Cos’è la felicità? Quanto dura? Riusciamo a percepirla quando la viviamo o ci accorgiamo di lei quando è ormai troppo tardi?
felicità s. f. [dal lat. felicĭtas -atis]. – Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato. L’aspirazione alla f. è caratteristica dell’etica classica, che la chiamò eudaimonia). Trascurata nella filosofia moderna in seguito alla posizione rigoristica assunta da I. Kant, la nozione di f. è rimasta viva nella tradizione culturale anglosassone, ispirando il pensiero filosofico, sociale e politico. A questa tradizione si ricollega la difesa che del concetto compie B. Russel nel suo The conquest of happiness (1930).
Fin da piccola mi sono sentita ripetere dagli adulti che mi circondavano la frase: “La felicità dura un attimo”. Crescendo ho notato quanto fosse vera. La gioia e la serenità sono sentimenti più stabili, mentre la felicità non ha proprio nulla a che vedere con la stabilità: possiamo sentirci felici anche quando tutto va male, così come possiamo sentirci tristi anche quando va tutto male. Con questo punto ho notato come si ha l’illusione di fare della felicità una sorta di misurazione per il successo nella vita: “Quella persona ha tutto, ci credo che è felice…” ma troppo spesso i casi di cronaca nera, o le sale d’attesa degli psicologi, ci insegnano che avere tutto non equivale a essere felici. Allo stesso modo, per logica, si può intendere che è impossibile fare della felicità uno scopo di vita.
“La felicità dura un attimo”, è nel battito mancato quando qualcuno ci sorprende, nella luce che attraversa una finestra, nel lampo d’arcobaleno dopo una tempesta. Nella sua veloce frugalità non riusciamo a prenderla, a viverla davvero e allora ci affanniamo ogni giorno per cercare di risentirci come in quel momento in cui l’abbiamo vissuta. Ingigantiamo i ricordi d’infanzia come scudo, rincorriamo le emozioni forti per darci un assaggio dell’eccitazione provata. L’ossimoro in tutto ciò è che più la inseguiamo, più questa si sfugge. Cercarla costantemente è come voler fermare le onde del mare con il proprio corpo: quel gioco che può sembrare essere divertente, in un attimo può trasformarsi in tragedia.
E allora come fare per essere felici?
Durante il mio terzo rewatch di Firefly Lane mi sono accorta che la vera felicità la riscopriamo dopo anni e che per dirci di aver vissuto una vita felice bisogna solo… viverla. Quante volte, infatti, guardandoci indietro abbiamo trovato una sorta di calore anche nel ricordo più triste? Sì, quel giorno in cui abbiamo pianto, in cui tutto è andato male, ma in un periodo tutto sommato dove potevamo contare su quell’amica che viveva accanto a noi, dove avevamo chi ci amava ancora in vita, dove ancora non si era sviluppata quella malattia che oggi ci vuole a letto…
Forse la felicità non è nella perfezione di una foto dai sorrisi smaglianti da condividere sui social, o nei canti urlati a squarciagola in macchina, o sulla terrazza del Pincio. Forse si trova nella quotidianità, come una sorta di continua sensazione di quiete, che è presente anche quando non guardiamo, quando non ce ne accorgiamo. Un po’ come il respirare: prestiamo attenzione solo quando vogliamo, ma ciò non vuol dire che il nostro corpo smetta di farlo quando pensiamo ad altro.
E se davvero fosse così, vorrebbe dire che essere felici è nella nostra natura più profonda, una sorta di default dell’essere umano, qualcosa che diamo così per scontato da essercene dimenticati al punto che abbiamo costruito una società che si sente così incompleta da dover sempre rincorrere quello che non può avere. Non perché ci sia impossibile, ma perché lo abbiamo già e non lo sappiamo.
Arrivati a questo punto credo che la felicità possa apparire quando semplicemente lasciamo che sia, quando ci apriamo alla consapevolezza che la vita va vissuta come viene. Seguiamo pure il nostro cuore quando vogliamo prendere delle decisioni, e se la vita si mette in mezzo… pazienza. Lasciamo che sia.
Qualsiasi cosa vogliamo fare, qualsiasi pensiero notiamo darci felicità… seguiamolo. Vogliamo andare a vivere dall’altra parte del mondo? Perfetto, prepariamo le valigie, il passaporto. Vogliamo cambiare lavoro anche superati i quarant’anni? Nessun problema, licenziamoci e così sia. Vogliamo andare oltre ma chi abbiamo accanto ci limita? Cerchiamo in noi il coraggio di dire addio e iniziamo, qualcun altro arriverà. E se ci spaventa il come poterlo fare, lasciamo che sia la vita stessa a insegnarcelo.
Tutti noi ci diciamo che dobbiamo essere felici, che dobbiamo fare quello che ci rende felici, eppure non credo siamo davvero in grado di essere coscienti di questo sentimento quando lo si prova.
Se la felicità è relegata al vivere bene, non sarebbe meglio chiamarla stabilità? Se la felicità è per noi un momento dove tutto va come deve andare, non sarebbe meglio chiamarla controllo? Se, ancora, la felicità è da rilegare alla gioia, all’entusiasmo, alla sorpresa o ai classici sorrisi, allora forse non è un sentimento unico e fine a se stesso?
Se la felicità è relegata al vivere bene, non sarebbe meglio chiamarla stabilità? Se la felicità è per noi un momento dove tutto va come deve andare, non sarebbe meglio chiamarla controllo? Se, ancora, la felicità è da rilegare alla gioia, all’entusiasmo, alla sorpresa o ai classici sorrisi, allora forse non è un sentimento unico e fine a se stesso?
felicità s. f. [dal lat. felicĭtas -atis]. – Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato. L’aspirazione alla f. è caratteristica dell’etica classica, che la chiamò eudaimonia). Trascurata nella filosofia moderna in seguito alla posizione rigoristica assunta da I. Kant, la nozione di f. è rimasta viva nella tradizione culturale anglosassone, ispirando il pensiero filosofico, sociale e politico. A questa tradizione si ricollega la difesa che del concetto compie B. Russel nel suo The conquest of happiness (1930).
- Treccani
Fin da piccola mi sono sentita ripetere dagli adulti che mi circondavano la frase: “La felicità dura un attimo”. Crescendo ho notato quanto fosse vera. La gioia e la serenità sono sentimenti più stabili, mentre la felicità non ha proprio nulla a che vedere con la stabilità: possiamo sentirci felici anche quando tutto va male, così come possiamo sentirci tristi anche quando va tutto male. Con questo punto ho notato come si ha l’illusione di fare della felicità una sorta di misurazione per il successo nella vita: “Quella persona ha tutto, ci credo che è felice…” ma troppo spesso i casi di cronaca nera, o le sale d’attesa degli psicologi, ci insegnano che avere tutto non equivale a essere felici. Allo stesso modo, per logica, si può intendere che è impossibile fare della felicità uno scopo di vita.
“La felicità dura un attimo”, è nel battito mancato quando qualcuno ci sorprende, nella luce che attraversa una finestra, nel lampo d’arcobaleno dopo una tempesta. Nella sua veloce frugalità non riusciamo a prenderla, a viverla davvero e allora ci affanniamo ogni giorno per cercare di risentirci come in quel momento in cui l’abbiamo vissuta. Ingigantiamo i ricordi d’infanzia come scudo, rincorriamo le emozioni forti per darci un assaggio dell’eccitazione provata. L’ossimoro in tutto ciò è che più la inseguiamo, più questa si sfugge. Cercarla costantemente è come voler fermare le onde del mare con il proprio corpo: quel gioco che può sembrare essere divertente, in un attimo può trasformarsi in tragedia.
E allora come fare per essere felici?
Durante il mio terzo rewatch di Firefly Lane mi sono accorta che la vera felicità la riscopriamo dopo anni e che per dirci di aver vissuto una vita felice bisogna solo… viverla. Quante volte, infatti, guardandoci indietro abbiamo trovato una sorta di calore anche nel ricordo più triste? Sì, quel giorno in cui abbiamo pianto, in cui tutto è andato male, ma in un periodo tutto sommato dove potevamo contare su quell’amica che viveva accanto a noi, dove avevamo chi ci amava ancora in vita, dove ancora non si era sviluppata quella malattia che oggi ci vuole a letto…
Forse la felicità non è nella perfezione di una foto dai sorrisi smaglianti da condividere sui social, o nei canti urlati a squarciagola in macchina, o sulla terrazza del Pincio. Forse si trova nella quotidianità, come una sorta di continua sensazione di quiete, che è presente anche quando non guardiamo, quando non ce ne accorgiamo. Un po’ come il respirare: prestiamo attenzione solo quando vogliamo, ma ciò non vuol dire che il nostro corpo smetta di farlo quando pensiamo ad altro.
E se davvero fosse così, vorrebbe dire che essere felici è nella nostra natura più profonda, una sorta di default dell’essere umano, qualcosa che diamo così per scontato da essercene dimenticati al punto che abbiamo costruito una società che si sente così incompleta da dover sempre rincorrere quello che non può avere. Non perché ci sia impossibile, ma perché lo abbiamo già e non lo sappiamo.
Arrivati a questo punto credo che la felicità possa apparire quando semplicemente lasciamo che sia, quando ci apriamo alla consapevolezza che la vita va vissuta come viene. Seguiamo pure il nostro cuore quando vogliamo prendere delle decisioni, e se la vita si mette in mezzo… pazienza. Lasciamo che sia.
Qualsiasi cosa vogliamo fare, qualsiasi pensiero notiamo darci felicità… seguiamolo. Vogliamo andare a vivere dall’altra parte del mondo? Perfetto, prepariamo le valigie, il passaporto. Vogliamo cambiare lavoro anche superati i quarant’anni? Nessun problema, licenziamoci e così sia. Vogliamo andare oltre ma chi abbiamo accanto ci limita? Cerchiamo in noi il coraggio di dire addio e iniziamo, qualcun altro arriverà. E se ci spaventa il come poterlo fare, lasciamo che sia la vita stessa a insegnarcelo.

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