

Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
l’essalazion de l’acqua e de la terra,
che quanto posson dietro al calor vanno,

a l’uomo non facesse alcuna guerra,
questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
e libero n’è d’indi ove si serra.

Or perché in circuito tutto quanto
l’aere si volge con la prima volta,
se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,

in questa altezza ch’è tutta disciolta
ne l’aere vivo, tal moto percuote,
e fa sonar la selva perch’è folta;

e la percossa pianta tanto puote,
che de la sua virtute l’aura impregna
e quella poi, girando, intorno scuote;

e l’altra terra, secondo ch’è degna
per sé e per suo ciel, concepe e figlia
di diverse virtù diverse legna.

Non parrebbe di là poi maraviglia,
udito questo, quando alcuna pianta
sanza seme palese vi s’appiglia.

E saper dei che la campagna santa
dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
e frutto ha in sé che di là non si schianta.

L’acqua che vedi non surge di vena
che ristori vapor che gel converta,
come fiume ch’acquista e perde lena;

ma esce di fontana salda e certa,
che tanto dal voler di Dio riprende,
quant’ella versa da due parti aperta.

Da questa parte con virtù discende
che toglie altrui memoria del peccato;
da l’altra d’ogne ben fatto la rende.

Quinci Letè; così da l’altro lato
Eünoè si chiama, e non adopra
se quinci e quindi pria non è gustato:

a tutti altri sapori esto è di sopra.
E avvegna ch’assai possa esser sazia
la sete tua perch’io più non ti scuopra,

darotti un corollario ancor per grazia;
né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
se oltre promession teco si spazia.

Quelli ch’anticamente poetaro
l’età de l’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.

Qui fu innocente l’umana radice;
qui primavera sempre e ogne frutto;
nettare è questo di che ciascun dice».

Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
a’ miei poeti, e vidi che con riso
udito avëan l’ultimo costrutto;

poi a la bella donna torna’ il viso.

Matelda in un'illustrazione di 
Gustave Doré
per il Purgatorio
La donna spiega che sta cantando il salmo Delectasti (non si sa con precisione quale sia, alcuni pensano sia il 91 della Vulgata) e che è così piena d’amore perché sta semplicemente riflettendo la gioia di Dio che risiede in questo luogo. E visto che Dante è qui per la prima volta, lei si dice pronta a soddisfare ogni sua curiosità.

Dante le chiede quindi come mai il vento sembra spirare sempre allo stesso modo, e da quali fonti provengano i fiumi che vede. Permettetemi il riassunto del riassunto: il vento nel Paradiso Terrestre non segue le leggi terrestri, ma nasce dalla rotazione delle sfere celesti. Essendo queste sempre uguali, anche il suo soffiare rimane tale. I due fiumi, invece, provengono da una sorgente miracolosa alimentata dalla Grazia Divina.
Poi spiega che prima vi è il fiume Lete, dopo l’Eunoè. Aggiunge, poi, che probabilmente i poeti antichi che hanno parlato dell’età dell’oro immaginando un mondo dove è sempre primavera, con fiori, frutti sempre abbondanti e in perenne armonia con il cosmo, hanno avuto visioni oniriche di questo luogo. A questo punto Dante si gira con orgoglio verso Virgilio e Stazio, anch’essi sorridenti. Poi torna alla donna.

Per quanto riguarda il vento (elemento aria) e i fiumi (elemento acqua) avremo le nostre spiegazioni lungo il Paradiso. Basti pensare che al momento ci siamo lasciati alle spalle gli altri elementi terra e fuoco.
Il fiume Lete (nome di origine greca che significa “oblio”) è quello che in antichità attraversavano i morti per perdere la memoria della loro vita passata. Dante mantiene il significato di perdita della memoria, ma dei peccati commessi. L’Eunoè (dal greco “eu”, “bene” e “nous” “mente”) fa ricordare il bene compiuto. Chi passa entrambi, quindi, non ha di certo più sensi di colpa per il male fatto, ma solo ricordi positivi.
Con l’ultimo accenno ai poeti antichi che hanno parlato dell’età dell’oro, Dante rinnova il suo apprezzamento per Virgilio e Stazio, facendo notare che anche loro, in vita, sono riusciti ad assaporare la meraviglia del Paradiso Terrestre.

Ma chi è la fanciulla che Dante ha incontrato?

Il suo nome verrà pronunciato solo da Beatrice, ma intanto ve lo spoilero: è Matelda. Non ci sono origini certe sul personaggio storico che rappresenta. Molti studiosi hanno dato le loro versioni, ma io sono portata a pensare che se fosse stata davvero una di loro, Dante lo avrebbe scritto senza problemi, come ha fatto per tutti.
Per me è solo un simbolo, quindi vorrei scrivere solo riguardo questo. Ci sono due possibili spiegazioni: o Matelda è la custode permanente del Paradiso Terrestre, o è semplicemente il momento di transizione tra Virgilio e Beatrice.
Personalmente credo più al primo.

Dante interrompe il canto con un finale sospeso: con lui che ritorna a guardare Matelda. Così siamo costretti a fermarci anche noi, almeno fino a settembre. Buone vacanze estive!

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