venerdì 30 ottobre 2026

#DivinaCommedia: Canto XXX – Purgatorio

Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.


Oggi analizziamo il trentesimo canto del Purgatorio. Incontriamo finalmente Beatrice, anche se questo incontro non è proprio come lo avevamo immaginato. Se dal punto di vista spirituale pensiamo che con la fine dell’Inferno e l’uscita dal Purgatorio il dolore cessi, beh, ci sbagliamo di grosso. Vediamo il perché…

Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte. 

Quando il settentrïon del primo cielo,
che né occaso mai seppe né orto
né d’altra nebbia che di colpa velo,

e che faceva lì ciascuno accorto
di suo dover, come ’l più basso face
qual temon gira per venire a porto,

fermo s’affisse: la gente verace,
venuta prima tra ’l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace;

e un di loro, quasi da ciel messo,
‘
Veni, sponsa, de Libano’ cantando
gridò tre volte, e tutti li altri appresso.

Quali i beati al novissimo bando
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,

cotali in su la divina basterna
si levar cento,
ad vocem tanti senis,
ministri e messagger di vita etterna.

Tutti dicean: ‘
Benedictus qui venis!’,
e fior gittando e di sopra e dintorno,
‘
Manibus, oh, date lilïa plenis!’.

Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte orïental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;

e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fïata:

così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,

sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.

E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,

sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.

Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse,

volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,

per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi;

né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada
che, lagrimando, non tornasser atre.

Quando la processione arriva davanti a Dante, i ventiquattro anziani si voltano verso il carro e uno di loro intona “Vieni, o sposa dal Libano,” – versetto tratto dal Canto dei Cantici – per tre volte, con gli altri ventitré che ogni volta ne ripetono l’invocazione. Contemporaneamente la schiera intona “Benedetto tu che arrivi” mentre sparge dei gigli sul carro. A quel punto appare qualcosa di etereo, vestita di rosso, con un mantello verde che le copre il volto e una corona d’ulivo alla testa. Tutta la sua figura è candida, dà luce. Ovviamente Dante ne rimane esterrefatto, non ha mai visto una creatura simile, non sa cosa sia ma sente di sé come una forza che lo riporta a un vecchio amore. A quel punto Dante si sente come un bambino che corre dalla mamma per la forte paura o il grande terrore, così si volta verso il suo Padre spirituale, Virgilio, per potergli dire che dentro il suo corpo ogni goccia di sangue riconosce in ciò che ha davanti a sé il suo grande amore, ma facendolo scopre che Virgilio non c’è più e per questo il suo volto torna a bagnarsi di lacrime.


Inizio subito spiegando l’etimologia della parola “settentrione”, parola presente nel primo versetto come metafora volta a farci vedere meglio chi ha aperto la processione del carro, che ricordiamolo, è la Chiesa.
La parola settentrione deriva due parole latine: “septen” e “triones”, cioè “i sette buoi”, nome che i Romani davano alle sette stelle più luminose dell’Orsa Maggiore. Per i nostri avi il loro girare lento intorno alla Stella Polare ricordava proprio il lavoro dei buoi durante l’aratura. Allo stesso modo, visto che i sette candelabri sono simbolo dei sette doni dello Spirito Santo, Dante vuole ricordarci che questi ruotano tutti attorno alla Chiesa e, più specificatamente in questo contesto, stanno per annunciare qualcosa di grande.
Lo vediamo anche dai Canti intonati: l’arrivo della sposa (nell’allegoria cristiana la sposa è la Chiesa) in attesa di qualcosa di davvero grande (la sposa che attende lo sposo, Dio, per potersi congiungere).

E in effetti poco dopo arriva la tanta agognata Beatrice, anche se ancora non ufficialmente presentata. I suoi colori sono gli stessi delle tre virtù teologali (ricordiamoli: bianco per la Fede, verde per la Speranza e rosso per la Carità); il rosso della veste riprende anche  l’immagine di come l’aveva già descritta in precedenza nella “Vita Nova”, dove era vestita con un drappo sanguigno. Così possiamo dire che in questo modo Beatrice riprende l’immagine dell’Apocalisse, con il secondo arrivo di Cristo.
Intuiamo già che l’amore di cui parla Dante nei confronti di Beatrice non ha nulla da vedere con quello umano, ma bensì con quello divino. Dobbiamo considerare da ora in poi Beatrice come simbolo del Cristo, e lo vediamo sia per gli angeli che l’hanno preceduta intonando lodi, sia per la corona di ulivo alla sua testa, che rappresenta la Sapienza, quindi la santa Teologia e per il ruolo che avrà a breve.

Al tempo tremare di fronte alla persona amata significava amarla così tanto da avere come scosse all’interno del proprio corpo. In questo caso il tremore è simbolo di timore reverenziale. Proprio per questo forte sentimento, Dante cerca ancora una volta l’appiglio di Virgilio, a significare il desiderio di dare una ragione terrena a quello che avverte, ma la guida non c’è più e Dante, sentendosi perso senza più il suo fidato punto di riferimento, piange disperato.
Da ora in poi, senza la figura di Virgilio, dobbiamo mettere da parte la nostra ragione per affidarci a qualcosa di molto più grande e importante.

«Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada.»

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l’incora;

in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,

vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa,
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,

regalmente ne l’atto ancor proterva
continüò come colui che dice
e ’l più caldo parlar dietro reserva:

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?».

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.

Così la madre al figlio par superba,
com’ella parve a me; perché d’amaro
sente il sapor de la pietade acerba.

Ella si tacque; e li angeli cantaro
di sùbito ‘
In te, Domine, speravi’;
ma oltre ‘
pedes meos’ non passaro.

Sì come neve tra le vive travi
per lo dosso d’Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,

poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;

così fui sanza lagrime e sospiri
anzi ’l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;

ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
lor compartire a me, par che se detto
avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,

lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.

La figura prende subito la parola, dicendo: “Dante, non piangere perché Virgilio se ne è andato, nun ne vale la pena. Smettila, perché se popo devi da piagne, è meglio che tu lo faccia per qualcosa di più serio, un dolore più forte”. Insomma, gli ha detto quello che ci siamo sentiti dire da ogni genitore (italiano) almeno una volta nella vita: “te lo do io un motivo per piangere”.

Dante rimane impietrito, si sente sgridato nel modo più severo possibile, anche se avverte un retrogusto di incitamento. Poi la figura torna a metterci il carico: “Guardami bene! Sono io, Beatrice. Come ti sei permesso di arrivare fin qui? Non avevi immaginato che qui l’uomo è più felice?”
Dante, sentendosi ancora di più rimproverato, è come congelato, abbassa lo sguardo verso il fiume ma l’immagine che questo gli dà è così limpida da vedersi del tutto mortificato, così sposta lo sguardo verso l’erba. Ancora, Dante si sente raggelato, proprio come un bambino ripreso da una madre severa, tanto che gli angeli intonano il Salmo 30 dal versetto 2 al 9, come per dargli supporto, anche perché poi dicono a Beatrice: “Donna, perché lo devi umiliare in questo modo?” e proprio grazie a questo supporto, alla vicinanza angelica, Dante riesce a piangere di nuovo, questa volta liberandosi di un peso.

Quando sento qualcuno dire che Dante amava Beatrice più di sua moglie, mi vengono i cinque minuti interiori dove mi immagino lo stesso Dante posarmi una mano sulla spalla e dirmi: “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”.
Dante paragona Beatrice all’amore, sì, ma è qualcosa che va oltre ogni cosa che possiamo comprendere. Ora è una mamma che lo sgrida e dal loro incontro non vi è nulla di prevedibile per l’epoca. Non stiamo infatti in un romanzo cortese, o in una storia d’amore classica: Beatrice lo sgrida, lo rimprovera e non ha alcun riguardo nel farlo. Altro che fanciulla tanto gentile e onesta...
Tra l’altro il nome di Dante compare per tutta la Commedia un’unica volta, in questo canto e per bocca di Beatrice, tanto per far capire meglio la gravità delle sue parole. Le lacrime di Dante ora non sono più di dolore ma più di mortificazione, perché si rende conto di meritare sul serio quanto le sta dicendo Beatrice.

Gli angeli, in qualità di messaggeri tra l’uomo e Dio, tentano di mediare e questo fa sentire Dante meno solo. Vediamo ora quale sarà la reazione di Beatrice…

Ma prima di proseguire, come mai Beatrice lo ammonisce per essere arrivato fino al Paradiso Terrestre, quando è stato lei a volerlo? I perché, secondo i più noti commentatori, possono essere due: in primo luogo al tempo “degnarsi” aveva il significato di “essere capace”, più che una concessione, della serie: “Ti sei reso conto che ne sei capace, quindi, alleluja!”. Il secondo è una sorta di ironia, della serie: “Alla buon ora, ce l’hai fatta a capire che sei degno anche tu della Salvezza”. Personalmente, visto quanto accadrà poi, sono più incline alla seconda spiegazione.

Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:

«Voi vigilate ne l’etterno die,
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;

onde la mia risposta è con più cura
che m’intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d’una misura.

Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,

ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,

questi fu tal ne la sua vita nova
virtüalmente, ch’ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.

Ma tanto più maligno e più silvestro
si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
quant’elli ha più di buon vigor terrestro.

Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.

Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.

Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta m’era,
fu’ io a lui men cara e men gradita;

e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.

Né l’impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: sì poco a lui ne calse!

Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.

Per questo visitai l’uscio d’i morti,
e a colui che l’ha qua sù condotto,
li preghi miei, piangendo, furon porti.

Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Letè si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto

di pentimento che lagrime spanda».

Beatrice risponde agli angeli: “Voi che vegliate notte e giorno, che contemplate sempre Dio, sappiate che i miei rimproveri devono raggiungerlo affinché il dolore che proverà sia al pari delle colpe commesse. Lui è nato pieno di grazie ricevute da Dio, ne è così tanto pregno che ogni azione rivolta al bene gli avrebbe dato frutti ammirevoli. Ma un terreno anche se buono può diventare secco e arido se non è ben curato. Inizialmente lo sostenni, nella sua infanzia ero sempre con lui e lo conducevo per un cammino retto. Ma appena morii, lui si allontanò da me e si diede ad altri piaceri. Intraprese una strada sbagliata, inseguendo i beni terreni che, mutando sempre, non mantengono mai le loro promesse. Chiesi, e ottenni, a Dio il permesso di andargli in sogno, per ricordargli delle sue virtù, ma fu tutto vano. Cadde così in basso che ogni tentativo di salvezza nei suoi confronti divenne inutile, così decisi di mostrargli le condizioni dei dannati affinché potesse rimediare. Piansi e pregai Virgilio di portarlo fin da me, quindi il volere di Dio sarebbe oltraggiato se lui si bagnasse dell’acqua del Lete senza pentirsi in maniera così profonda da sentirne il dolore.”


Quanto dice Beatrice è un po’ il riassunto della Vita Nova: Dante è sì nato in una condizione di vicinanza con Dio, ma il trauma per la morte della fanciulla, avvenuto quando lei aveva venticinque anni, lo ha fatto deviare dal sentiero divino, cercando spiegazioni, il senso della vita, in altre dottrine che non fossero la Teologia, come la Filosofia e il materialismo. Queste vie possono essere lo stesso buone, ma a tutto portano tranne alla Verità, che si ha solo se insegue il sentiero della Fede e della Religione. Così in quel momento Dante scopre che Beatrice (ricordiamolo: non la fanciulla, ma Cristo) ha fatto di tutto per ricondurlo a sé, arrivando persino a parlargli nel sonno. Ma fu tutto vano, fu quindi costretta a scendere all’Inferno, disperata, per dargli un’ultimissima possibilità. Ecco perché è necessario per Dante pentirsi davvero per ogni peccato: affinché possa esaudirsi la sua voglia di Redenzione.

Vediamolo dal punto di vista del nostro cammino interiore: è quando ci perdiamo nella selva oscura della nostra vita, con la diritta via smarrita che Cristo fa di tutto per richiamarci a sé. Ma non sempre, oserei dire quasi mai, Gli diamo ascolto. 
Quotidianamente ci mette di fronte agli occhi motivi per cambiare strada, ma non riusciamo mai a percepirli. Così, quando siamo a un passo dalla condanna eterna, a quel limite che ci farebbe perdere per sempre, Lui è pronto a raggiungerci anche nel nostro squallore, nel nostro Inferno personale. Ricordate cosa fa Gesù subito dopo essere morto in Croce? Va nel regno dei morti proprio per salvare le anime dei giusti, morti prima del Suo arrivo.

Il Suo amore nei nostri confronti non è come quello di una mammina pancina che mai sgrida il proprio pargoletto, ma è di una madre vecchio stampo che ferma e autoritaria quando serve, sa che il modo migliore per mettere in riga il figlio è dargli prova tangibile di quanto un comportamento sia sbagliato. E soprattutto il suo amore è tale che non cessa mai, neanche quando commettiamo il più terribile dei peccati.

Come reagirà Dante? Lo vedremo il prossimo mese…

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