martedì 18 agosto 2026

#Moda: I vestiti più scandalosi della storia

Immagine generata con ChatGPT
La moda è spesso considerata un semplice gioco estetico o mero consumismo. In realtà ha sempre avuto un forte potere culturale e spero che in questa etichetta diventi sempre più chiaro.
Ciò che oggi indossiamo normalmente, per esempio, nel momento in cui uscì fu motivo di scandalo, indignazione e in alcuni contesti un capo poteva venire persino vietato.

La storia della moda è piena di esempi in cui un semplice abito, che oggi potremmo definire persino elegante o comodo, ha messo in discussione le regole sociali, i ruoli di genere e lo stesso concetto di decoro. È quindi grazie alla moda stessa e al coraggio di chi ha voluto osare per primo se la società ha saputo evolversi così velocemente, soprattutto nel corso del millennio appena passato.

Perché è da fine Ottocento, con la nascita dei primi pantaloni femminili, con poi l’eliminazione del corsetto negli anni Venti del Novecento, e ancora i capi trasgressivi come minigonna e bikini che noi donne ci siamo potute dire libere di indossare ciò che vogliamo.

Quando ho parlato della moda come rivoluzione ho accennato ad alcuni di questi abbigliamenti che hanno dapprima sconvolto la società e poi sono entrati a far parte del nostro armadio. Oggi gli stessi li vedremo più nel dettaglio.

Quando a fine Ottocento si cominciarono a proporre abiti più pratici per le donne, i primi a essere pensati furono proprio i pantaloni larghi, così da dare alle donne maggior libertà di movimento. Ciò che era un semplice pensiero per migliorare la vita delle donne era visto in realtà come ostacolo, ottenendo forti resistenze. All’epoca che una donna indossasse un pantalone era scandaloso, perché questo era pensato e quindi associato esclusivamente all’abbigliamento maschile. Non importa quale fosse il motivo per cui una donna decidesse di rinunciare all’abito lungo: indossare il pantalone voleva dire violare le norme sociali.
Ma vi siete mai chiesti il perché? Ebbene io sì, e la risposta mi ha fatta arrabbiare ancora di più. Oltre a quanto già detto, uno dei principali motivi per cui le donne sceglievano i pantaloni era per le attività fisiche e il poter andare in bicicletta più comodamente. Se la prima attività era anche accettata dal resto della società – anche perché era svolta principalmente dalle donne più abbienti – la seconda veniva vista come un reale tentativo da parte della donna di potersi emancipare dal giogo e dal potere dell’uomo: una donna che va in bicicletta senza sforzi è una donna che può andare ovunque e di conseguenza può avere orizzonti più vasti.

Quando i pantaloni hanno finalmente preso piede nei primi decenni del Novecento, hanno dato modo alle donne di osare ancora di più, questa volta però togliendo un vero e proprio must da millenni: il corsetto. Per secoli questo accessorio, più vicino alla tortura che ad altro, aveva modellato il corpo femminile imponendo una figura stretta e rigida ed etichettando le donne a un ideale estetico preciso, dove anche respirare più profondamente ci era precluso.
Se per i pantaloni furono più gli uomini a indignarsi, per l’abbandono del corsetto lo erano le donne che vedevano nelle giovani ragazze che vi rinunciavano, un comportamento indecoroso e poco elegante, soprattutto perché solitamente erano le prostitute a non farne uso. Speravano, forse, che fosse una moda passeggera ma più donne ne facevano a meno, più altre le seguivano dapprima titubanti, poi via via sempre più sicure di sé. A nessuna di loro venne mai in mente di ritornare sui propri passi e così gli stilisti dell’epoca dovettero cedere alla vox populi e anche in fretta visto che lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con sempre più donne al lavoro, ne accelerò il processo di abbandono.

I benpensanti poterono tirare sospiri di sollievo per circa vent’anni, quando nulla sembrò scalfire la moda. Come spesso accade, però, quella calma piatta era solo ciò che precedeva alla tempesta.

Nel 1946 lo stilista francese Louis Réard consegnò al mondo un costume da bagno letteralmente esplosivo: il bikini. Il nome, infatti, fu scelto ispirandosi all’atollo di Bikini in cui in quell’anno si stavano svolgendo i test nucleari statunitensi. Mai scelta fu più azzeccata.
Per la prima volta nella storia le donne osavano scoprire una parte del loro corpo che fino a quel momento era considerata intima: l’ombelico. E se per gli altri capi le donne si disinteressavano dell’opinione pubblica, questa volta tutte erano d’accordo nel non volerlo assolutamente indossare, tanto che come prima modella Réard fu costretto a ingaggiare una spogliarellista del Casino di Parigi: Micheline Bernardini.
Per tutti gli anni Quaranta nessuna osava indossarlo in spiaggia, e quelle poche che lo facevano portavano gli Stati più cristiani del mondo (come Italia, Spagna, Portogallo e alcuni stati degli USA) a vietarne l’uso nelle spiagge fino al decennio successivo.
Solo grazie alle stelle del cinema di fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta (prime tra tutte Ursula Andress, Brigitte Bardot e Rita Hayworth) che lo indossavano senza condizionamenti, che il bikini è stato sempre più accettato, diventando a oggi uno dei capi più normali da vedere in spiaggia.

Tutti noi lo sappiamo: Mary Quant con la sua minigonna ha ridefinito l’immagine della donna occidentale. Indossarla è diventato subito simbolo di libertà, di emancipazione, provocando un cambiamento culturale con epicentro a Londra.
Questo capo è stato fin da subito moderno, se pensiamo che ancora oggi se ne parla con scandalo ed è ancora vietata in certi contesti. Dal mio modesto punto di vista a ragione, soprattutto quando i centimetri di stoffa sono davvero troppo pochi e ridotti a una decina. Tuttavia, ciò che mi spaventa è quando ancora si giudicano le donne che scelgono di indossarla in momenti casual, o alle serate con amici.

Stiamo ancora negli anni Sessanta, quando Yves Saint Laurent decide di rivoluzionare ancora una volta l’immaginario femminile con “Le” Smoking. Fino a quel momento l’abito da sera con giacca e pantaloni era considerato esclusivamente maschile, e vederlo addosso alle donne significava lanciare un messaggio all’epoca, ma ancora adesso, indecente: “le donne sono al pari degli uomini”. Ma soprattutto fece capire all’intero Occidente che tutti gli scandali precedenti (pantaloni larghi, abolizione del corsetto, bikini e minigonne) non erano legati alla sessualizzazione del corpo femminile, ma alla volontà delle donne di sentirsi libere.
Lo smoking femminile, infatti, era elegante, raffinato nel taglio e di certo non lasciava vedere nulla se non mani e forse caviglie. Eppure questo capo che in teoria doveva essere considerato casto e puro in confronto agli altri, inizialmente ne suscitò lo stesso sdegno. Molti locali lo ritennero inappropriato e rifiutavano l’ingresso alle donne che lo indossavano.

Pantaloni, abiti più morbidi, bikini, minigonne, smoking femminili hanno dimostrato che per la società il problema non è mai cosa indossa, cosa fa, cosa dice o cosa pensa la donna, ma la donna stessa.
A fronte di ciò, da donna posso dire a tutte le donne là fuori (che siate biologicamente nate donne o no) di fregarsene altamente e di vivere la vita che si vuole indipendentemente dalla critica.

Altro consiglio, sempre da donna a donna: in quanto tale, evitiamo di dare giudizi a chi appartiene al nostro stesso genere (anche qui, che sia biologico o no) perché abbiamo già sofferto abbastanza, grazie.

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