Grazie alla copia gratuita formato Kindle ricevuta dalla Fazi Editore, ho potuto leggere in anteprima “L’accusa”, il romanzo di Tore Renberg disponibile in Italia dal 13 ottobre 2026 per la stessa casa editrice.
Con più di seicento pagine, il libro mi ha tenuto compagnia per circa due settimane, ma non fatevi scoraggiare dalla lunghezza: le vale tutte.
Siamo abituati a conoscere la Storia attraverso gli occhi e la voce dei personaggi più illustri del nostro passato. Poco sappiamo della maggior parte delle persone comuni, di chi viveva sottoposto alle leggi e alla volontà dei potenti, mentre una minoranza privilegiata decideva per gli altri.
Con la vera storia della quindicenne Anna Voigt, Renberg dà lustro a tutti loro, costretti nel silenzio delle cronache ufficiali. E questo basta, a mio avviso, per avere il libro nelle proprie librerie, fisiche o digitali che siano.
La traduzione è di Margherita Podestà Heir.
«La storia del mondo è anche la storia del bisogno degli uomini di dominare le donne»
Siamo a Lipsia, nel 1681. Anna Voigt ha solo quindici anni quando viene accusata di un terribile crimine: aver ucciso la sua bambina appena nata. Ma non è tutto: a suo carico pesano anche le circostanze della gravidanza, avvenuta fuori dal matrimonio, il fatto di averla tenuta segreta e, successivamente, di aver sepolto nell’orto il corpo martoriato della bambina. Per accuse di questo genere, all’epoca, era prevista la pena di morte.
Ma Anna Voigt ha davvero commesso questo atroce delitto? Lei sostiene di no, e a crederle è l’intera famiglia, soprattutto il padre che schiera dalla sua parte un giovane ma promettente avvocato. Grazie ad alcune conoscenze, l’avvocato entra in contatto con un medico che, attraverso una procedura scientifica innovativa per il tempo, può dimostrare che la bambina era già morta al momento della nascita.
Dall’altra parte, però, vi è l’accusa che, perentoria e convinta di agire nel nome di Dio, non vuole tenere conto delle prove scientifiche, ancora poco consolidate in quegli anni.
Dall’altra parte, però, vi è l’accusa che, perentoria e convinta di agire nel nome di Dio, non vuole tenere conto delle prove scientifiche, ancora poco consolidate in quegli anni.
Quale sarà, quindi, il destino di Anna?
Come detto nell’introduzione, questo romanzo si basa su una vicenda realmente accaduta, quindi potreste rispondere alla domanda semplicemente facendo una ricerca su Google. Eppure vi consiglio di non perdervi il romanzo, perché la vicenda viene raccontata attraverso i punti di vista dei protagonisti: quello di Anna, ovviamente, ma anche quelli del padre, dell’avvocato, del medico e della cuoca che scopre il corpicino… Insomma, tutti hanno voce in capitolo e non viene tralasciato nessuno, neanche il boia che ha l’ingrato compito di estorcere ad Anna una confessione mediante la tortura.
Leggendo, si ha l’impressione che la vicenda di Anna Voigt abbia messo in discussione non soltanto il sistema giuridico tedesco dell’epoca, ma anche la sua ideologia. Infatti i protagonisti sembrano chiedersi, consciamente o no, quanto possano essere attendibili confessioni ottenute attraverso terribili supplizi fisici e psicologici. Anna, nonostante il grande dolore, continua a proclamarsi innocente. La sua vicenda porta così a interrogarsi anche sulla condizione di una donna che ha subito violenza sessuale e che viene giudicata secondo le rigide convenzioni morali dell’epoca. Quanto può essere colpevole, dopotutto, una donna che è stata violentata?
Avevamo già conosciuto Renberg leggendo “La mia Ingerborg”, un romanzo nudo e crudo, proprio come questo, che non risparmia i dettagli di una realtà distante dalla nostra di circa quattro secoli.
Anche se molto è cambiato, altro è rimasto uguale: la tendenza a puntare il dito contro chi viene giudicato colpevole secondo la morale dominante.
Sbagliare, grazie al cielo, lo facciamo tutti. Nel bene o nel male, nelle grandi o nelle piccole cose, l’unica distinzione sembra essere se veniamo scoperti. E, in caso, : la gogna mediatica (o pubblica) è davvero necessaria?
Fortunatamente, almeno in gran parte dell’Europa, possiamo parlare di gogna mediatica senza temere una condanna a morte inflitta dallo Stato. Negli Stati Uniti, invece, la pena capitale è ancora prevista in alcune giurisdizioni. Ma siamo davvero sicuri che la sofferenza inflitta a chi subisce la gogna pubblica sia così diversa?

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