venerdì 28 novembre 2025

#DivinaCommedia: Canto XX - Purgatorio

Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.


Oggi analizziamo il ventesimo canto del Purgatorio. Vedremo ancora gli avari e i prodighi, capendo molto di più di questo peccato grazie al racconto di Ugo Capeto, fondatore della dinastia Capetingi e figura protagonista assoluta del canto. 

Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte

Contra miglior voler voler mal pugna;
onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
trassi de l’acqua non sazia la spugna.

Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
luoghi spediti pur lungo la roccia,
come si va per muro stretto a’ merli;

ché la gente che fonde a goccia a goccia
per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.

Maladetta sie tu, antica lupa,
che più che tutte l’altre bestie hai preda
per la tua fame sanza fine cupa!

O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?

Noi andavam con passi lenti e scarsi,
e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
pietosamente piangere e lagnarsi;

e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
dinanzi a noi chiamar così nel pianto
come fa donna che in parturir sia;

e seguitar: «Povera fosti tanto,
quanto veder si può per quello ospizio
dove sponesti il tuo portato santo».

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
con povertà volesti anzi virtute
che gran ricchezza posseder con vizio».

Queste parole m’eran sì piaciute,
ch’io mi trassi oltre per aver contezza
di quello spirto onde parean venute.

Esso parlava ancor de la larghezza
che fece Niccolò a le pulcelle,
per condurre ad onor lor giovinezza.

«O anima che tanto ben favelle,
dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
tu queste degne lode rinovelle.

Non fia sanza mercé la tua parola,
s’io ritorno a compiér lo cammin corto
di quella vita ch’al termine vola».


Dante
e Virgilio, per volontà di Adriano V, si allontanano da lì, camminando attaccati alla parete del monte visto il gran numero di anime riverse a terra a espiare il proprio peccato. Vedendo la loro sofferenza, Dante maledice il peccato dell’avarizia paragonandola a una bestia selvaggia – in questo caso la lupa – che ha sempre fame e per questo perennemente insaziabile. Si rivolge poi al Cielo, chiedendosi quando verrà a noi coLui che la caccerà definitivamente dal mondo.

Proprio mentre pensa questo e cammina piano per non urtare le anime, sente provenire una voce dal tono lamentoso, simile a una donna partoriente, che invoca la Vergine Maria ricordando quanto fosse molto povera e nonostante questo ha detto di sì a ospitare nel suo ventre il figlio di Dio. Poi ricorda di Fabrizio Luscino, console Romano che nel 282 a.C. rifiutò due volte l’offerta di Pirro (re dell’Epiro) di abbandonare la propria patria in cambio di immensa ricchezza.
I due esempi colpiscono molto Dante che si avvicina all’anima, intenta a continuare fare altri esempi di virtù, in questo caso ricorda San Nicola, quando donò dell’oro a tre fanciulle povere affinché potessero sposarsi. Così Dante gli chiede chi sia e come mai solo lui sta ricordando tutto ciò; come sempre l’eventuale risposta sarà ricompensata parlando bene di lui quando tornerà al regno dei vivi.

Ormai abbiamo imparato che le anime in Purgatorio, per espiare le proprie colpe, ricordano incessantemente esempi virtuosi per poter abbandonare definitivamente il peccato per il quale sono state condannate.
In questo caso Dante ci dimostra sì l’importanza dell’umiltà con Maria, ma anche quella dell’onestà con Luscino e della generosità con San Nicola. L’avarizia, infatti, non ha tra sé queste altre virtù e possiamo notare come un solo peccato blocchi sul nascere così tante buone azioni da rendere impossibile l’integrità morale della persona che ne è soggetta

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
ch’io attenda di là, ma perché tanta
grazia in te luce prima che sie morto.

Io fui radice de la mala pianta
che la terra cristiana tutta aduggia,
sì che buon frutto rado se ne schianta.

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
potesser, tosto ne saria vendetta;
e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
di me son nati i Filippi e i Luigi
per cui novellamente è Francia retta.

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
quando li regi antichi venner meno
tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,

trova’mi stretto ne le mani il freno
del governo del regno, e tanta possa
di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,

ch’a la corona vedova promossa
la testa di mio figlio fu, dal quale
cominciar di costor le sacrate ossa.

Mentre che la gran dota provenzale
al sangue mio non tolse la vergogna,
poco valea, ma pur non facea male.

Lì cominciò con forza e con menzogna
la sua rapina; e poscia, per ammenda,
Pontì e Normandia prese e Guascogna.

Carlo venne in Italia e, per ammenda,
vittima fé di Curradino; e poi
ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

Tempo vegg’io, non molto dopo ancoi,
che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
per far conoscer meglio e sé e’ suoi.

Sanz’arme n’esce e solo con la lancia
con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
sì ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

Quindi non terra, ma peccato e onta
guadagnerà, per sé tanto più grave,
quanto più lieve simil danno conta.

L’altro, che già uscì preso di nave,
veggio vender sua figlia e patteggiarne
come fanno i corsar de l’altre schiave.

O avarizia, che puoi tu più farne,
poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
che non si cura de la propria carne?

Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;
veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
e tra vivi ladroni esser anciso.

Veggio il novo Pilato sì crudele,
che ciò nol sazia, ma sanza decreto
portar nel Tempio le cupide vele.

O Segnor mio, quando sarò io lieto
a veder la vendetta che, nascosa,
fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

L’anima risponde che racconterà molto volentieri la sua storia ma non per uno scopo personale, bensì perché vede risplendere in Dante così tanta Grazia Divina che non può sottrassi dall’accontentarlo.

Scopriamo così che abbiamo di fronte Ugo Capeto (940/941 circa-996), capostipite del casato Capetingi, cioè di tutti i re francesi fino a quel momento. Anche se le notizie sulla sua origine non sono del tutto vere – Dante scrive che era un figlio di un mercante di buoi, ma storicamente lo è stata la madre – servono per rendere la figura leggendaria: Ugo, infatti possedeva così tante ricchezze e potere, con uno stuolo di seguaci, che la corona all’epoca vacante fu affidata a lui e di conseguenza alla sua famiglia. Riconosce in sé il peccato dell’avarizia e ammette che da questo raramente arrivano frutti buoni, così anche i suoi discendenti non si scostano tanto dal male che il peccato fa. Inizia a condannarli aspramente per il loro operato, soprattutto da quando hanno cominciato ad avere un potere ancora più grande. 
Tra questi troviamo Carlo I d’Angiò (1226-1285) che, dopo essersi impadronito di terre come Ponthieu, la Normandia e la Guascogna, scende Italia con l’intenzione di farsi perdonare, ma in realtà uccide il re di Sicilia e l’ultimo degli Svevi – la dinastia Hohenstaufen – Corradino (1252-1268), e non contento avvelena anche San Tommaso d’Aquino.

Ancora, Ugo profetizza quel che farò un altro suo discendente, Carlo di Valois (1270-1325) che scenderà a Firenze per volere di Papa Bonifacio VIII con lo scopo di mettere fine alle tensioni tra le due fazioni guelfe, ma una volta giunto in città, Carlo di Valois, definito il senza terra, sosterrà apertamente la fazione dei Neri, e condannerà all’esilio o a morte molti dei Bianchi, tra cui, nel primo caso, lo stesso Dante.
O ancora vede Carlo II – definito lo Zoppo e figlio di Carlo I d’Angiò – (1254-1309) re di Sicilia e Napoli che, per denaro, darà sua figlia Beatrice in sposa ad Azzo VIII (1263-1308). Così fa notare come l’avarizia, se sfamata a ripetizione come nel caso della sua dinastia, non si ferma neanche dal fare male ai suoi stessi figli.
Ancora, in ultimo, vede Filippo il Bello – fratello di Carlo di Valois – (1268-1314) che tradirà papa Bonifacio VIII proprio come Giuda fece con Cristo, nel fatto storico definito poi lo schiaffo di Anagni (7 settembre 1303). In più mette fine all’ordine dei Templari solo per possederne le ricchezza. Nella prigionia e morte del papa Ugo rivede tutte le sofferenze del Cristo e spera così di vedere al più presto la Divina Provvidenza punire ogni persona citata. 

Attenzione: come mai Dante, che ha condannato Bonifacio VIII all’Inferno – per la precisione tra i simoniaci – qui prende le parti del Pontefice? La spiegazione è da ricercarsi proprio nell’umiltà di andare anche contro le proprie idee, se vogliono dire giustizia: il Papa è sempre e comunque il Vicario di Cristo sulla Terra, così tradirlo, umiliarlo, imprigionarlo, ripete ciò che fu fatto a Gesù da Giuda stesso.


Ciò ch’io dicea di quell’unica sposa
de lo Spirito Santo e che ti fece
verso me volger per alcuna chiosa,

tanto è risposto a tutte nostre prece
quanto ’l dì dura; ma com’el s’annotta,
contrario suon prendemo in quella vece.

Noi repetiam Pigmalïon allotta,
cui traditore e ladro e paricida
fece la voglia sua de l’oro ghiotta;

e la miseria de l’avaro Mida,
che seguì a la sua dimanda gorda,
per la qual sempre convien che si rida.

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
come furò le spoglie, sì che l’ira
di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.

Indi accusiam col marito Saffira;
lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
e in infamia tutto ’l monte gira

Polinestòr ch’ancise Polidoro;
ultimamente ci si grida: ‘Crasso,
dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?’.

Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
ora a maggiore e ora a minor passo:

però al ben che ‘l dì ci si ragiona,
dianzi non era io sol; ma qui da presso
non alzava la voce altra persona».

Ugo continua spiegando che mentre di giorno ognuno ripete esempi di povertà e umiltà, di notte ricordano personaggi che, come Pigmalione, Mida, Acan, Anania e Safira, Eliodoro, Polinestore e Crasso, si sono macchiati di avarizia. Ma il tono con il quale ognuno li ricorda è diverso a seconda dell’ardore che hanno. Quindi poc’anzi Ugo non era il solo a recitare, semplicemente quello più volenteroso – forse – a impregnarsi di tali esempi.


Vediamo ora nel dettaglio perché le anime durante la notte guardano proprio ai personaggi sopra elencati. 
Pigmalione, spinto dalla volontà di appropriarsi delle ricchezze del cognato Sicheo, arriva a ucciderlo.

Il re Mida, spinto dalla voglia di possedere sempre di più, ha fatto sì che trasformasse tutto in oro, rendendolo anche abbastanza ridicolo agli occhi della gente, che giustamente lo deride.
Acan prese parte del bottino di Gerico che Giosuè aveva destinato a Dio, suscitandone l’indignazione al punto che lo stesso Giosuè lo condanna a morte per lapidazione nella valle di Achor e sembra che lo stesso sentimento lo abbia accompagnato anche in Purgatorio. 

Ancora vediamo gli anziani coniugi Anania e Safira che non accettarono di consegnare tutto il loro denaro agli Apostoli, ma solo una parte. Alla loro epoca, infatti, tutti i beni delle comunità cristiane erano condivisi. Pietro sapeva dell’inganno, così quando provò a fare delle domande ad Anania per portarlo allo scoperto, questo morì improvvisamente senza poter dare risposte. Quando poi arrivò la moglie Safira, Pietro la interrogò allo stesso modo e anche lei morì. 

Eliodoro era tesoriere di Seleuco IV Filopatore, re della Siria. Sotto l’ordine del suo re, andò a Gerusalemme per impossessarsi del tesoro del Tempio, ma la missione non andò in porto in quanto venne preso a calci dal suo cavallo.

Polinestore, sempre mosso dall’avarizia uccise Polidoro e in ultimo Crasso Marco Licinio, ricco e sempre più in cerca di ricchezze che secondo la leggenda alla sua morte Orode diede l’ordine di tagliargli la testa e versare in essa, dalla bocca, dell’oro fuso.

Noi eravam partiti già da esso,
e brigavam di soverchiar la strada
tanto quanto al poder n’era permesso,

quand’io senti’, come cosa che cada,
tremar lo monte; onde mi prese un gelo
qual prender suol colui ch’a morte vada.

Certo non si scoteo sì forte Delo,
pria che Latona in lei facesse ’l nido
a parturir li due occhi del cielo.

Poi cominciò da tutte parti un grido
tal, che ’l maestro inverso me si feo,
dicendo: «Non dubbiar, mentr’io ti guido».

Gloria in excelsis’ tutti ‘Deo
dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
onde intender lo grido si poteo.

No’ istavamo immobili e sospesi
come i pastor che prima udir quel canto,
fin che ’l tremar cessò ed el compiési.

Poi ripigliammo nostro cammin santo,
guardando l’ombre che giacean per terra,
tornate già in su l’usato pianto.

Nulla ignoranza mai con tanta guerra
mi fé desideroso di sapere,
se la memoria mia in ciò non erra,

quanta pareami allor, pensando, avere;
né per la fretta dimandare er’ oso,
né per me lì potea cosa vedere:

così m’andava timido e pensoso.

Quando poi Dante si allontana da Ugo, un terribile terremoto scuote il Purgatorio. Dante è profondamente spaventato, proprio come un uomo che sa di dover morire di lì a poco, ed è proprio Virgilio a dirgli di non temere nulla, finché lui gli rimarrà accanto. Nel mentre le anime intonano il Gloria in excelsis deo e i due rimangono immobili proprio come fecero i pastori la prima volta che lo sentirono cantare dagli angeli alla nascita di Gesù. Subito dopo il tremore finisce, ma Dante è ancora così spaventato e intimidito che non osa chiedere a Virgilio il perché di quanto appena successo.

Noi, però, ne siamo curiosi, ecco perché vi diamo appuntamento al prossimo mese per scoprirlo!

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