lunedì 7 settembre 2026

#Anime: L’infanzia finisce sempre troppo presto

Immagine creata con ChatGPT
Visto il ritorno a scuola degli studenti, e vista la mia età che si avvicina inesorabile alla quarantina, ho pensato che fosse il caso di rimanere nostalgica ancora un po’ anche una volta tornata a casa dopo aver passato qualche minuto davanti agli scaffali dei negozi che vendono quaderni, astucci, diari… Così ho pensato: perché non sfogare questo mio attaccamento al passato parlando degli anime dei miei tempi, ma soprattutto della mia infanzia, e quanto questa finisca sempre troppo presto?

Prendo quindi i soliti cinque anime di cui parlo più spesso: Sailor Moon, I Cavalieri dello Zodiaco, Dragon Ball, Lady Oscar e Rossana (sì, ho utilizzato i titoli in italiano, denunciatemi alla Giustizia degli Otaku, non ho paura signori giudici) per analizzare il filo rosso che li unisce: l’infanzia finisce sempre troppo presto e i protagonisti di queste storie ne sanno qualcosa.

Usagi e le sue amiche guerriere frequentano le scuole medie quando vengono a sapere che sono destinate a salvare il mondo e a lottare contro potenze oscure rischiando ogni giorno la loro vita. ​
Loro coetanei sono i Cavalieri dello Zodiaco, che non solo iniziano a combattere tra i tredici e i quindici anni, ma devono anche superare dei faticosissimi e difficilissimi allenamenti per poterlo fare. Così come le Sailor, le loro giornate sono piene di prove fisiche estreme, dolore e fedeltà assoluta.
Stessa età anche per Goku che cresce allenandosi in vista delle sue continue battaglie e minacce globali e… universali. Stessa sorte per suo figlio Gohan che addirittura inizia a combattere a quattro anni.
In questi tipi di anime quando l’infanzia lascia il posto all’adolescenza, lo fa insegnandoci che la vita è un duro campo di battaglia e che crescere significa portare il peso del mondo sulle spalle, ma solo se siamo destinati a qualcosa di enorme, come salvare il mondo dal male.

Nel campo più realistico, ma con eguale trauma – perché un’adolescenza negata è un trauma – troviamo Lady Oscar: nata donna ma cresciuta come uomo per volere del padre che la inserisce fin dall’infanzia in un ruolo militare e politico, tanto che a soli quattordici anni diventa comandante della Guardia Reale. Oscar non ha mai potuto vivere l’innocenza dell’infanzia e i primi tormenti dell’adolescenza. Ha rinunciato a tutto, alla persona che avrebbe potuto essere, all’amore per André solo per acconsentire alla volontà del padre e per adempiere un ruolo che mai ha potuto davvero scegliere. La sua identità non è mai stata una sua scelta personale, né ha mai avuto il piacere di scoprirla: le è stata imposta.

In Rossana, invece, si cambia registro anche se non la sostanza. Sana Kurata è famosa fin dall’infanzia, ha un carattere espansivo, allegro, solare, ironico, è brillante in tutto ciò che fa. Ma ciò che in superficie sembra oro, in realtà nasconde una sofferenza profonda: insieme alla madre decide – quando praticamente lei era così piccola da non poterlo aver fatto davvero di sua volontà – di andare avanti nel mondo dello spettacolo solo per farsi conoscere dalla madre biologica della bambina. Si affronta così il tema dell’abbandono, delle difficoltà familiari ma anche dell’isolamento emotivo e del bullismo.
Con il tormento Akito, che mai ha potuto conoscere la figura materna perché morta di parto proprio per darlo alla luce, vediamo due bambini delle elementari che parlano e hanno mentalità da adulti, tanto che nell’opera originale Sana chiama il suo manager adulto Gigolò, convinta stiano insieme, visto che ogni tanto dormono insieme. Akito, invece, non ci pensa due volte a ricattare gli insegnanti, a minacciare la vita degli altri e di sé stesso perché impassibile a tutto.
E se nel corso della storia Sana e Akito si migliorano a vicenda, facendo nascere in loro un amore vero e intenso, è anche vero che solo lui può fare un passo indietro verso la normalità dell’adolescenza. Lei, che rimane famosa anche dopo aver conosciuto la madre biologica, deve sempre destreggiarsi tra scuola, amici, lavoro e giornalisti.

Che siano guerre, rivoluzioni, salvezza del mondo, traumi emotivi… tutti loro lottano per la sopravvivenza in un’età dove il massimo del problema dovrebbe essere che cosa indossare il giorno dopo
Non è quindi colpa di noi Millennial se siamo cresciuti così melodrammatici e con una soglia della responsabilità così alta che ci fa sentire in colpa anche se buttiamo per sbaglio una carta a terra.
Eppure queste narrazioni complesse, emotivamente intense, capaci di trattare dolore, perdita e responsabilità con una profondità rara nell’Occidente dell’epoca – salvo forse Dawson’s Creek – sono ancora vive in noi, forse per abituarci che la crescita non è solo fisica, non risiede solo nella forza, ma nell’imparare a reggere il peso di ciò che accade, perché i traumi, dopotutto, non avvertono e non hanno un limite minimo di età.

 

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