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| Immagine creata con ChatGPT |
I fortunati che mi conoscono hanno appreso ormai il mio amore per ciò che non si vede, per l’ombra, per un po’ di mistero che circonda tutto quanto. Così, quando mi vengono a trovare, non mi esimo dal portarli in luoghi più “soprannaturali”.
Per i meno fortunati che – ancora – non mi conoscono non c’è problema: perché sto scrivendo questo articolo. Prendete appunti se, come me, amate il brivido del macabro.
Bello, bellissimo il quartiere Coppedè: dove i Beatles si fecero il bagno nella fontana, dove lo stile gotico medievale, il Liberty, il barocco e l’arte greca si incontrano in una composizione eclettica ma estremamente visionaria. Eppure è proprio in questo quartiere che ci sono moltissimi simboli enigmatici…
L’ingresso principale (via Tagliamento) è un enorme arco decorato che collega due palazzi e sostiene un gigantesco lampadario in ferro battuto sospeso nel vuoto. E da qui, ovunque giriamo possiamo trovare simboli ambigui: mascheroni inquietanti, figure animali, torrette asimmetriche, richiami astrologici e dettagli che rimandano all’esoterismo e alla massoneria.
Certo, non c’è nulla di certo e nessuna prova schiacciante di occultismo, ma il fascino dark del quartiere è innegabile, tanto che Dario Argento scelse Coppedè come ambientazione per i film “L’uccello dalle piume di cristallo” e “Inferno”.
Su via Veneto, sotto la chiesa di Santa Maria della Concezione, si trova uno dei luoghi che amo di più a Roma, ma che ammetto potrebbe sembrare disturbante per alcuni: la Cripta dei Cappuccini.
Questa cripta è stata decorata con le ossa di oltre quattromila frati cappuccini deceduti tra il XVI e il XIX secolo. Alcuni scheletri sono integri, vestiti con il saio francescano, altri invece sono stati “divisi” e poi disposti per comporre archi, rosoni, lampadari e decorazioni.
La morte, soprattutto per i francescani, non è qualcosa da temere o da negare, anzi: fa parte della vita e come tutto va celebrata. Ma capisco che non tutti la trovano così affascinante o semplicemente naturale come la sottoscritta, quindi ci si può sentire come soffocati.
All’entrata compare la scritta che amo di più tradurre quando vengono i miei amici americani: “Quello che voi siete noi eravamo, quello che noi siamo voi sarete”. Memento mori, direbbero i nostri antenati ed è proprio per questo pensiero sempre impresso nella mia mente che mi godo molto di più il presente, costruendo la vita che desidero. Perché, dopotutto, domani potrei morire: a che serve vivere male anche solo un giorno?
Da oltre duemila anni l’Isola Tiberina è associata alla malattia e alla cura. In epoca romana vi era un tempio dedicato a Esculapio, dio della medicina. Nei secoli successivi sono sorti ospedali, luoghi di assistenza e strutture religiose. Oggi ospita l’ospedale Fatebenefratelli e l’ospedale Israelitico.
Oltre a questi, vi è la Basilica di San Bartolomeo all’Isola, costruita nel X secolo e sorta proprio sopra il vecchio tempio a Esculapio. Ancora oggi, sotto la Basilica, si trovano resti archeologici del tempio e antichi pozzi che a lungo hanno raccolto l’acqua considerata miracolosa nel passato.
Visitare il luogo, per chi sente le energie, è un’esperienza davvero forte: si avverte il dolore ma anche la guarigione e non vi nego che passeggio nei pressi dell’Isola ogni volta che avverto un fastidio fisico o emotivo. Effetto placebo o no, funziona e mi fa sentire molto meglio.
Roma non è soltanto ciò che si vede in superficie. Nella Capitale d’Italia esistono tantissimi luoghi che nascondono storie e significati meno conosciuti. Chissà, forse in futuro tornerò sull’argomento.

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