venerdì 28 marzo 2025

#DivinaCommedia: Canto XIII - Purgatorio

Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.


Oggi analizziamo il tredicesimo canto del Purgatorio. Siamo arrivati alla seconda cornice, dove incontreremo le anime degli invidiosi e parleremo con una di loro: Sapia Salvani.

Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale.
Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.

Noi eravamo al sommo de la scala,
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala.

Ivi così una cornice lega
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l’arco suo più tosto piega.

Ombra non lì è né segno che si paia:
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la petraia.

«Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
ragionava il poeta, «io temo forse
che troppo avrà d’indugio nostra eletta».

Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.

«O dolce lume a cui fidanza i’ entro
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
dicea, «come condur si vuol quinc’entro.

Tu scaldi il mondo, tu sovr’esso luci;
s’altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci».

Dante e Virgilio salgono la scala che porta alla seconda cornice. Così come la prima, anche alla seconda la strada gira su di una montagna, ma la differenza è che la curva che fa risulta più stretta. Alle pareti non ci sono le immagini che abbiamo visto in precedenza, ma solo la stessa roccia liscia e scura del pavimento.
Virgilio sa bene che non verrà nessun’anima incontro a loro, così si rivolge al sole dicendogli di guidare entrambi verso questo cammino, sempre che continui a essere la volontà di Dio.

Il sole, infatti, rappresenta il Divino. Virgilio è stata un’ottima guida all’Inferno perché quello era un luogo ancora governato dalla Ragione, che lo stesso poeta simboleggia. Ora, procedendo nel cammino del Purgatorio, la stessa Ragione viene meno, di conseguenza anche la certezza di Virgilio vacilla e non può far altro che invocare e affidarsi alla luce del Sole, che brillando può guidare loro. Sempre, ovviamente, che non ci sia niente in contrario.
Possiamo prendere tutto ciò sia dal punto di vista letterale: il sole aiuta a vedere meglio, anche dal punto di vista più spirituale se pensiamo che quando siamo in dubbio possiamo sempre affidarci allo Spirito Santo.

Quanto di qua per un migliaio si conta,
tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;

e verso noi volar furon sentiti,
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d’amor cortesi inviti.

La prima voce che passò volando
‘Vinum non habent’ altamente disse,
e dietro a noi l’andò reïterando.

E prima che del tutto non si udisse
per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
passò gridando, e anco non s’affisse.

«Oh!», diss’io, «padre, che voci son queste?»
E com’io domandai, ecco la terza
dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.

E ‘l buon maestro: «Questo cinghio sferza
la colpa de la invidia, e però sono
tratte d’amor le corde de la ferza.

Lo fren vuol esser del contrario suono;
credo che l’udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.

Come detto prima, non ci sono immagini a raccontare episodi di umiltà eppure le anime penitenti possono comunque espiare i loro peccati in un altro modo: ascoltando. Camminando verso l’interno, infatti, si sentono delle voci. La prima ripete incessante: “Non hanno vino”, i due poeti continuano a camminare e nel farlo si allontanano dalla prima voce, ma ecco che subito ne arriva una seconda che ripete: “Io sono Oreste” e qui Dante chiede a Virgilio cosa significhi tutto quanto, ma non fa in tempo a ricevere una risposta che ne arriva una terza: “Amate coloro da cui avete ricevuto del male”. Virgilio risponde che qui sono punite le anime degli invidiosi, quindi le anime si sentono ripetere costantemente esempi di carità, amore e altruismo.
Il primo esempio ripete le parole di Maria alle nozze di Cana; il secondo grida le parole di Pilade che si spaccia per l’amico Oreste, condannato a morte; il terzo le parole che Gesù ha ripetuto ai suoi apostoli: “Amate da cui male aveste”.

Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascun è lungo la grotta assiso».

Allora più che prima li occhi apersi;
guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.

E poi che fummo un poco più avanti,
udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.

Non credo che per terra vada ancoi
omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch’i’ vidi poi;

ché, quando fui sì presso di lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave dolor munto.

Di vil ciliccio mi parean coperti,
e l’un sofferia l’altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran sofferti.

Così li ciechi a cui la roba falla,
stanno a’ perdoni a chieder lo bisogna,
e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,

perché ‘n altrui pietà tosto si pogna,
non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno agogna.

E come a li orbi non approda il sole,
così a l’ombre quivi, ond’io parlo ora,
luce del ciel di sé largir non vole;

ché a tutti un fil di ferro i cigili fóra
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.

Ecco che arriva la descrizione toccante di quello che vede Dante: le anime sono coperte da un mantello dello stesso identico colore delle pareti e tutte pregano Maria, Pietro e tutti i santi di intercedere per loro. Avvicinandosi verso di loro, Dante nota che hanno gli occhi chiusi con un fil di ferro e indossano indumenti di rozzo cilicio. Le anime si sostengono appoggiandosi le une sulle altre.


C’è molto da dire: vi ricordate prima Virgilio che invocava il sole? Ebbene, questo brilla e illumina il cammino dei due, eppure le anime sono impossibilitate a vedere perché hanno gli occhi cuciti. Così è il peccato dell’invidia: noi possiamo sempre scegliere di amare il prossimo, soprattutto se – coscientemente o inconsciamente – ci ha fatto del male, eppure scegliamo di chiudere il nostro cuore a quel sentimento, preferendo cadere nell’orgoglio che porta inevitabilmente all’invidia.
Il cilicio, poi, lo sappiamo bene: è un tessuto scomodo, punge, è ispido… veniva utilizzato come strumento di tortura o punizione… chi si veste di invidia si sente proprio nello stesso identico modo proprio perché non possiamo avere il controllo sulle vite degli altri e il continuare a osservarle per esultare quel mezzo secondo quando qualcosa li fa cadere, ci fa sentire in realtà scomodi per tutto il resto del tempo.

La scena è così straziante che Dante non riesce a trattenere le lacrime. Che poi è un po’ quello che provo io per gli invidiosi: mi spiace così tanto si siano chiusi all’amore che sento il loro dolore. Gli occhi chiusi, poi, possono anche simboleggiare il fatto che in vita hanno voluto vedere solo quello che volevano, accettando con gioia il male dei loro nemici senza considerare il bene.

A me pareva, andando, fare oltraggio,
veggendo altrui non essendo veduto:
per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.

Ben sapev’ei che volea dir lo muto;
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».

Virgilio mi venìa da quella banda
de la cornice onde cader si puote,
perché da nulla sponda s’inghirlanda;

da l’altra parte m’eran le divote
ombre, che per l’orribile costura
premevan sì, che bagnavan le gote.

Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
incominciai, «di veder l’alto lume
che ‘l disio vostro solo ha in sua cura,

se tosto grazia resolva le schiume
di vostra coscïenza sì che chiaro
per essa scenda de la mente il fiume,

ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
s’anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».

«O frate mio, ciascuna è cittadina
d’una vera città; ma tu vuo’ dire
che vivesse in Italia peregrina».

Questo mi parve per risposta udire
più innanzi alquanto che là dov’io stava,
ond’io mi feci ancor più là sentire.

Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
lo mento a guisa d’orbo in sù levava.

«Spirto», diss’io, «che per salir ti dome,
se tu se’ quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome».

«Io fui sanese», rispuose, «e con questi
altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti.

Savia non fui, avvegna che Sapìa
fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.

E perché tu non creda ch’io t’inganni,
odi s’i’ fui, com’io ti dico, folle,
già discendendo l’arco d’i miei anni.

Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co’ loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.

Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,

tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
gridando a Dio: ‘Omai più non ti temo!’,
come fé ‘l merlo per poca bonaccia.

Pace volli con Dio in su lo stremo
de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,

se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.

Dante si sente a disagio a passare accanto a loro senza che questi sappiano della sua presenza, così chiede – sotto consiglio di Virgilio di essere chiaro e conciso – chi di loro vuole è italiano così da poter parlare.

Risponde una voce di donna che gli fa: “Tu forse intendi italiano nella vita terrena, perché qui ormai apparteniamo tutti alla città celeste. ”
Dante non ha idea di chi sia e chiede alla donna un cenno, o per lo meno di dire il suo nome. L’anima risponde che si chiama Sapia e contrariamente al significato del suo nome, in vita non fu saggia.     
Gli spiega così la sua storia: è Sapia Salvani (1210 circa – 1278 circa), zia di Provenzano, che abbiamo già incontrato nella I cornice, quella dei superbi. Quando i suoi concittadini erano impegnati nella battaglia di Colle Vel d’Elsa contro i Guelfi fiorentini, lei pregò Dio affinché i suoi nemici fossero sconfitti. Così avvenne e guardandoli darsi alla fuga provò una gioia immensa, mai provata prima ed ebbe l’ardore di gridare verso il Cielo: “Ormai non ti temo più”.

Si pentì in fin di vita e starebbe ancora nell’Antipurgatorio se non fosse per le preghiere di Pier Pettinaio.

Di Sapia ha già detto tutto lei, mi verrebbe da aggiungere solo quanto siano vani la nostra appartenenza geografica, visto che questa vita è solo un passaggio e un giorno saremo tutti destinati all’altra parte, qualsiasi cosa ci sia. Oltre ogni Credo, è certo che moriremo e qualsiasi cosa accadrà, anche il nulla più buio, rende comunque inutili gli attaccamenti terreni. Che senso possono avere, quindi, le guerre per accaparrarsi terre, popoli, potere?
Sapia si conferma umile, ricordando quanto fatto e parlando del suo pentimento. Ma chi è Pier Pettinaio?

Nato a Campi nel 1180 circa e morto a Siena nel 1289, era un commerciante di pettini – da cui il nome – all’epoca molto conosciuto per il carattere buono e onesto. Furono molte le sue opere di carità, soprattutto quelle di pietà nei confronti dei meno fortunati.
Nonostante i senesi lo abbiano ritenuto santo fin dal momento della sua morte, istituendo nel 1328 una festa in suo onore, la Chiesa Cattolica lo ha proclamato beato solo il 2 gennaio 1802. Si ricorda il 4 dicembre, giorno della sua morte.

Ma tu chi se’, che nostre condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sì com’io credo, e spirando ragioni?».

«Li occhi», diss’io, «mi fieno ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
fatta per esser con invidia vòlti.

Troppa è più la paura ond’è sospesa
l’anima mia del tormento di sotto,
che già lo ‘ncarco di là giù mi pesa».

Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.

E vivo sono; e però mi richiedi,
spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
di là per te ancor li mortai piedi».

«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
però col priego tuo talor mi giova.

E cheggioti, per quel che tu più brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.

Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch’a trovar la Diana;

ma più vi perderanno li ammiragli».

Sapia ora chiede a Dante della sua storia, di come sia possibile che un vivo – ne intuisce il respiro – possa camminare lì con loro. Dante risponde (ometto il tutto perché lo abbiamo già ripetuto più volte) e sembra ancora preoccupato per la cornice precedente. Anche a lui, infatti, saranno chiusi gli occhi ma per un breve periodo, in quanto l’invidia non è un peccato che ha in grandi quantità, al contrario della superbia. Teme così tanto quest’ultima che si sente già gravare dei pesi visti prima.

Sapia è esterrefatta per questa grazia concessa a Dante, che conferma quanto sia grande l’amore di Dio nei suoi confronti. Al solito, l’anima chiede se è possibile ricordarla ai vivi, quando lui tornerà, soprattutto ai toscani stando ben attento ai senesi che continuano – almeno al tempo – a dimostrarsi così sciocchi e vani che sperano ancora al porto di Talamone e al fiume Diana.

Ma che vuol dire l’ultima parte?

Il porto di Talamone fu il primo porto della Repubblica di Siena che prometteva grandezza e ricchezza alla città ma che nella realtà dei fatti era costantemente attaccato da pirati e pestilenze. Il fiume Diana, invece, è un ipotetico fiume che passa nel sottosuolo di Siena e che, soprattutto ai tempi, si cercava assiduamente per portare l’acqua senza problemi. Insomma, è come dire che i senesi erano così sciocchi e sprovveduti da credere agli asini volanti.

Continueremo il prossimo mese, dove continueremo ad ascoltare gli invidiosi ma passeremo a parlare della Toscana alla Romagna

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