Avviene la muta dei colori del mondo,
Un soffio attraversa le piante ormai spoglie
Fino a inoltrarsi nell’autunno profondo.
Gianluca Boncaldo
Quello che segue è un racconto scritto da Francesca Angeletti. Fatti, luoghi e persone sono frutto della sua fantasia.
Chissà perché si dice che in autunno comincino a cadere le foglie, quando in realtà le prime a seccarsi e ad abbandonarsi al terreno lo fanno in estate. Sono le più silenziose, forse le più fragili, che svolazzano leggere per metri con il resto del mondo che le ignora. Tutti troppo presi dai loro aperitivi fuori a un bar, persi nei racconti di vacanze estive concluse che si mischiano a quelli più speranzosi di vacanze estive ancora da iniziare. Nonostante le foglie cadano verdi, forse gialline già a luglio e agosto, noi ci ritroviamo ad ammirarle adesso: rosse, arancioni, marroni, a decorare i marciapiedi cittadini.
Forse fa parte della natura umana: accorgersi di un cambiamento solo quando è ormai inevitabile, solo quando non possiamo più fare finta che non ci sia, solo quando il suo domani fa ancora più paura del presente. Finché possiamo dirci: “Dopotutto ancora ceniamo con il sole, e la mattina fanno trenta gradi”, possiamo fare come se nulla fosse, ma quando ormai il buio anticipa la sua venuta e le spalle vengono avvolte da soffici maglioncini, non possiamo più farne a meno: dobbiamo dire che è autunno, che le foglie cadono e che dobbiamo prepararci al freddo dell’inverno.
Alzo la testa perché gli schiamazzi dal cortile di una scuola elementare mi fanno sorridere. Li avresti amati, o odiati? Non ricordo cosa pensavi dei bambini, in effetti non lo sei mai stata del tutto e non sei mai cresciuta abbastanza da avere un’opinione al riguardo. Sono passati così tanti anni e te ne sei andata via così presto che non abbiamo mai potuto parlare di quando sono nata, di come mi hai accolta, di come giocavamo insieme, dei nostri litigi, se avevi già visto in me il mio carattere testardo e un po’ presuntuoso, o se dopotutto mi perdonavi con facilità perché in fondo sono così irresistibilmente dolce, come mi ripete Sergio dopo ogni litigio.
Quando frequento quei gruppi di sostegno al lutto c’è chi ha perso un figlio, chi un genitore, un partner. Parlo raramente perché di fronte a loro mi sento come un’impostora, come qualcuno che vuole perdere tempo o una specie di vampiro energetico che si ciba della negatività altrui per avere più energie. La verità è che se anche alcuni possono aver capito la mia sofferenza, perché a fine incontro mi stringono le mani e mi guardano con quella commozione che lacera i cuori, gli altri mi ignorano e posso leggere i loro pensieri: “Come può questa idiota venirsi a lamentare con noi? Ha perso sua sorella quando? Tipo venticinque anni fa, quando lei aveva appena tre anni? Che ne può sapere del vero dolore?” A parte che sono ventisette anni fa, ma forse è vero, che ne posso sapere io del dolore?
Mamma e papà non si sono lasciati andare, e Dio solo sa come hanno fatto. Non tocchiamo quasi mai l’argomento, ma posso immaginarlo: tu eri malata da tempo, la morte per te è stata una liberazione e dopotutto avevano me di cui prendersi cura. Evito di dirgli che mi ero comunque accorta che non hanno dormito più insieme fino all’inizio delle mie scuole medie, che i primi mesi faticavano a guardarsi negli occhi per non piangere e che la radio messa a tutto volume da mamma era solo per coprire i pensieri nei suoi giorni no, molti più di quelli sì.
Eppure quel peso sullo stomaco, quel nodo in gola c’è sempre quando penso a te, o quando penso alla mia vita senza di te. Durante i litigi con loro, correvo in camera, sbattevo la porta e piangevo per il nervoso. Classica sceneggiata di un’adolescente, eppure mi ritrovavo a piangere ancora più forte quando ti immaginavo venire da me, abbracciarmi e dirmi cose del tipo: “Dai, non fare così, non fanno sul serio. Sai come sono fatti, passerà”. A volte ti incolpavo perché mi avevi lasciata da sola a combattere battaglie che solo insieme avremmo potuto vincere.
Due mesi dopo la tua morte hanno venduto la casa, non potevano sopportare l’idea di una stanza vuota e forse è stato meglio anche per me. Anche se ho praticamente vissuto in una stanza da sola, anche se non ho ricordi di io che gioco con te, dopo che te ne sei andata prima di iniziare un qualsiasi gioco mi chiedevo se a te sarebbe piaciuto. Per questo evitavo di proposito quelli più “fisici”, come saltare sul letto o rincorrere una palla per casa, perché sapevo che tu non avresti potuto seguirmi, allora li lasciavo al momento in cortile insieme agli altri.
Anche gli altri bambini, quelli che avevano la tua età, evitavano di parlarmi di te, forse costretti dai genitori a un silenzio che comunque a loro faceva male. Solo Michela, che era la tua migliore amica, un giorno ebbe il coraggio di venire da me e di consegnarmi delle lettere scritte di tua mano in uno stampatello incerto. L’unica prova della tua calligrafia. Me le consegnò tra le lacrime, dicendomi che eri la sua migliore amica e che nonostante fossero passati ormai quattro anni, non ti aveva ancora dimenticato. Ancora. Ricordo la sensazione di quell’ancora. Tremai prendendo le lettere, chiedendomi: “Che vuol dire? Che allora ci si potrà dimenticare di lei?” in una frazione di secondo mi resi conto che i miei ricordi su di te erano vaghi, confusi. Il letto bianco dell’ospedale, i tubicini nel tuo naso, l’orsacchiotto gigante che stringevi… e poi i ricordi degli altri. Il tuo primo giorno d’asilo raccontato da mamma, di come lei con il pancione doveva rincorrerti perché avevi fretta di andare, di quella volta che hai mangiato mezza porzione di fettuccine crude e ti è venuto un mal di pancia così forte che la nonna mi ha sempre ammonita dal farlo per “non fare la tua fine”, anche se ovviamente nonostante il modo brusco in cui mi intimoriva, non si riferiva alla tua malattia. Quella canzone canticchiata a bassa voce da papà, che diceva essere la tua preferita… avrei dimenticato tutto crescendo? Così riconsegnai le lettere a Michela, dicendole un banale quanto veritiero: “Così non te ne dimenticherai mai, io ho le foto”.
Anche gli altri bambini, quelli che avevano la tua età, evitavano di parlarmi di te, forse costretti dai genitori a un silenzio che comunque a loro faceva male. Solo Michela, che era la tua migliore amica, un giorno ebbe il coraggio di venire da me e di consegnarmi delle lettere scritte di tua mano in uno stampatello incerto. L’unica prova della tua calligrafia. Me le consegnò tra le lacrime, dicendomi che eri la sua migliore amica e che nonostante fossero passati ormai quattro anni, non ti aveva ancora dimenticato. Ancora. Ricordo la sensazione di quell’ancora. Tremai prendendo le lettere, chiedendomi: “Che vuol dire? Che allora ci si potrà dimenticare di lei?” in una frazione di secondo mi resi conto che i miei ricordi su di te erano vaghi, confusi. Il letto bianco dell’ospedale, i tubicini nel tuo naso, l’orsacchiotto gigante che stringevi… e poi i ricordi degli altri. Il tuo primo giorno d’asilo raccontato da mamma, di come lei con il pancione doveva rincorrerti perché avevi fretta di andare, di quella volta che hai mangiato mezza porzione di fettuccine crude e ti è venuto un mal di pancia così forte che la nonna mi ha sempre ammonita dal farlo per “non fare la tua fine”, anche se ovviamente nonostante il modo brusco in cui mi intimoriva, non si riferiva alla tua malattia. Quella canzone canticchiata a bassa voce da papà, che diceva essere la tua preferita… avrei dimenticato tutto crescendo? Così riconsegnai le lettere a Michela, dicendole un banale quanto veritiero: “Così non te ne dimenticherai mai, io ho le foto”.
Non so se adesso Michela si ricordi ancora di te, ma l’ho incontrata poco prima del mio matrimonio e mi ha fatto sapere che ha incorniciato alcune delle lettere e le ha appese nella sua nuova casa.
Guardo il telefono: le 13:45. Prendo un sorso dalla bottiglietta d’acqua, e il richiamo della maestra a radunare i bambini mi ricorda che è arrivato anche per me il momento di alzarmi da questa panchina e tornare in ufficio. Prendo la borsa pesante, anche se ancora non ho capito bene per quale motivo visto che c’è solo lo stretto indispensabile, e mi incammino lungo la strada rossa e arancione per le foglie secche cadute nelle ultime settimane.
Il vento soffia per aiutarle a lasciarsi andare, così alzo un po’ il colletto del cappotto per ripararmi dal freddo e pur mantenendo lo sguardo alto, presto attenzione ai miei passi. Il ticchettio dei tacchi mi tiene ancorata alla terra, così la paura di scivolare sui residui di fango e pozzanghere del temporale notturno passa a poco a poco. Un piccolo trucchetto per togliersi ogni ansia: concentrarsi solo su quello di cui possiamo avere il controllo.

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