Essendo una vittoriana inside, non posso non amare il concetto di eleganza decadente. Questo tipo di moda, però, non è solo da rilegarsi alle sue radici nella cultura romantica ottocentesca, ma anzi, torna ciclicamente. Testimoni sono gli stilisti contemporanei Alexander McQueen, Ann Demeulemeester o Simone Rocha.
Secondo la storica della moda e direttrice del Fashion Institute of Technology Valerie Steele, la moda è “un’espressione estetica del subconscio collettivo” e io non potrei essere più d’accordo.
La moda, come ogni forma d’arte, esprime quello che la società sta vivendo. Così in periodi di tristezza la bellezza, che mai scompare, si trasforma in un’estetica meno sgargiante, più lunga e “semplice”.
Lo abbiamo già visto nell’articolo “Quando la moda diventa autobiografia”: non vestiamo solo il corpo, ma anche l’anima. Ogni mattina, in base a quello che indossiamo e a come lo indossiamo, gridiamo al mondo il nostro stato d’animo, diciamo ciò che stiamo passando nella nostra vita.
Gli stilisti citati nell’introduzione hanno esplorato la vulnerabilità umana attraverso tessuti scoloriti, silhouettes fluttuanti e dettagli che possono essere imperfetti. Ma questo non vuol dire brutto.
Tessuti come il velluto, il pizzo o la seta vissuta ci danno emozioni oniriche, rievocando in noi memorie di ricordi perduti da tempo. Sono i classici materiali che riportano alla gioventù dei nostri nonni, o a quel personaggio austero e profondo del nostro libro preferito. Ma non serve andare così tanto indietro nel tempo: basta indossare un trench per sentirci come sotto una pioggia delicata, anche se fuori splende il sole. Le camicie dai colletti morbidi e cadenti, così come gli abiti lunghi fino a terra sono capaci di raccontare storie malinconiche e affascinanti senza il bisogno di utilizzare le parole.
Ci impongono la felicità a ogni costo, ci dicono di sorridere anche se vogliamo piangere, a sentirci sempre dei vincenti senza ammettere le fragilità, ma scegliere di esprimersi in ogni condizione emotiva è un atto di coraggio e sincerità, è un modo per ricordare al mondo che non siamo macchine o intelligenze artificiali, bensì umani che a volte possono sentirsi nei favolosi anni ’80, altre in quegli anni malinconici vittoriani.
E poi, secondo uno studio pubblicato nel 2020 sulla rivista Psychology of Aesthetics, Creativiry and the Arts, l’esplorazione a forme artistiche malinconiche può aiutare a elaborare emozioni difficili, suscitando in maniera quasi immediata un senso di conforto e connessione.
Per liberarci del dolore bisogna attraversare quel dolore. In Una mamma per amica, quando Rory si lascia per la prima volta nella sua vita con Dean, Lorelai le consiglia di abbruttirsi, perché solo così può lasciare andare il passato. E in effetti funziona.
Quando siamo più malinconici, quindi, lasciamo che il mondo lo sappia, esprimiamoci anche con i vestiti perché spesso le parole non bastano: abbiamo bisogno dell’estetica.
Secondo la storica della moda e direttrice del Fashion Institute of Technology Valerie Steele, la moda è “un’espressione estetica del subconscio collettivo” e io non potrei essere più d’accordo.
La moda, come ogni forma d’arte, esprime quello che la società sta vivendo. Così in periodi di tristezza la bellezza, che mai scompare, si trasforma in un’estetica meno sgargiante, più lunga e “semplice”.
Lo abbiamo già visto nell’articolo “Quando la moda diventa autobiografia”: non vestiamo solo il corpo, ma anche l’anima. Ogni mattina, in base a quello che indossiamo e a come lo indossiamo, gridiamo al mondo il nostro stato d’animo, diciamo ciò che stiamo passando nella nostra vita.
Gli stilisti citati nell’introduzione hanno esplorato la vulnerabilità umana attraverso tessuti scoloriti, silhouettes fluttuanti e dettagli che possono essere imperfetti. Ma questo non vuol dire brutto.
Tessuti come il velluto, il pizzo o la seta vissuta ci danno emozioni oniriche, rievocando in noi memorie di ricordi perduti da tempo. Sono i classici materiali che riportano alla gioventù dei nostri nonni, o a quel personaggio austero e profondo del nostro libro preferito. Ma non serve andare così tanto indietro nel tempo: basta indossare un trench per sentirci come sotto una pioggia delicata, anche se fuori splende il sole. Le camicie dai colletti morbidi e cadenti, così come gli abiti lunghi fino a terra sono capaci di raccontare storie malinconiche e affascinanti senza il bisogno di utilizzare le parole.
Ci impongono la felicità a ogni costo, ci dicono di sorridere anche se vogliamo piangere, a sentirci sempre dei vincenti senza ammettere le fragilità, ma scegliere di esprimersi in ogni condizione emotiva è un atto di coraggio e sincerità, è un modo per ricordare al mondo che non siamo macchine o intelligenze artificiali, bensì umani che a volte possono sentirsi nei favolosi anni ’80, altre in quegli anni malinconici vittoriani.
E poi, secondo uno studio pubblicato nel 2020 sulla rivista Psychology of Aesthetics, Creativiry and the Arts, l’esplorazione a forme artistiche malinconiche può aiutare a elaborare emozioni difficili, suscitando in maniera quasi immediata un senso di conforto e connessione.
Per liberarci del dolore bisogna attraversare quel dolore. In Una mamma per amica, quando Rory si lascia per la prima volta nella sua vita con Dean, Lorelai le consiglia di abbruttirsi, perché solo così può lasciare andare il passato. E in effetti funziona.
Quando siamo più malinconici, quindi, lasciamo che il mondo lo sappia, esprimiamoci anche con i vestiti perché spesso le parole non bastano: abbiamo bisogno dell’estetica.

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