martedì 13 ottobre 2026

#Lifestyle: Perché romantizziamo la sofferenza (e quanto ci costa)?

Immagine creata con ChatGPT
Se c’è una categoria di persone che non sopporto sono le vittime
. Stare male e ostentare il dolore, senza fare nulla per cambiare la situazione, ma solo per essere compatiti è proprio qualcosa che urta il mio sistema nervoso e che mi fa allontanare all’istante da qualcuno.
Nel corso della mia vita ho notato come le persone facciano del dolore la loro identità, credendosi vive o comunque in pace con loro stesse solo se soffrono, solo se si mettono in situazioni che possono poi strumentalizzare rendendosi vittime degli eventi.

Quando qualcuno viene da me a lamentarsi rispondo sempre: “Sei sicuro di volerne parlare con me? Perché io non ascolto passiva, ti do le carte per cambiare, se poi non le utilizzi non starò più a perdere tempo dietro di te”. Nuda, cruda, veritiera, ma è una mia autodifesa per tutte le volte che sono stata una crocerossina emotiva.

Questo articolo è quindi dedicato a tutte quelle persone che trovano benessere nel rifugiarsi negli altri quando stanno male, e anche per tutte quelle persone che si fanno carico dei problemi altrui senza avere il coraggio di tagliare i ponti.
Partiamo da una domanda: perché facciamo così fatica a lasciare andare ciò che ci fa stare male?

Tempo fa sentivo due colleghe lamentarsi dei loro problemi, dei loro dolori fisici, del giro di medici e di come in quel periodo sembrava che tutto stesse capitando proprio e solo a loro. Stanca di tutta questa negatività me ne sono uscita con: “La verità è che stiamo male perché non accettiamo di voler stare bene”. Ovviamente mi è stato risposto che sono scollegata dalla realtà, che non è così, perché è ovvio che tutti vogliono stare bene e che potendo scegliere, loro mica avrebbero scelto il male. Ho sorriso senza rispondere, perché consapevole che non sarei stata capita.

Osservando le stesse persone nell’arco del tempo mi sono resa conto che quando va loro tutto bene è come se sparissero. Non si sentono parlare, non si sentono commentare quanto hanno fatto durante il weekend o nella serata precedente, anzi. Vanno alla ricerca di chi sanno essere stato male o avere dei problemi, con la scusa del sostegno emotivo e dell’empatia. Così mi sono detta: “E se facessero pare di quelle persone che utilizzano il dolore per sentirsi vive?”.

Non è colpa loro, ovviamente. È che siamo cresciuti in un immaginario collettivo che associa la sofferenza alla profondità: l’artista tormentato, l’amore complicato, la vita intensa fatta di alti e di bassi, il lavoro vero che è sudore e sofferenza… tutto questo viene raccontato e, purtroppo ancora oggi, perpetrato come la via più sicura verso la stabilità. Se l’artista è tormentato allora farà ottima arte, se l’amore è complicato è perché è intenso e vero, se la vita ti dà tanti dolori è perché ti sta preparando alla gioia, se sudi e soffri all’inizio della carriera, poi arriverai al vertice.
Alla base il ragionamento è un benessere per il nostro cervello: lui cerca di proteggerci dal dolore, tende infatti a cancellarlo proprio per il nostro benessere. Ma quando è troppo, o è ripetuto abbastanza volte, attua un ragionamento fatto a preservarci: se c’è sofferenza, è perché arriverà qualcosa di buono.

Così facendo lo stare male diventa sinonimo di essere abbastanza, mentre stare bene rischia di farci sembrare superficiali, facendoci iniziare a diffidare della serenità. È per questo che sui social ci sono tanti commenti negativi quando qualcuno mostra tranquillità, abbondanza senza sforzi o semplicemente voglia di giocare e di essere leggeri anche se si ricopre una posizione di rilievo. Ancora più complicato è quando abbiamo fatto del dolore un’identità così forte da fidarci solamente di chi ci fa stare male, perché proviamo nella facilità delle relazioni una sensazione a noi così estranea da renderla sospetta.

Abituati a questo da secoli, ci è praticamente impossibile volere il cambiamento quando si sta male. Molti si chiedono perché la gente accetta di avere padroni, perché il popolo non si ribella ai suoi governanti, perché ci sono guerre senza che nessuno faccia nulla? La risposta sta sempre nella percezione che abbiamo del dolore: se lo sentiamo come parte integrante di ciò che siamo, della vita che conduciamo (quanti di noi si sono sentiti dire almeno una volta: “la vita è sofferenza”?), allora anche solo il pensiero di lasciarlo andare può sembrare una perdita, rallentando così il cambiamento e il processo di rinascita verso un mondo più calmo e sereno.
Lasciare andare il dolore vorrebbe dire rinunciare alla sensazione di vita, alla percezione di profondità e all’illusione che tutto abbia un senso. La verità scomoda è che il dolore non è l’unica strada per soddisfare tutti questi bisogni legittimi.

“L’amore è una cosa semplice” canta Tiziano Ferro e non posso essere più d’accordo. Credo che prima o poi si debba arrivare al punto che siamo nati e voluti da Dio (o dall’Universo per chi non crede, fate come volete) per esprimere gioia, pace e amore. Che senso ha la vita se continuiamo a immaginarla sofferenza, quando l’Universo stesso è stato creato per esprimere abbondanza di sé?
Quando stiamo lì lì per lamentarci di qualche problema, facciamo una pausa, guardiamoci attorno e contiamo fino a 10. Poi pensiamo ad almeno cinque cose per cui siamo grati. Questa abitudine, nel corso del tempo, ci farà allontanare sempre più dal pensiero tossico che per stare bene, allora dobbiamo prima stare male.

Nessun commento:

Posta un commento